Questo è un articolo che rischia d’essere superato dai fatti tra il momento in cui io lo scrivo e quello in cui voi lo leggete. Mentre leggete, è una settimana che, a seconda dello spicchio social di cui fate parte, o non è successo assolutamente niente, o è – scusate il lessico da homepage di quotidiano – esploso il caso Martina Strazzer.
Mentre scrivo, sono sei giorni che, rispetto allo scandalo che come tutti gli scandali di questo tempo è tale solo se l’algoritmo te lo propone, Martina Strazzer tace. Mentre tutti ma proprio tutti quelli che una volta avrebbero venduto scimmie di mare e ora fanno i consulenti delle crisi reputazionali, tutti si accendono la telecamera in faccia e spiegano quanto sia grave questo suo silenzio.
Non so come finirà, mentre scrivo è il lunedì dopo ferragosto e tutto è possibile, anche che quella che io avevo preso per intelligenza fosse solo una settimana di vacanza; è possibile che ieri siano rientrati dalle vacanze i social media manager e tutte quelle altre figure che una volta avrebbero raccolto pomodori e oggi hanno il PhD, e Strazzer abbia quindi fatto, bruciandomi l’articolo, ciò che non bisogna mai fare e che i consulenti reputazionali fatturano per dirti di fare: rispondere.
Dopo veniamo alle ragioni per cui non bisogna rispondere, non bisogna difendersi, non bisogna spiegare, dopo veniamo al fatto che dalla regina Elisabetta nessuno ha imparato niente, prima devo spiegare chi sia questa tizia che la gente normale non ha tuttora mai sentito nominare.
Martina Strazzer mi compare su Instagram qualche anno fa, e mi colpisce per la sua determinazione a essere come tutte. Ha la vulvodinia, come tutte. Ha non so quante altre di queste malattie identitarie, come tutte. È – com’era anche Chiara Ferragni – fatta per piacere a tutte. Non troppo bella, non troppo brillante, non troppo niente. Produce della bigiotteria di quella che ai miei tempi compravano i fidanzatini per noialtre quattordicenni e adesso, nel ritardo del gusto e del resto che caratterizza la popolazione mondiale, comprano le quarantenni.
La perdo di vista come si perdono di vista le storie in questo secolo: perché l’algoritmo smette di propormela. Quindi non so che l’anno scorso assume nella sua azienda di bigiotteria una donna al quarto mese di gravidanza. Non so che lo fa, e non so che ne fa – come ormai fanno di tutto, nel mondo dei cuoricini, quelle in cerca d’approvazione – una questione identitaria. Le donne in Italia vengono schifate dagli uffici del personale se vogliono fare figli, e io invece sono come voi, sto con voi, mi specchio in voi.
Non so neanche che, essendo lei una delle molte con la mistica dell’azienda che è come una famiglia, in cui si fanno i balletti coi dipendenti (gesummaria), fa i video mentre va a comprare il fiocco per la nascita e altre amenità. Lo scoprirò la settimana scorsa, quando la ex puerpera viene intervistata e, sorpresa, è stata licenziata.
È stata licenziata perché, come pare sia d’uso in un’azienda che ha il nome a questo punto involontariamente comico di Amabile, il primo contratto lì è sempre a tempo determinato, e solo al termine del primo anno viene trasformato nel sogno italiano: il posto fisso. Il dettaglio non marginale è che questa tizia, per andare da incinta a lavorare per una che le faceva un contratto di un anno, se n’è andata dal posto fisso che già aveva.
Quindi inizialmente sembra la storia d’una gara di scemenza. Chi è meno sveglia? Quella che molla l’indeterminato, perdipiù da incinta, solo per andare a lavorare per una che ha molti follower? O quella che fa una campagna morale ed emotiva sulla dipendente incinta e poi la licenzia senza aspettarsi che la licenziata le rivolterà contro la fama che lei stessa le ha concesso?
Dopo ci torniamo, ma prima voglio parlarvi dei Coldplay, e di Alain Elkann, e di Donald Trump e Joe Rogan. L’ultima settimana di luglio, a un concerto dei Coldplay, una coppia viene inquadrata abbracciata. È una coppia clandestina, sono una dirigente e l’amministratore delegato d’un’azienda, il mondo decide che sono la storia più favolosa del momento. Non parliamo tutti d’altro per almeno una settimana. Tre settimane dopo, Fedez canta un verso che fa «il mio matrimonio è un concerto dei Coldplay». Dico a un’amica che mi sembra così riuscita, come immagine, che mica l’avrà scritta lui (anch’io parecchio amabile). Lei mi risponde chiedendomi di spiegarle il riferimento. Non tornava da Marte: tre settimane prima anche lei non aveva parlato d’altro per giorni, ma ormai in tre settimane veniamo bombardati da una tale quantità di rumore di fondo che lo scandalo di tre settimane fa è come avesse trecento anni.
Due anni fa, sempre l’ultima settimana di luglio, Alain Elkann scrive su Repubblica d’un suo viaggio in treno con dei giovani così cafoni che dà loro dei lanzichenecchi. Anche lì: non parliamo d’altro per un bel po’, e con «noi» non so bene cosa intendo, forse «noi del pezzettino di mondo che guardo dal mio oblò». A metà agosto un’amica mi chiama da Ansedonia. In spiaggia ha detto che i suoi figli erano dei lanzichenecchi: nessuno ha capito il riferimento. Di che cosa parliamo, quando diciamo che «tutti» parlano di qualcosa? Persino quando si tratta di tv, il più generalista dei mezzi, non è più vero – mica c’è più “Canzonissima” guardata da ventiquattro milioni di persone – figuriamoci quando si parla di cosa t’arriva nel telefono in modalità push, senza che tu te lo vada a cercare.
Quando andò da Joe Rogan prima delle elezioni, Trump disse che i sondaggi di elezioni precedenti l’avevano dato perdente in non so che stati che poi non aveva perso, e che i sondaggi sono una truffa, e si capisce dal fatto che non mi ha mai chiamato un sondaggista: a te t’hanno mai chiamato, Joe? Mi pare che Rogan rispondesse di no, ma il punto non è che i sondaggi siano inattendibili perché non chiamano me: sono inattendibili perché io non risponderei mai.
Lo so che è difficile da accettare in un tempo che ha creato posti di lavoro inventandosi sondaggisti ed esperti di crisi reputazionali, ma cosa pensa la gente non lo sai. Non lo sai perché la gente normale a uno che le chiede cosa voti o che biscotti compri riattacca il telefono. Non lo sai perché la gente normale non va a scrivere «vergognati» sull’Instagram di Martina Strazzer o di chiunque altro (sono giorni che ogni momento c’è qualche amico che mi manda screenshot dei commenti che sotto ai post della Strazzer lascia una nostra conoscente che fin qui credevamo sana di mente, e ci chiediamo se la mutazione sia in agguato per tutti: oggi istruita professionista dal solido equilibrio psichico, domani Vongola75).
La reputazione non esiste, perché tutto è frammentato e tutto si dimentica e ogni volta che un giornale sciatto titola “shitstorm” sta parlando di roba di cui la più parte delle persone neppure s’è accorta o s’accorgerà. Quasi tutte le polemiche degli ultimi anni sono dovute all’equivoco tra la normalità e i temi di conversazione della gente che ha quella malattia chiamata «chronically on line». Nelle riunioni di redazione al mattino c’è una che dice «sui social è in tendenza questo», e i giornali, invece di sbattersi a capire cosa succeda davvero là fuori, decidono di rendere notizia qualche centinaio o migliaio di invasati che hanno deciso d’indignarsi per qualcosa. Per fortuna i giornali non li legge nessuno e quindi gli equilibri delle cose non cambiano: cambia solo che tutti scriviamo di cose delle quali tra tre settimane dovremo spiegare il riferimento.
Naturalmente TikTok è pieno di esperti di reputazione che dicono che è gravissimo che la Strazzer non abbia ancora risposto, che il silenzio t’impedisce d’essere tu a condurre il racconto (loro dicono «la narrativa», perché sono analfabeti), che non esiste che tu non risponda. Sono gli stessi che, quando l’azienda dell’affaire Coldplay ha avuto il colpo di genio di contenere il danno d’immagine facendo uno spot con Gwyneth Paltrow (ex moglie del cantante dei Coldplay), hanno detto che era una mossa sbagliata. Non solo è sbagliato non seguire i comandamenti dei consulenti reputazionali, ma è pure sbagliato seguire quelli di un consulente che non sono io. Nessun mestiere è più «cagatemi, vi prego» di quello del consulente reputazionale. Ah: ovviamente tutti fanno paragoni tra il caso Strazzer e quello Ferragni, e nessuno sembra accorgersi della dirimente differenza.
Chiara Ferragni è stata travolta, oltre che dalla perfezione ricattatoria dello slogan «hai lucrato sui bambini oncologiciiii», dal fatto che il suo reddito non veniva da mutande d’acrilico e bigiotteria e lucidalabbra da lei prodotti. Veniva dal suo essere testimonial d’un po’ tutto, da Dior alla Coca Cola. Nessuno più delle multinazionali butta soldi in consulenti reputazionali, e la cosa ovvia che hanno fatto tutti loro è stata dire a quelle aziende di non associarsi più alla Ferragni (va detto che i soldi alla Ferragni erano buttati quanto quelli ai consulenti reputazionali: la pubblicità, come la reputazione, è un cascame del Novecento, un secolo in cui era pensabile che ci fosse qualcuno cui andava detto che esisteva la Coca Cola altrimenti non ne era informato).
Qualcuno m’ha detto che, tra i video commentati dalla mia conoscente e da altri invasati, ce n’era uno in cui la Strazzer pubblicizzava il Dyson, ed è stato cancellato. Quello lì è il danno che può avere un’imprenditrice da una crisi d’immagine: le altre aziende non la vorranno più a fare il loro Giorgio Mastrota.
Ma, per il resto, mi sembrano più dannosi per il fatturato di Amabile i commenti che raccontano d’aver comprato un suo gioiello e che abbia subito perso la placcatura. Una cosa non la compro se non è di qualità sufficiente per i soldi che costa, mica se la titolare ha licenziato una mamma. Per quello al massimo posso indignarmi sui social, e quel che accade sui social ha influenza solo sulle riunioni dei giornalisti, mai sulla vita vera.
Quindi, a meno che nel frattempo non sia tornata dalle vacanze e abbia fornito spiegazioni o formulato scuse, grazie Martina Strazzer. Pensavo fossi stata scema a non tenerti una che avevi assunto come colpo d’immagine e a non calcolare che quella poi t’avrebbe sputtanata. E invece sei stata di quella rara intelligenza che serve a stare zitta, immobile, inerte grumo di molecole finché non si dimenticano tutti anche di questo scandalo. Mentre i social macinano video di venditori di scimmie di mare che ti dicono quanto sbagli.