Emozioni fortiLa rivincita dei “pezzenti” e il ruolo dei populisti di destra e sinistra

Il voto non si orienta più secondo le classiche categorie, ma secondo dinamiche affettive e identitarie, come spiega il saggio francese “Les Gueux”. Secondo di una serie di articoli

AP/Lapresse

Cosa fare con il populismo? Espongo subito la mia tesi: il populismo è un sentimento sociale, un sentire profondo, automatico, cresciuto in maniera carsica (nei social media in particolare) attraverso una forma che Heidegger forse avrebbe definito di “preconoscenza”, cioè di una convinzione aprioristica di com’è fatto il mondo, ovvero basata non su un’analisi concreta delle situazioni concrete, come vorrebbe il criterio della razionalità, ma appunto su un sentimento primigenio, fondato su una semplice locuzione: “noi” e “loro” che nella concezione populista basta, dice e spiega tutto.

Questo sentimento sociale diventa politico quando trova un leader, o comunque un’offerta politica, che ne rispecchi il linguaggio, il tono e, ancora una volta, il “noi” contro “loro”.  Quali siano i confini del “noi” e del “loro” non è detto: agisce l’emozione, non la ragione, o meglio è l’emozione che dà forma alla ragione. Rincorrere una possibile definizione, stabilirne i confini, o dimostrare quanto questa distinzione sia erratica, bugiarda e finta è tempo perso. Sarebbe come pensare che la razionalità sia più forte dell’emozione.

Qui serve una digressione: Antonio Damasio, neuroscienziato, ha teorizzato che non siamo macchine pensanti che si emozionano, ma macchine emotive che pensano, aggiungendo che «la coscienza è il sentire che si sente». Riusciamo a capire quanto questa idea sia distante rispetto a quella di chi immagina la politica come una distaccata decisione fra diverse opzioni di programmi? Qualcuno ancora pensa che si voti su programmi che nessuno legge, e nessuno ormai neppure scrive? Se un programma non ha dentro qualcosa che mobiliti pensieri ed emozioni profonde, a chi, a cosa serve?

Il sentimento populista quando entra sulla scena politica si combina, scombina e ricombina in maniere imprevedibili e incomprensibili, se ci si ferma alle categorie classiche di destra-sinistra che, al contrario delle emozioni, hanno un loro costrutto ideologico, storico e filosofico. Vogliamo davvero capire come questo sentimento può assumere espressioni di destra e/o di sinistra?

Andiamo al cuore del populismo europeo, a Marsiglia. Prima del populismo come lo conosciamo adesso (cioè da dieci anni) a Marsiglia ha avuto la sua parabola clamorosa Bernard Tapie. Fu scelto da François Mitterand, perciò dal socialista più carismatico d’Europa, come parlamentare. Apparteneva perciò al campo della sinistra, anche istituzionale, se vogliamo. Contro le istituzioni, contro “loro”, Tapie si è scagliato sin dall’inizio della sua esperienza politica e imprenditoriale; contro le élite, contro gli intellettuali, a favore del linguaggio della gente, dell’individualismo di chi si fa da sé. Non ci interessa qui ripercorrere oltre l’esperienza di Tapie, ci serve solo sapere che nel 2007, spiazzando tutti, o almeno molti, sostenne Nicolas Sarkozy, poi presidente della destra.

Già con Tapie si è registrato il meccanismo dei vasi comunicanti da destra a sinistra dell’espressione politica del populismo. Torniamo a Marsiglia, dove al populismo di destra negli ultimi anni si è andato sostituendo a quello di sinistra, ma il totale, sempre rilevante, è rimasto lo stesso. Tra il 2017 e il 2022 la somma delle due forze è cambiata appena dello 0,9 per cento, ma è cambiato il peso delle singole componenti al suo interno. Elettori che partono a sinistra poi vanno a destra, poi di nuovo a sinistra.

Qualche giorno fa, sul piano nazionale, l’intercambiabilità populista di destra e sinistra è diventata convergenza. Al Parlamento francese è stata abrogata la norma sulle cosiddette Zfe (zone a basse emissioni), simili alle nostre Ztl, che avrebbe vietato la circolazione alle auto a benzina immatricolate prima del 2006 e ai diesel anteriori al 2011: un provvedimento che avrebbe colpito circa quindici milioni di veicoli/utenti. Contro la legge hanno votato Marine Le Pen e Jean-Luc Mélenchon; a favore, invece, i Socialisti e il partito di Emmanuel Macron.

Non si tratta di una convergenza estemporanea: la decisione è stata rivendicata come una vittoria storica tanto dall’estrema destra che dalla sinistra. Anzi, di più: è stata celebrata come una vittoria morale, una rivincita dei “pezzenti”, dei “Gueux”; la definizione è di Alexandre Jardin, dell’Università di Sciences Po, che ha intitolato il suo ultimo libro proprio “Les Gueux”, dedicato alle Zfe, alle loro conseguenze e al loro significato sociale e politico.

Per Jardin, queste zone si rivelano una forma di «segregazione sociale e geografica», una norma contro i più fragili, contro coloro che non possono comprare un’auto elettrica. Jardin non rifiuta l’ecologia, ma ne denuncia la deriva punitiva, classista, ingiusta.

Il punto centrale del suo racconto è la sofferenza individuale alla base dell’azione collettiva. I suoi personaggi portano a una contro-narrazione ottimistica («contro il fatalismo prevalente», dice) a fronte di un Occidente, descritto dai media mainstream come declinante, senza figli, senza valori, destinato a una più o meno rapida evaporazione. E c’è rabbia nei “Gueux”: «Non possiamo pagare noi per purificare l’aria dei ricchi che vivono nelle città»; c’è sdegno: «Non possiamo essere denigrati per i nostri valori»; c’è risentimento: «Siamo invisibili, i media ci disprezzano».

La rappresentazione di questo quadro crea la divaricazione profonda tra le realtà umane basate sull’identità territoriale: da un lato il “noi” dei piccoli centri e delle periferie urbane (i somewhere) che condividono valori morali, orgogliosi della vita semplice e dall’altro “loro”, i residenti nei centri delle città, (gli anywhere), i globalizzati che possono vivere dappertutto, che condividono stili di vita plasmati dai consumi intellettuali e su una modernità senza confini.

Siamo così al punto centrale della questione: come il “noi” legato alla difesa emotiva dei luoghi e della tradizione possa (debba) incrociare una proposizione democratica che incontri, in qualche modo, quel “noi” e lo trasformi in qualcos’altro: un “noi” che riguardi l’intera collettività nazionale.

Abbiamo bisogno di una seconda digressione: Samuel Stouffer nel 1949 condusse uno studio, un sondaggio su seicentomila soldati statunitensi che parteciparono alla Seconda Guerra Mondiale, quelli che sconfissero nazisti e fascisti e portarono la libertà all’Europa. Da cosa erano motivati a combattere, si chiese? La motivazione più forte (c’era anche quella naturalmente) non era tanto l’ideale democratico o l’odio verso il nemico, ma il desiderio di non deludere i propri compagni di combattimento.

Non era la comunicazione dall’alto a motivarli, ma la comunicazione tra pari, cioè quella che nasceva al loro interno. L’ideale democratico era piuttosto dei capi dei loro governi (Franklin Delan Roosevelt, Harry Truman, e, ancor di più, Winston Churchill): la lealtà ai propri compagni e al proprio paese era in perfetta sintonia con quella dei loro leader. L’ideale, portare la libertà, si sposava con l’identità di gruppo e con l’identità dei leader.

Lì era la guerra per la libertà, qui è per l’identità culturale e per le condizioni economiche condizionate dai flussi immigratori. Nel nostro tempo gli ideali di accoglienza devono fare i conti con i confini degli stati così come sono per una ragione molto concreta: il welfare, la più grande conquista democratica dei lavoratori, soprattutto in Europa, è fondata sugli stati nazionali. Può esserci un welfare universale, un welfare senza confini? Impossibile: neppure la Cina, Paese in grande sviluppo economico, può permettersi un welfare per i suoi cittadini, anche solo lontanamente comparabile a quello europeo.

Il welfare, per costituzione, è un gioco interno agli stati nazionali: la tassazione dei residenti finanzia il welfare dei residenti. Si può evitare di regolare la composizione della platea dei residenti? Di fatto l’immigrazione è il punto chiave della polemica populista: è lì che si coagula il “noi”, anche per la facilità di definirlo e di indicarlo. Non per caso Marsiglia è il posto della Francia, e forse d’Europa, dove il problema dell’immigrazione ha creato più tensioni e da più tempo, nutrendo appunto populismi di ogni segno.

Il punto è riuscire a far diventare “noi” anche i nuovi residenti, cioè gli immigrati, ma si può fare senza regolare, integrare, assimilare i flussi migratori? La percezione di un fenomeno senza controllo costruisce e rafforza il “noi” ostile, per cui si assiste al paradosso di persone che sono contro gli immigrati, ma non sono certo ostili verso le singole persone (badanti, muratori, lavoratori) con cui hanno un rapporto quotidiano. La trasformazione del “noi” ostile al “noi” accogliente non può passare solo dalle relazioni umane stabilite, talvolta in maniera straordinaria, tra residenti e nuovi arrivati, ma con una reale nuova constituency democratica su questo fenomeno che non può essere solo di accoglienza senza distinzione e senza limiti.

Pensiamo ancora alla storia degli Stati Uniti, un Paese tutto di immigrati. L’emozione che ha guidato nei decenni l’immigrazione non è stata «accogliamoli tutti», ma facciamo grande il nostro Paese e per farlo grande abbiamo bisogno di forze nuove, di energie, di cervelli: è così che l’hanno fatto davvero grande (a dispetto di Donald Trump che forse lo farà più piccolo). L’ideale più universale è stato rubricato alla voce dell’ambizione nazionale: poteva essere altrimenti?

Si deve costruire un’emozione non solo astrattamente su chi arriva, ma anche su chi deve accogliere. E che l’immigrazione non sia percepita nella forma della paura è un compito anche della sinistra. Su questo vincono Keir Starmer e la sinistra del nord dell’Europa, ma questo è un prossimo argomento.

Questa è la seconda puntata della serie “Cosa fare con il populismo”.

X