L’arte della maleducazioneBasterà una guida delle buone maniere per salvare i musei?

Ogni anno sale il numero delle opere d’arte danneggiate per la noncuranza dei visitatori dei musei. Complici i social, i selfie, e un’arte che non viene più ammirata per imparare, ma per essere esibita

Galateo Musei

Secondo “Impresa cultura”, il ventunesimo Rapporto Annuale Federculture 2025, nel 2024 i musei statali hanno registrato il numero record di 60,8 milioni di visitatori, per un valore di introiti lordi di trecentoottantadue milioni di euro, con un aumento del 5,4 per cento di visitatori rispetto all’anno precedente. In questo dato sono considerati anche i musei autonomi, che comprendono quarantatrè istituti tra musei e parchi archeologici, che nel 2024 hanno accolto 44,7 milioni di visitatori e incassato trecentosedici milioni lordi. Secondo i dati la cultura si conferma infatti il principale motore della domanda turistica italiana: il cinquantasette per cento del totale della componente turistica straniera sceglie la penisola «proprio per la ricchezza dei luoghi e l’unicità dell’offerta culturale». 

Insieme al numero crescente di presenze dall’estero stanno aumentando anche i tentativi di gestire tali flussi, e di mitigare gli effetti negativi di overtourism e del sovraffollamento che preclude l’esperienza di godere delle bellezze artistiche di un luogo. A Roma, progetti come Unexpected Itinaries of Rome, provano a promuovere itinerari meno conosciuti e decentralizzati, per decongestionare il centro dai troppi turisti. Molti musei hanno introdotto l’obbligo di prenotazione per migliorare la qualità della visita, e sono sempre di più le persone che scelgono le visite guidate per evitare il caos.

Insieme al problema della gestione dei flussi turistici, però, c’è anche quello del comportamento di visitatrici e visitatori. Durante una visita a Palazzo Maffei, a Verona, un uomo si siede sulla “Sedia Van Gogh” dell’artista Nicola Bolla per scattare una foto. L’opera, interamente ricoperta di Swaroski, crolla sotto al suo peso. Al Museo Santa Giulia di Brescia una visitatrice cadendo squarcia un’opera di Alessandro Bonvicino. Al Museo di Arte Antica di Lisbona un visitatore si avvicina alla statua di San Michele Arcangelo per farsi un selfie, si sbilancia e fa cadere la scultura, distruggendola. Al Museo Picasso di Parigi un uomo nota una giacca blu, appesa ad un attaccapanni. Pensando sia stata dimenticata da qualche visitatore, la prende dal muro e la indossa. Si tratta però dell’opera Old Masters, dell’artista spagnolo Oriol Vilanova. Durante una visita alla Galleria degli Uffizi un turista si avvicina al Ritratto di Ferdinando de’ Medici gran principe di Toscana per farsi scattare una foto. Inciampa e cade sul quadro, provocando uno squarcio sulla tela. 

«Il problema di visitatori che vengono nei musei per fare meme o scattare selfie per i social è un dilagante ha affermato  il direttore degli Uffizi Simone Verde, commentando l’episodio . Porremo dei limiti molto precisi, impedendo i comportamenti non compatibili con il senso delle nostre istituzioni e del rispetto del patrimonio culturale».

Tra selfie e comportamenti poco consoni, diverse istituzioni museali hanno provato a trovare delle soluzioni. Il museo del Prado a Madrid per esempio ha vietato fotografie e selfie all’interno della struttura per proteggere le opere d’arte e garantire una migliore esperienza di visita, come ha fatto anche il Frick Collection di New York. In Italia, il media digitale dedicato ai consumatori di cultura Libreriamo ha raccolto le testimonianze dei principali direttori museali italiani e ha stilato il primo “Galateo dei Musei”, un manuale contenente undici regole di bon ton «per vivere l’esperienza museale in modo autentico e rispettoso», in previsione dell’afflusso turistico previsto per questa estate. Il manuale prevede undici regole da seguire per una corretta fruizione dello spazio museale: non portare borse troppo piene, evitare di parlare ad alta voce, non consumare cibo o bevande e non fumare, evitare di rispondere al telefono, non sostare troppo tempo davanti a un’opera d’arte, non fotografare tutto, non utilizzare il flash, evitare bastoni dei selfie, prestare attenzione a dove si cammina, non avvicinarsi troppo e non toccare le opere esposte, non appoggiarsi alle pareti. 

Queste semplici regole molte delle quali ormai già assodate rischiano però di modificare radicalmente la fruizione delle opere d’arte. In un articolo del Guardian, lo scrittore londinese Ravi Ghosh afferma che l’arte richiede spazio per essere apprezzata in modo appropriato. Dopo aver visitato la retrospettiva di Antony Gormley alla Royal Academy, infatti, si dice dispiaciuto di non aver avuto abbastanza tempo per apprezzare l’arte «come l’artista avrebbe voluto». 

Secondo il sociologo e fondatore di Libreriamo Saro Trovato i musei sono posti pubblici che devono ospitare più persone possibili, «proprio come avviene nei centri commerciali». Aggiunge che come avviene in tutti i luoghi aperti al pubblico, occorre avere rispetto per l’ambiente che li sta ospitando e per le altre persone che stanno visitando una mostra o un museo e vogliono vivere un’esperienza unica. La direttrice del MUDEC Marina Pugliese che ha partecipato alla stesura del Galateo dei Musei parla di una “combinazione esplosiva” tra la concentrazione eccessiva di visitatori rispetto a una sensata gestione degli spazi in sicurezza e l’utilizzo pervasivo dei social media, fenomeno che riguarda soprattutto le istituzioni da milioni di visitatori l’anno. «Interessante è ragionare sul fatto che i musei hanno lavorato negli ultimi trent’anni sul cercare di diventare luoghi accoglienti e inclusivi e adesso si trovano ad affrontare conseguenze imprevedibili, legate anche al deficit di attenzione imposto dai media», aggiunge. 

Massimiliano Raffa, assegnista di ricerca in sociologia presso l’Università degli Studi dell’Insubria, ritiene che questa “lunapark-izzazione” dei musei sia il sintomo di una trasformazione strutturale più profonda che investe l’intero ecosistema turistico e culturale, inscrivendosi nella logica dell’ “economia dell’esperienza”, dove il valore non risiede più nella contemplazione o nell’apprendimento ma nella produzione di contenuti condivisibili e nella stimolazione sensoriale immediata. 

«Per come la vedo io dice gallerie e musei, pressati dalle dinamiche di sostenibilità economica e dall’imperativo della “democratizzazione culturale”, si trovano intrappolati tra la necessità di attrarre masse crescenti di visitatori e la preservazione della loro funzione educativa originaria, e questa trasformazione riflette giocoforza un mutamento più ampio con il passaggio da un turismo di formazione a un turismo di consumo esperienziale dove il “selfie davanti all’opera” diventa più importante dell’opera stessa». Da spazi di riflessione e di apprendimento, i musei diventano così dei palcoscenici, dove poter esibire una performance identitaria digitale.

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