Valore localeL’impatto del turismo sui territori, e la trasformazione dell’identità urbana

In “Più turismo per tutti?”, Paolo Verri e Edoardo Colombo dialogano sul futuro dei viaggi, provando a capire come possono diventare più equi, sostenibili e umani di fronte a sfide che vanno dall’accessibilità all’overtourism

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Gli autori di questo libro – Paolo Verri, direttore di Fondazione Mondadori e tra i massimi esperti di progetti culturali per le comunità urbane in Italia, e Edoardo Colombo, presidente di Turismi.AI – dialogano sul futuro del turismo cercando di capire come renderlo più equo, sostenibile e umano di fronte a sfide come l’overtourism e la necessità di regolarne l’impatto ambientale.

PV – Esiste un momento preciso in cui una città smette di appartenere a chi la vive per diventare proprietà di chi la visita. Non è un cambiamento improvviso, ma un lento scivolare verso una trasformazione profonda dell’identità urbana. Quando cammino per le strade di Firenze o Venezia sento questa metamorfosi in ogni dettaglio: nei negozi che cambiano insegna per rivolgersi a una clientela effimera, nelle case convertite in appartamenti vacanza, nelle piazze che mutano funzione col mutare dell’orario. Il fenomeno dello spopolamento dei centri storici è una delle sfide più complesse del nostro tempo. Secondo l’ISTAT nelle principali città d’arte italiane negli ultimi quarant’anni la percentuale di residenti nei nuclei storici si è ridotta del 60 per cento. Ma, al di là dei numeri, ciò che più preoccupa è la perdita di un tessuto sociale fatto di relazioni quotidiane, conoscenza reciproca e di quella rete densa di scambi che trasformava semplici strade in comunità vive.

EC – I dati che citi sono essenziali per comprendere la portata del fenomeno, oggi però abbiamo strumenti inediti per affrontarlo. Oltre ai sistemi di monitoraggio urbano sviluppati in tante città del mondo ci sono soluzioni innovative che consentono interventi mirati per preservare la diversità dell’offerta; un esempio è Roma Data Platform che permette di visualizzare in tempo reale l’evoluzione del tessuto commerciale.

PV – Quando parlo con gli amministratori delle città d’arte spesso rilevo l’assenza di una visione organica sul rapporto tra turismo e vita urbana. I visitatori sono considerati come numeri da attrarre, non come presenze da integrare. Prendiamo gli affitti turistici: secondo uno studio della Banca d’Italia, il 45 per cento degli alloggi nelle aree centrali delle principali città italiane è destinato a uso turistico; questo non incide solo sul mercato immobiliare, ma altera la composizione sociale dei quartieri, spogliandoli dei servizi essenziali che rendono una città vivibile per chi ci abita.

EC – La sentenza del Consiglio di Stato su Sirmione di aprile 2025 ha chiarito un punto cruciale: i Comuni non possono limitare arbitrariamente gli affitti brevi dei privati. È una questione di equilibrio tra libertà individuale e interesse collettivo. Ma nel frattempo, a livello nazionale, stanno emergendo strumenti di regolazione più efficaci: il Codice Identificativo Nazionale (CIN), la banca dati delle strutture ricettive, e nuovi requisiti di sicurezza. Più trasparenza per tutti, e una spinta – forse faticosa, ma necessaria – verso una maggiore professionalità anche tra i piccoli locatori.

PV – Queste misure, se ben comunicate, possono essere percepite non come vincoli, ma come garanzie di affidabilità. Anche l’ospitalità diffusa ha bisogno di regole per generare fiducia. Il CIN, esposto su un sito personale o su una vetrina digitale, non è solo un codice: è una dichiarazione d’intenti, un segno che l’accoglienza si può fare con serietà, anche senza intermediari.

EC – L’esperienza di Amsterdam è illuminante: un mix di politiche fiscali mirate, regolamentazione degli affitti brevi e investimenti in housing sociale ha contribuito a stabilizzare la presenza dei residenti nei centri storici. Dobbiamo smettere di considerare il turismo come un comparto isolato: va integrato in una visione urbana olistica, dove gli attori – dagli operatori turistici alle istituzioni culturali, dalle associazioni di quartiere alle imprese locali – partecipano a una progettazione condivisa del futuro cittadino.

PV – Un approccio condivisibile, ma ci scontriamo con forti resistenze. Gli interessi economici legati al turismo sono enormi e spesso prevalgono sulle esigenze delle comunità. Prendiamo il caso di Venezia; nonostante gli allarmi sul suo spopolamento, continuano ad aprire attività pensate esclusivamente per i turisti, mentre chiudono scuole, ambulatori, servizi di prossimità. C’è un problema culturale: dobbiamo superare la logica per cui il successo turistico si misura solo in arrivi e pernottamenti. Servono nuovi indicatori che tengano conto della qualità della vita, della diversificazione economica, della sostenibilità sociale.

EC – Concordo pienamente. L’Organizzazione Mondiale del Turismo promuove da tempo il concetto di «turismo responsabile», con parametri multidimensionali per valutare l’impatto del settore. Città come Lubiana e Bruges hanno adottato sistemi che integrano i dati tradizionali sul turismo con metriche di vivibilità e coesione sociale. Un approccio più bilanciato non è solo eticamente desiderabile: porta anche benefici economici più stabili, evitando le distorsioni del turismo di massa.

PV – Sai che cosa mi colpisce, oggi, camminando nei centri storici italiani? La progressiva scomparsa di elementi vitali: botteghe di prossimità, scuole di quartiere, relazioni quotidiane. L’Italia che il mondo intero idealizza rischia di ridursi a una rappresentazione vuota, un guscio scenografico privo di vita autentica. Penso a Ivrea, dove l’eredità olivettiana è diventata patrimonio UNESCO senza che ciò abbia trasformato la città in un museo statico, ma generando nuove forme di economia creativa e turismo culturale. O al Val di Noto in Sicilia, dove il barocco non è solo attrazione per visitatori, ma identità viva per i residenti. In questi luoghi il turismo non è arrivato come colonizzatore, ma come alleato di un processo già in atto.

EC – A Torino le Officine Grandi Riparazioni sono diventate un centro culturale (OGR) che attrae visitatori da tutta Europa, ma il loro valore non sta solo nell’architettura imponente: è la memoria del lavoro, la continuità con la storia produttiva della città che le rende autentiche.

PV – Credo che il punto cruciale sia proprio questo: il turismo funziona quando si innesta su identità forti, non quando le sostituisce. Quando valorizza vocazioni esistenti, non quando ne impone di artificiali. In questo senso il caso emblematico è la trasformazione di antiche aree industriali; il rischio è che questa autenticità diventi anch’essa un prodotto standardizzato, una scenografia senza profondità.

EC – È una preoccupazione legittima. Tuttavia, ciò che vedo nei casi più interessanti è proprio la capacità di evolvere preservando l’autenticità. A Mantova il Festivaletteratura ha trasformato la percezione della città: da meta d’arte rinascimentale a laboratorio culturale contemporaneo. E questo è successo perché l’evento si è radicato nel territorio, ha coinvolto i residenti, ha creato legami con le scuole e le istituzioni locali. Non è stato calato dall’alto, ma costruito dal basso, interpretando e valorizzando un’identità già presente.

PV – Questo mi porta a un tema che ritengo cruciale: l’educazione al territorio. Nelle scuole italiane raramente si insegna la storia locale, il patrimonio culturale di prossimità, l’evoluzione urbanistica delle città in cui gli studenti abitano. È un paradosso: possiamo conoscere perfettamente la storia degli assiri e dei babilonesi ma ignorare completamente le trasformazioni del quartiere in cui viviamo. Questo divario crea cittadini che non sanno comprendere il processo evolutivo del proprio territorio e non sono quindi preparati a relazionarsi con chi lo visita.

EC – È un’osservazione acuta. In Finlandia, per esempio, l’educazione civica include moduli specifici sulla conoscenza del territorio e sul turismo come fenomeno sociale. Gli studenti imparano a «leggere» la città, a comprendere i flussi, a interpretare le trasformazioni urbane. In Italia, progetti come La scuola adotta un monumento® o anche Invasioni Digitali, che si propone di stimolare la partecipazione attiva al patrimonio culturale da parte dei cittadini, hanno provato a colmare questo gap, ma servirebbe un approccio più sistematico.

PV – Per recuperare il legame tra educazione e territorio vorrei proporre una riflessione sul ruolo potenziale del turismo scolastico. Oggi è spesso ridotto a gite standardizzate, con destinazioni sempre uguali e modalità passive. Eppure, potrebbe essere un laboratorio straordinario di cittadinanza, uno spazio di sperimentazione per relazioni più autentiche con i luoghi. Immagino un turismo scolastico che non si limiti a «vedere» ma che costruisca scambi con altre comunità scolastiche, che abiti temporaneamente altri territori, che partecipi alla loro vita quotidiana.

EC – Stiamo assistendo a un cambiamento epocale nel modo di viaggiare. Le nuove generazioni (Millennials e Gen Z) stanno completamente ridefinendo il concetto di turismo. I dati sono illuminanti. Una ricerca dell’Osservatorio Nazionale del Turismo mostra che l’82 per cento dei viaggiatori under 35 dichiara di voler vivere esperienze «autentiche», lontane dai circuiti turistici tradizionali. Non vogliono vedere un luogo, vogliono viverlo.

PV – La parola chiave è autenticità. Nessuno vuole più essere turista passivo, consumatore di cartoline preconfezionate. Cerchiamo tutti esperienze genuine, connessioni profonde con i luoghi e le comunità. L’autenticità si traduce in un’attenzione maniacale alla sostenibilità. Non è più solo una tendenza, ma un valore fondamentale. I giovani valutano un viaggio non solo per le esperienze che offre, ma per il suo impatto ambientale e sociale.

EC – Prendiamo il turismo responsabile. Il 75 per cento dei Millennials è disposto a spendere di più per un’esperienza che dimostri un reale impegno verso la sostenibilità. Scelgono strutture a basso impatto ambientale, mezzi di trasporto green, esperienze che supportano le economie locali. È un approccio che supera il concetto tradizionale di vacanza. Non è più solo un momento di evasione, ma un’opportunità di crescita personale e collettiva. Questi giovani vedono il viaggio come un atto di responsabilità globale. C’è un elemento interessante: il desiderio di connessione profonda. Non si accontentano di visitare un luogo, vogliono comprenderlo; fanno ricerche approfondite prima di partire, studiano la storia locale, imparano qualche parola della lingua del posto. Ancora una volta, la tecnologia gioca un ruolo cruciale. I giovani usano piattaforme digitali per trovare esperienze autentiche, connesse ai territori. App e community online permettono di scoprire luoghi fuori dai circuiti tradizionali, di connettersi con comunità locali, di viaggiare in modo consapevole. Il loro è un turismo che potremmo definire «rigenerativo»; non consuma il territorio, piuttosto contribuisce alla sua riqualificazione. Scelgono destinazioni che hanno progetti di sviluppo locale, che investono in comunità, ambiente, cultura.

PV – Non è più turismo: è un atto di cittadinanza globale, un modo per ricostruire connessioni in un mondo che sembrava essersi frammentato. I giovani non scelgono come destinazioni mete esotiche, ma opportunità di riconnessione; sono disposti a fare chilometri per partecipare a un corso di artigianato, per aiutare un progetto di recupero ambientale, per vivere un’esperienza di comunità.

Tratto da “Più turismo per tutti?” (Egea), di Paolo Verri e Edoardo Colombo, 16€, pp. 160

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