Make élite great againCasa Epstein, e il dramma di quelli che non si sa che cosa sono ricchi a fare

Il New York Times ha pubblicato le foto della casa di Manhattan del finanziere al centro dello scandalo sessuale di cui tutti sono tornati a parlare. Quelle immagini non dicono niente sul caso giudiziario, ma dicono moltissimo sull’incapacità dei miliardari di farsi un salotto decente

AP/Lapresse

Ho un faldone, in condivisione con un’amica, intitolato “Cosa sei ricco a fare” (sottotitolo: “Sarei una ricca migliore di te”). Contiene foto, specialmente degli ultimi cinque anni ma non solo, di dettagli orrendi di case di ricchi.

Di ricchi senza gusto, di ricchi senza cultura, di ricchi senza criterio, di ricchi senza privacy, cioè degli unici ricchi di cui disponiamo oggi: nell’epoca in cui anche chi ha ereditato i soldi perlopiù non se ne sta nascosto, le case dei ricchi le vediamo quanto vediamo quelle degli influencer scrocconi.

C’è stata questa interessante virata che è quella per cui Jeff Bezos non si sposa di nascosto pur avendo i mezzi per farlo: che anche chi ha i fantastiliardi è esibizionista come chi vorrebbe averli. La norma non è John Elkann che non ha i social: la norma è Marco De Benedetti che si riprende facendo lo sci d’acqua.

Anni fa Caitlin Moran intervistò Lady Gaga e le chiese come mai non ci fosse neanche una sua foto paparazzata (erano i tempi in cui esistevano ancora i paparazzi e i rotocalchi), e lei rispose che quel che le altre famose spendevano in brillocchi, lei lo spendeva in sicurezza: se investi in un numero sufficiente di guardie del corpo, di ristoranti in cui mangi solo tu come in “C’era una volta in America”, di isole private in cui andare in vacanza, usciranno di te solo le foto che hai deciso escano. Non era moltissimi anni fa, ma era un’altra epoca: la privacy era un lusso, mica un fastidio.

Quindi, ormai la norma per la classe dirigente è fotografarsi, e la norma è non avere gusto. Se il faldone da ieri si arricchisce di nuovi dettagli è solo per la seconda ragione: le foto, per una volta, non le ha messe il ricco stesso, ma vengono da un fascicolo giudiziario. Quello su Jeffrey Epstein, dal quale il New York Times ha ottenuto un po’ di foto della casa, una deliziosa lettera di Woody Allen, e un’informazione che solo a quel settore di analfabeti che sono gli intellettuali americani può sembrare pruriginosa: in casa di Epstein c’era una copia della prima edizione di “Lolita”.

“Lolita”, miei graziosi ignorantelli, è forse il più importante romanzo del Novecento americano (e dico «forse» solo perché il Novecento è lungo abbastanza da andare da Edith Wharton a Tom Wolfe, da Henry James a Donna Tartt, e insomma scegliere un libro solo è un’audace impresa): veramente voi considerate averne una copia in casa un segno di perversione criminale?

Naturalmente “Lolita” è un pretesto: serve a ricordarci perché fingiamo d’interessarci a Epstein (per il suo presunto traffico di carne giovane, e per la renitenza di Donald Trump nel far uscire i dossier), ma sappiamo tutti benissimo che non siamo corsi ad aprire la pagina del New York Times per ragioni morali: ci siamo andati per vedere le foto degli arredi orrendi, e dire a noi stessi che, se potessimo permetterci di ristrutturare una palazzina di sette piani a Manhattan, la arrederemmo assai meglio.

Il New York Times lo sa, e quindi mette in apertura una roba che non saprei come definire. Ricopio la didascalia del giornale: «La scultura di una sposa attaccata a una corda penzola in uno degli ingressi». Procedo a descrivere cosa si vede. L’atrio, che fa sembrare gli appartamenti di Donald Trump come dei capolavori di minimalismo, ha una scala (i soffitti sono meno bassi di quelle drammatiche foto della famiglia Trump negli inutilmente costosi appartamenti della Trump Tower in cui il pover’uomo quasi sbatteva la testa), dietro la quale ci sono due pareti con affreschi di nuvole, incorniciati da cornici d’oro, e d’oro sono anche le lampade montate sugli affreschi, e i fregi che stanno sotto gli affreschi, e quelli sopra, e la cornice del soffitto.

Ora, è vero che da quando i ricchi hanno smesso d’avere competenze estetiche e competenze grammaticali vediamo case brutte (e didascalie Instagram piene di errori) anche quando scelgono d’essere sobri (le case sobrie sembrano tutte arredate in omaggio alle sale d’attesa per la prima classe negli aeroporti, o ai boutique hotel), ma tutto quest’oro non sarà troppo?

Non è il punto, giacché, appunto, la sposa. Una donna nera, con velo e abito bianco ma sopra al ginocchio, si sta calando da una corda: scappa dalle nozze? È una scultura di qualche autore famoso? È una poderosa metafora delle ragazze che Epstein usava come schiave sessuali? Non lo sappiamo e non lo sapremo mai, perché Epstein è morto, Ghislaine Maxwell non parla, e la verità probabilmente non la sapremo mai.

Altre foto mostrano camere da letto arredate come quelle delle case al mare dei ricchi di prima generazione, con le plafoniere a conchiglia (Gesù piccino picciò) e le tende a righe blu. In una specie di studio (in quella che è l’idea d’un analfabeta d’uno studio, coi libri illustrati poggiati su tavoli ai quali nessuno s’è mai seduto a leggere neanche un bugiardino) c’è una tigre impagliata. Sembra di guardare l’Instagram di Elisabetta Franchi.

E questo è tutto ciò che sapremo di Epstein. Non se fosse ironico o no (io dico di sì) Woody Allen nella lettera per il suo compleanno che il NYT pubblica, in cui dice che le prime volte che sono andati a cena lì servivano il secondo prima degli antipasti, poi Soon Yi (la moglie di Allen) ha insegnato al padrone di casa a ricevere. Non cosa ci faccia Woody in una foto incorniciata in cui parla con Steve Bannon. Non so se, visto che appare incorniciata anche una foto di Jeffrey e Ghislaine ricevuti da Giovanni Paolo II, con Epstein sia morta anche la verità su Emanuela Orlandi.

Non ci serve a niente leggere che l’ex primo ministro israeliano, Ehud Barak, gli scrive che lui è un collezionista di persone, o che tra le lettere per il compleanno (quelle da cui veniva la lettera di Trump coi disegnini delle donnine nude: sospetto che questo articolo del New York Times sia motivato più che altro dall’invidia per lo scoop del Wall Street Journal) ce ne sia anche una di Noam Chomsky: non più di quanto ci serva leggere le didascalie alle foto d’una festa su Chi.

Semmai ci serve solo a sapere che Trump avrà le sue buone ragioni per non voler far sapere ai suoi elettori che c’era anche lui nei giri di Jeffrey, mica solo Bill Clinton, ma il dramma è che non vuol dire niente la presenza di nessuno, se non una cosa che rappresenta il nostro rimosso: i ricchi si frequentano tra loro, i potenti si frequentano tra loro, quelli che contano qualcosa si frequentano tra loro. Non si fa all’ingresso delle cene dell’alta società una selezione morale o politica: si fa una selezione di rilevanza, e il principale fattore di rilevanza sono sempre i soldi.

In “Summer of our discontent”, il suo libro su come il 2020 ha cambiato il mondo (di cui prossimamente magari parliamo più in dettaglio), Thomas Chatterton Williams nota una cosa dirimente: George Floyd ammazzato dalla polizia è un uomo nero, ma soprattutto è un uomo povero. Eravamo così impegnati coi dettagli identitari che ci siamo dimenticati che la principale identità è ancora e sempre quella dell’appartenenza di classe.

Capisco che si debba stare attenti a non scivolare in quella scena di “Ecce Bombo” in cui Moretti s’innervosiva con l’avventore che diceva che rossi e neri erano tutti uguali, però a me non sembra così stupefacente vedere la conferma che, anche prima che nel 2020 si cominciasse a fotografarsi in casa e quindi avessimo modo di sapere che gusto dozzinale per l’arredo avevano i ricchi, esistessero già album fotografici in cui tutti apparivano con tutti, e Clinton e Trump avevano le stesse frequentazioni – le avevano peraltro a prescindere da Epstein: i ricchi newyorkesi vanno negli stessi posti come tutti i ricchi di tutte le città.

Mi fanno più impressione le plafoniere a conchiglia e i lampadari blu e le tigri impagliate. Saranno troppo impegnati a fotografarsi per trovare un arredatore decente.

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