Coni zoldani e cadoriniIl gelato buono nacque in alta montagna

Dalle valli bellunesi sono partiti i gelatieri che nel tempo hanno reso il dolce artigianale italiano un prodotto apprezzato in tutto il mondo

Foto di Nationaal Archief su Unsplash

«Il carretto passava e quell’uomo gridava: gelati». Un Lucio Battisti d’epoca, un ricordo d’infanzia, la didascalia di una vecchia foto. I carretti dei gelatai ambulanti, oggi un articolo più o meno originale per arredare i prati e i saloni di matrimoni, feste ed eventi vari, un tempo hanno contribuito a democratizzare il gelato, accompagnandone la transizione da dessert d’élite, nato nel Rinascimento, intorno al 1565, a Firenze, grazie all’architetto Bernardo Buontalenti, alla corte di Caterina de’ Medici, a dolce popolare e amatissimo, un refrigerio nel caldo dell’estate disponibile per tutti a una piccola somma.

Si racconta che fu Giovanni Torre, di Sanremo, agli inizi del Novecento, di ritorno da Parigi, a introdurre in Italia il concetto del gelato da consumare fuori casa, ispirato dalle parigine, le cialde con dentro il gelato, antenate dei coni, da vendere ai passanti.

Ma già alla fine dell’Ottocento era iniziata l’emigrazione degli artigiani gelatieri dalle Dolomiti Bellunesi: dalla Val di Zoldo e dal Cadore. Montagna di un tempo, villaggi poveri, retti a malapena da un’economia di sostentamento, da cui si partiva per andare a cercare fortuna, ma anche popolati da gente ricca d’inventiva e di spirito imprenditoriale.

Le materie prime erano a disposizione in loco – latte, panna, uova e frutti di bosco – e c’era abbondanza di mezzi di refrigerazione: ghiaccio naturale, acqua gelida di torrente e grotte adatte alla conservazione.

Prima aprirono piccoli chioschi o laboratori dove, con mezzi semplici e spesso rudimentali, producevano e vendevano gelato, poi, preannunciati dal suono di una campanella, percorsero l’Italia e l’Europa, girando con i tipici carrettini trainati a mano o da biciclette per le strade e all’interno dei quali tenevano gelatiere di legno e metallo. Questi strumenti, riempiti di ghiaccio e sale, permettevano di mantenere freddo il gelato anche nelle giornate più calde.

L’abilità dei gelatai del Cadore stava proprio nella capacità di creare un prodotto fresco e realmente artigianale con pochi ingredienti genuini. Le prime ricette erano semplici, ma, grazie alla continua sperimentazione e all’influenza delle tradizioni locali dei luoghi in cui si stabilivano, i gelatai cadorini innovarono costantemente i gusti e le tecniche di lavorazione.

Foto di Margaret Polinder su Unsplash

Diventarono quasi proverbiali: Cadorina, così come Venezia, è ancora oggi appellativo di molte gelaterie e garanzia di un certo tipo di prodotto, che del resto non è sparito con i carrettini che comunque, con un silenzioso motore elettrico, o in una versione più moderna tipo mini food truck, stanno tornando ad apparire, non solo nei ricercatissimi modelli vintage. Un’eredità del Covid, che li ha riportati in auge in tempi di fobia degli spazi chiusi.

Né sono spariti i gelatieri – che preferiscono questo nome a quello di gelatai – delle valli del Bellunese che in un sito dedicato in particolare alla val di Zoldo raccontano il loro passato, ma soprattutto il loro presente, compresa l’antica e amichevole rivalità tra zoldani e cadorini.  Cognomi come De Polo, Talamini, Adami, Da Rin e molti altri sono ancora garanzia di qualità nelle migliori gelaterie d’Italia e d’Europa. E le gelaterie artigianali fondate da cadorini sono diffuse in tutto il mondo. Da Vienna a Parigi, da Londra fino agli Stati Uniti.

Per chi è curioso della storia di queste avventure e dei loro tanti risvolti, dalla storia del costume all’economia, riaprirà presto il museo dedicato alla storia del gelato artigianale in Val di Zoldo e nel Cadore. Già ospitato a Dont di Zoldo, avrà una sua sede fissa nell’ex plesso scolastico a Forno di Zoldo. Nel frattempo una piccola parte della collezione e dei cimeli è esposta in un’apposita area tematica al Gelato Musem allestito all’interno dello stabilimento dell’azienda Carpigiani ad Anzola dell’Emilia (Bologna).

Storia, lavorazione, strumenti d’epoca, fotografie, documenti e testimonianze che raccontano l’evoluzione del mestiere e della produzione del gelato. Tra antiche gelatiere, stampi di metallo, manifesti pubblicitari e, naturalmente, i pittoreschi carretti.

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