
Ospitiamo un nuovo pensiero di Giacomo Gironi, Giacomo Gironi è il direttore di sala del ristorante Hémicycle a Parigi, che spesso sulle nostre pagine riflette sul ruolo della ristorazione e dell’ospitalità.
Ciao a tutti, partiamo con la solita polemichetta protopopulista e poi ci addentriamo nell’articolo.
Se potessimo vivere di sola arte sarebbe meraviglioso, ma un paese, una nazione, si regge su diritti e doveri dei lavoratori, cosiddetti quiet quitter. Quelli che mettono l’impegno minimo per svolgere il proprio lavoro e una volta fuori costruiscono o osservano il loro sogno.
Perché dico questo? Perché c’è la strana traslazione dell’equazione “capisci qual è il tuo sogno e con quello facci i soldi”. Che è una menzogna bella e buona; il sistema che abbiamo accettato come vero è un sistema esclusivo, ciò significa che se tu arrivi a monetizzare facendo video sui gattini, ci sono milioni di video sui gattini che invece non ci riescono. Non ho le competenze per indagare il perché o il per come di certe cose, ma serve come spunto di riflessione per un’idea che mi ronza in testa da un po’: siamo sicuri che debbano essere tutelati solo i lavoratori? Forse serve un sistema che tuteli tutto il sistema.
Non solo gli addetti di categoria, ma anche i datori di lavoro che se sbagliano il conteggio delle risorse buttano il lavoro di un mese. Credetemi io ne ho visti di conti in rosso, ho visto imprenditori fare gli occhi dolci alle corde appese al soffitto, non è un problema solo di sfruttati e sfruttatori. È una visione romantica che va consegnata alla storia. Oggi la politica deve dialogare con tutti. Solo che non sanno più da dove partire, sembra che l’identità sessuale abbia sostituito il mondo del lavoro. Sono entrambe battaglie lecite, ma vanno condotte simultaneamente. E invece…
Ma torniamo all’esempio dell’arte: chi costruisce i pennelli del pittore, i muri dove esporrà, il blocco di marmo dello scultore chi lo stacca, gli strumenti con cui li modella, le ville dove li piazzano chi le costruisce? Il microfono del cantante, il palcoscenico dove si esibisce, chi lo tira fisicamente su?
Sicuramente degli operai che rispondono a un’azienda e a un contratto che, ove possibile, li garantisce e li tutela. Per farlo, negli anni, hanno sviluppato strumenti (come i sindacati) che con il tempo si sono rivelati dei giganti con i piedi di argilla, ma il punto di partenza era nobile: l’aggregazione!
E il cibo? L’industria che mette un piatto in tavola a fronte di una ri-distribuzione in denaro (o in comunicazione) come si colloca in questo panorama? Semplice, non si colloca. Un segmento da quasi 2,5 milioni di lavoratori (in crescita soprattutto le partite iva) totalmente allo sbando. Da qui l’idea: e se facessimo una Cassa Ristorante?
Servono ingegneri civili, un numero infinito di avvocati e costituzionalisti, economisti, filosofi, esperti di settore, ma è una cosa fattibile. Uno strumento agile (quindi deve avvalersi degli strumenti che la contemporaneità fornisce) che tuteli e aggreghi – sotto un unico cappello – lavoratori, autonomi o a contratto, datori di lavoro, agricoltori, produttori, tutti con lo scopo unico di restituire il giusto splendore a un settore dispersivo e disgregato. E lasciare questa gestione ai vari cumulatori di dati, stile TheFork e compagnia, è un errore strategico grave.
Cosa significa? È una galassia di opportunità, per il lavoratore significa maggiore elasticità, maggiori tutele – malattia, ferie, orari – formazione, premi eccetera, per il datore di lavoro, peso minore in termini fiscali, garanzia di risultato, consulenza interna, comunicazione e formazione. E questo discorso si può ampliare anche a fornitori e produttori. Aprire un segmento di sviluppo e ricerca. Scuole università. Insomma, esiste un pianeta inesplorato che si chiama ristorazione e che può ospitare la vita. Rendiamolo vivibile.