
Siamo talmente esposti a contenuti sul vino, sui social o in tv, e abituati a vederlo celebrato nei festival, che la prima immagine che ci viene in mente è quella di una bottiglia suadente e ammiccante, o di un calice raffinato che accompagna una cena elegante (citazione di un boomer qualsiasi). Sponsorizzato in televisione, onorato in eventi internazionali e con infiniti epigoni social, il vino è ormai percepito come un prodotto commerciale, un simbolo di stile e ricercatezza.
Ma cosa c’è dietro quell’immagine? Non si pensa quasi mai che il vino è prima di tutto un prodotto agricolo, che nasce da una pianta: la vite. E che ogni sorso di vino dovrebbe raccontarci una storia fatta di terra, stagioni, territori e persone. Soprattutto persone. Eppure, la connessione tra vino e terra sembra affievolita.
È curioso riscontrare come, negli ultimi anni, per fortuna, si sia sviluppata una coscienza comune sul consumo consapevole. Siamo diventati tutti esperti di uova allevate a terra per garantirci galline felici, avocado nazionali per non aumentarne l’impronta ambientale dovuta al trasporto transoceanico, alimentiamo leggende sui massaggi ai manzi Kobe e altre perversioni che meriterebbero sedute di analisi più che un articolo di approfondimento. Ma – inspiegabilmente – del vino e del suo impatto sull’ambiente ancora pochi ne parlano adeguatamente.
Un settore che guida l’economia italiana
Con cinquanta milioni di ettolitri annui secondo il rapporto Ismea, l’Italia è il primo produttore mondiale di vino, contribuendo a quasi il diciannove per cento della produzione globale. Questo primato non rappresenta solo una questione di orgoglio nazionale, ma anche un’importante risorsa economica visto che il settore vinicolo rappresenta una fonte di lavoro per 310.000 viticoltori e 37.000 aziende, se aggiungessimo anche agricoltori, enologi, tecnici specializzati e distributori si arriverebbe a circa un milione di lavoratori, rendendolo uno dei pilastri del sistema agricolo italiano.
Il comparto vinicolo italiano genera un valore di oltre quattordici miliardi di euro all’anno (sempre secondo dati Ismea), con esportazioni che costituiscono il ventidue per cento dell’intero agroalimentare italiano. Il quaranta per cento della produzione è destinato all’export, di cui Stati Uniti, Germania e Cina sono i principali mercati di riferimento, con un trend di crescita costante.
Anche qui paghiamo un bias cognitivo importante, associamo in automatico il vino italiano a qualità e eccellenza, potremmo rimanere stupiti dal sapere che le prime tre aziende Italiane per fatturato e volumi fanno il cosiddetto vino in cartone. Non vogliamo demonizzarle, fanno un prodotto curato, stabilizzato e che risponde alle esigenze del mercato, in poche parole industrializzato. Deve però far riflettere che circa il cinquanta per cento della produzione nazionale è rappresentato da vini a basso costo e che i vini di eccellenza rappresentano solo il quindici per cento.
Ma il vino non è solo economia: è anche cultura e territorio. Le colline del Prosecco in Veneto, le Langhe piemontesi del Barolo, e le terre del Chianti in Toscana non sono semplici paesaggi, ma patrimoni viventi che raccontano storie di tradizione, innovazione e legame con la terra. Siamo stati capaci di raccontarli e valorizzarli, creando turismo enologico, creando valore e lavoro sul territorio rilanciando i piccoli centri.
Sfide ambientali e impatto della viticoltura
Dietro al fascino di una bottiglia di vino si nascondono sfide ambientali che non possono essere ignorate. La viticoltura, pur essendo una pratica antica, esercita una pressione significativa sull’ambiente.
In Italia, circa seicentocinquantamila ettari di terreno sono dedicati alla vite. Questo dato, se da un lato sottolinea la centralità del settore, dall’altro solleva interrogativi sulla sostenibilità. La coltivazione della vite richiede infatti risorse idriche ingenti: per produrre un solo litro di vino, secondo Water Footprint Network, sono necessari in media ottocento litri di acqua.
Uno studio pubblicato su Frontiers in Environmental Science ha evidenziato che l’impronta di carbonio di una bottiglia di vino varia tra 0,3 e 1,3 chilogrammi di CO₂, a seconda delle tecniche di coltivazione e produzione adottate. L’uso intensivo di macchinari agricoli contribuisce al compattamento del suolo, riducendo la capacità delle radici di assorbire nutrienti e acqua. Inoltre, l’impiego di pesticidi e fertilizzanti chimici pone seri rischi per la qualità del terreno e delle falde acquifere.
Per essere meno accademici e più pratici, parliamo di uno dei prodotti che negli ultimi anni ha visto la più grande espansione: il Prosecco. Fino a qualche anno fa cugino sfigato del Franciacorta e sponsor ufficiale del mondiale briscola chiamata in latteria, ma poi, magicamente, il jet set internazionale, aiutato da un product placement efficace nella serie “White Lotus”, ha deciso che fosse cool bere lo Spritz.
Questo fenomeno internazionale ha portato la produzione dai 150 milioni del 2010 ai 750 milioni del 2023, con un incremento del quattrocento per cento, apparentemente una buona notizia.
Come dare seguito a una crescita così forte? Economicamente parlando, o si alza il prezzo, preservando territorio e qualità, per gestire la domanda, oppure si aumenta l’offerta in un’ottica di industrializzazione del prodotto. Secondo voi quale strada è stata scelta? Ma c’è un piccolo problema: l’uva. Nello specifico la tanto amata e odiata Glera. Inizialmente limitata alla zona storica del Conegliano Valdobbiadene, con i suoi sessanta chilometri quadrati di estensione non garantiva i volumi necessari a soddisfare la crescente richiesta e a partire dal 2009, attraverso decreti ministeriali e delibere regionali, si è allargata la zona di produzione fino a lambire la Slovenia. Una grande – immensa – vigna di duecentocinquanta chilometri quadrati.
Questa importante opportunità commerciale ha spinto i produttori locali, che lavoravano con vitigni minori e autoctoni, a convertire le coltivazioni in Glera per garantirsi vendite a scapito della biodiversità, del patrimonio genetico e culturale del territorio.
I piccoli produttori hanno smesso di vendemmiare per vendere le uve ai consorzi o ai gruppi più grandi, prediligendo la quantità alla qualità. Come possiamo biasimarli? Attività di gran lunga più remunerativa e meno faticosa. Easy Money!
Si può fare?
Nonostante le difficoltà, molti produttori stanno adottando approcci innovativi per rendere la viticoltura più sostenibile. Janko Stekar, produttore sloveno, ha introdotto un metodo basato sulla competizione naturale tra le viti e le altre piante, creando un surreale ma funzionale esperimento di bio diversità all’interno delle sue vigne. Questo sistema riduce la necessità di fertilizzanti chimici, di interventi umani e migliora al contempo la qualità delle uve.
In Francia, Sébastien Riffault, produttore della regione della Loira, ha scelto di utilizzare cavalli per lavorare i vigneti. Questo approccio, lontano dai trattori tradizionali, preserva la struttura del suolo e riduce i danni causati dal compattamento. I risultati sono sorprendenti: vini che riflettono un legame più autentico con la terra e ci portano in una dimensione romantica e nuovamente umana della produzione vinicola.
Questi esempi dimostrano che sostenibilità e innovazione non sono in conflitto ma, se orientati a principi di sostenibilità, possono rappresentare il futuro di un settore che vuole mantenere la sua rilevanza economica e culturale.
Riscoprire il valore agricolo del vino
E se domani andasse di moda un altro drink? E se domani non vi fosse più la necessità di produrre quattrocentottanta milioni di litri all’anno di Prosecco? Come si può tornare indietro? Come possiamo recuperare la memoria di un territorio? Come possiamo riattivare i produttori che avevano smesso di fare vino? Come possiamo far tornare fertili terreni ormai privati di ogni valore nutritivo? Come possiamo far convivere le esigenze produttive tipiche dell’industria con una sostenibilità invece tipica dell’agricoltura? La famigerata crisi del vino che stiamo vivendo siamo certi che sia riconducibile solo alle strette sul nuovo codice della strada? La distanza che le nuove generazioni hanno rispetto al vino siamo certi che non sia un segnale di un bias cognitivo dei produttori, principalmente legati agli sugar daddy?
Lasciamoci così.
Il cambiamento più importante riguarda la percezione del vino. Non dobbiamo limitarci a considerarlo un prodotto di lusso o un simbolo di status, ma riscoprirlo come un’espressione del legame tra uomo e natura.
Il vino non è solo una bevanda. È tradizione, lavoro, innovazione e cultura. Riscoprire la sua origine agricola significa valorizzare ogni fase del processo produttivo, apprezzando il lavoro di chi opera ogni giorno nei campi e fino a quando questa espressione di legame tra uomo e natura non tornerà centrale nei processi, e non sarà primaria nella comunicazione, vedremo il nostro amato succo d’uva esposto a un pericolo mortale.