Tra fallimento e ambizioniFeste al piano superiore e altre forme imperfette di intimità

In “Quando fuori è buio” (Fandango Libri), Flavio Nuccitelli racconta di una Roma disillusa, dove quattro trentenni si confrontano con ciò che sono diventati e con ciò che non hanno avuto il coraggio di diventare. Un ritratto di una generazione in transito

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Pochi minuti dopo, Giulia era di nuovo attaccata al campanello di Michele; quando la porta si era aperta, però, era apparsa una ragazza con i capelli castano chiaro e un’espressione un po’ troppo entusiasta che le aveva quasi dato fastidio.
“Ciao, io sono Chiara, siete quelli di sotto vero?”
“Sì…”, aveva detto Giulia che si era messa sulla difensiva.
“Venite, Michele me l’aveva detto che stavate salendo…”
Giulia e Filippo erano entrati in casa e avevano seguito Chiara attraverso il salone, dove, tra tavolo, divano e balcone, avevano contato più o meno una decina di persone. Si erano guardati, entrambi pensando che dal casino che avevano sentito da sotto si aspettavano ce ne fossero almeno il doppio. Sul tavolo c’erano diverse bottiglie di vino e birra, tutte già aperte.
“Che vuoi da bere?”, le aveva chiesto Chiara.
Giulia era rimasta sorpresa, non se l’aspettava così cordiale quella che non avrebbe saputo definire se non come faccia-da-stronza, il suo era soltanto un atteggiamento e, mentre Chiara le versava un bicchiere di vino bianco, lei apriva una birra per Filippo, che nel frattempo era stato trascinato da Michele, con l’estrema goliardia di chi è già piuttosto ubriaco, verso il divano con tre suoi amici, intenti a girare una canna spropositatamente lunga.
“Vieni a fumare?”

Giulia si era guardata intorno, Chiara stava dicendo proprio a lei e, pur non fumando, si era comunque offerta di accompagnarla in balcone. Non era abituata a sconosciute così amichevoli. Chiara le aveva chiesto cosa facesse nella vita, Giulia era rimasta sul vago, aveva detto che lavorava in uno studio di avvocati; sapeva che così tutti l’avrebbero pensata, in effetti, un’avvocata ed era, ovviamente, un equivoco che lei creava di proposito, del resto le mancava soltanto l’abilitazione. Quando la domanda era stata ricambiata, Chiara aveva iniziato a parlare a raffica, raccontando della sua carriera accademica, degli anni da assistente di Moreschi, dell’assegno che stava per arrivare, del perché aveva scelto di rimanere nell’università.

Mentre parlava, Chiara si era vista da fuori: perché quando incontrava una persona per la prima volta aveva sempre bisogno di sommergerla con tutte quelle chiacchiere, dando per scontato che chiunque le passasse accanto fosse necessariamente interessato ai fatti suoi? Perché sentiva questo incontenibile bisogno di raccontarsi di continuo? Giulia, al contrario, rispondeva solo a domande dirette e tendenzialmente con risposte concise. Non era una di tante parole e, a dirla tutta, non si era mai fidata troppo delle ragazze, sapeva che c’era sempre un doppio fine dietro le loro domande apparentemente ingenue; magari non era il caso di Chiara, ma nella sua personale statistica era quasi sempre stato così.

I ragazzi, di contro, erano diventati amici nel giro di una canna. Qualcuno stava vedendo Better Call Saul, che un altro aveva appena finito, qualcuno si annoiava a vedere le serie perché erano troppo lunghe, un altro aveva appena cominciato Il trono di spade, che avevano visto tutti e allora rapidamente erano passati a discutere dell’ultima stagione, tra chi l’aveva trovata pessima e chi invece la difendeva, pur concordando che fosse tutto un po’ troppo frettoloso.

“È che erano andati troppo avanti rispetto ai libri, non è che ti puoi proprio inventare Martin eh…”
“Ma che c’entra, quello gli faceva da consulente, gliel’avrà raccontata lui la storia.”
“Sì vabbè ma erano tre stagioni che gli raccontava la trama senza aver scritto una pagina di libro, secondo
me il finale non ce l’aveva chiaro neanche lui.”
“Ragà, la verità è che nessuno di noi avrebbe voluto vedere la fine di GOT, qualunque finale lo avremmo comunque odiato. Il punto è che le storie finiscono e questa cosa di base ci fa rosicare. Che poi è proprio il senso dell’ultima scena, quando il drago sq…”
“NO SPOILER!!!! NO SPOILER!!!!”, aveva urlato il ragazzo che l’aveva appena cominciata, a cui Filippo non si era presentato.
“Ma cosa no spoiler, per dio, veramente non l’hai ancora vista?”, aveva risposto Michele, apparentemente serissimo.
“No è che avevo visto le prime due puntate e mi aveva rotto le palle, per cui mi ero fermato, l’ho ricominciata la settimana scorsa…”
“Senti, sono passati quattordici anni dalla prima stagione e sei dall’ultima, qua c’è gente che sta al terzo rewatch, ormai se sapere che il drago squaglia il trono è uno spoiler è colpa tua.”

“Ma sei una merda!!”, aveva urlato il ragazzo mentre tutti scoppiavano a ridere, alcuni cadendo dal divano, alcuni rovesciandosi sul divano e attirando l’attenzione di tutti gli altri partecipanti alla festa.
“Io sono d’accordo, mi sono comprato il televisore da sessanta pollici con l’unico obiettivo di spararmi i Blu-ray in HD”, aveva detto Filippo che, forse perché era fatto, si sentiva a suo agio, sensazione che provava ormai molto raramente.
Aveva ragione Giulia, quell’erba era molto meglio della sua. Un ragazzo aveva cominciato il giro dei saluti, doveva andare a dormire presto, con altri si erano ripromessi di vedere la partita della Roma insieme.

Di tanto in tanto, Giulia guardava Filippo da lontano, lo teneva d’occhio, vista la sua abituale insofferenza a situazioni di quel genere; le faceva piacere vederlo ridere, fosse stato per lui non sarebbe mai entrato, avrebbe fatto una sfuriata, facendo la figura del solito stronzo e se ne sarebbe tornato a casa, invece aveva trovato dei nuovi amici, per quel concetto di amicizia stranamente superficiale e allo stesso tempo intimo che hanno quel tipo di maschi.

COVER_Quando fuori è buio

Tratto da “Quando fuori è buio” (Fandango Libri) di Flavio Nuccitelli, 17,50 euro 

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