Notte di concertoPeter Gabriel suona dal vivo, e altri 10 imperdibili album live

L’uscita di due vecchie esibizioni dell’ex cantante dei Genesis è l’occasione per ricordare la sua unicità sul palco, e di fare un elenco dei migliori dischi rock registrati davanti ai fan

Da PeterGabriel.com. Foto di Armando Gallo

Peter Gabriel è notoriamente uno degli artisti più innovativi della storia del rock, sia per le sperimentazioni musicali in studio sia per le sue leggendarie performance dal vivo. Senza rispolverare le trasformistiche esibizioni da front man dei Genesis, ahinoi abbandonate a soli ventiquattro anni, i suoi concerti solistici degli anni Ottanta e Novanta sono stati il punto di equilibrio più alto tra perfezione sonora, spettacolarità scenografica, e simbiosi fisica e spirituale con gli spettatori, specie quando cantava “Lay your hands on me”, e il pubblico raccoglieva l’invocazione messianica alzando le braccia e aspettando che Peter si buttasse sopra le loro teste fidandosi dei fan, che prima lo trascinavano al centro dello stadio e poi lo riconsegnavano delicatamente al palco.

Nelle ultime settimane di questo 2025, dopo aver finito di suonare dal vivo il disco “i/o” (senza più stage diving, vista l’età), Gabriel ha pubblicato due album che fotografano altrettanti concerti live recuperati dal suo archivio.

Il primo album si intitola “In the big room” ed è un concerto intimo registrato dal vivo nella sala grande dei suoi Real World Studios il 23 novembre 2003: un album che non aggiunge né toglie niente alla sua straordinaria carriera, in quel momento non particolarmente luminosa (“Up”, il disco di quel periodo, è l’unico album debole della sua discografia).

Più interessante, invece, il secondo live, pubblicato a inizio agosto, intitolato “Live at Womad 1982”. In quell’occasione, Gabriel presentò al pubblico i brani del suo quarto disco solista, “Security”, non ancora pubblicato e quindi sconosciuto ai fan, un po’ come successe otto anni prima durante il tour americano di “The Lamb lies down on Broadway” dei Genesis e, in parte, con il tour del 2024 con i brani di “i/o” pubblicati nei giorni di luna piena (al concerto di Milano se ne conoscevano più o meno la metà dei dodici contenuti nel disco e suonati dal vivo).

“Security” contiene alcune delle più belle canzoni di Peter Gabriel, a cominciare da “San Jacinto” fino a “Shock the monkey” con cui scosse Sanremo lanciandosi con la liana sulle teste dei dirigenti Rai seduti in prima fila, per atterrare poi di schiena su una cassa acustica.

In “Live at Womad 1982”, il brano che si riascolta con più piacere è “The Rhythm of the heat”, soprattutto per l’apporto ritmico del gruppo di percussionisti Ekomé. Quel concerto programmato nel cartellone del Womad, il festival di world music organizzato da Gabriel, ha una valenza storica perché diede vita, suo malgrado, all’unica reunion dei Genesis, avvenuta il 7 ottobre 1982 al Milton Keynes Field nel sudest dell’Inghilterra (altro che fratelli Gallagher, altro che chiacchiere).

Womad fu un disastro finanziario per Peter Gabriel, così i suoi ex compari – che avevano già pubblicato “Duke” e “Abacab”, e poco prima avevano perso anche il chitarrista Steve Hackett – decisero di dare una mano a Gabriel, e insieme organizzarono un concerto di beneficenza dei cosiddetti Six of the best (i cinque Genesis dell’era Gabriel, più il batterista Chester Thompson che dal momento in cui Phil Collins aveva sostituito Gabriel alla voce solista era diventato il batterista dei Genesis).

La giornata era piovosa, i fan inzuppati d’acqua, Hackett arrivò in ritardo dall’America, gli straordinari Talk Talk che aprirono il concerto dei ritrovati Genesis furono ingenerosamente fischiati, mandando in depressione quel gigante di Mark Hollis, e la registrazione video e audio non fu approntata in modo adeguato. Quella dei Six of the best è rimasta un’esibizione unica, irripetibile, con i brani di “The Lamb”, i capolavori di “Selling England”, il richiamo alle origini di “The knife”, il mini trattato di prog-rock che è “Supper’s ready”, e poi “Solsbury Hill”, il primo successo solista di Peter Gabriel che racconta l’uscita del gruppo («I was feeling part of the scenery. I walked right out of the machinery»), e “Turn it on again” dell’era Collins.

Insomma, un concerto dei Genesis di Peter Gabriel, aperto dai Talk Talk di Mark Hollis, una cosa per cui qualcuno oggi darebbe un rene per poterci andare, d’ya know what I mean?

I tour di “Security”, il quarto album, di “So” e di “Us”, il quinto e il sesto disco di Peter Gabriel, sono stati per due decenni quanto di meglio un evento musicale potesse offrire agli spettatori. Ho visto Gabriel per la prima volta il 9 luglio 1983 a Londra, allo stadio del Crystal Palace, esattamente un mese prima era uscito il doppio album “Peter Gabriel Plays Live” con la favolosa fotografia di Peter con la faccia dipinta di bianco e blu scattata da Armando Gallo. Potrei scrivere pagine e pagine su quel concerto londinese, reso unico dalla sostituzione in corsa di Jerry Marotta con Phil Collins alla batteria, ma mi limito a sottolineare che per me la registrazione di quel tour è diventato uno dei più straordinari doppi album dal vivo della storia del rock.

Oggi i dischi live non hanno più nessuna presa, e tranne poche eccezioni anche i concerti sono diventati altro eventi, esperienze, product placement e sempre meno liturgia laica e «notte di concerto» (copyright Flavio Giurato, espressione ora molto usata da Lucio Corsi che di Giurato, e di Peter Gabriel, è un grande fan). Ma anche quando i concerti e gli album erano una cosa seria raramente i dischi live trascendevano le versioni originali dei brani ed entravano nella leggenda.

Io ho un elenco di dieci album che, oltre a “Peter Gabriel Plays Live”, faccio entrare nel pantheon dei più gloriosi dischi dal vivo. Non ci metto nessun disco jazz, perché buona parte della discografia jazz è registrata dal vivo, e quindi dovrei metterne cento, e non menziono nemmeno gli innumerevoli live di Neil Young o di Frank Zappa, o quello elettrico di Bob Dylan, o il confanetto “Live 1975/85” di Bruce Springsteen, o uno dei due dei Talking Heads, o “Under the red blood sky” degli U2, nonostante questo disco prima del trionfo globale abbia stabilito l’estetica epica della band irlandese.

Qui scrivo di album live unici e universali, e al contempo definitivi o quasi sulla carriera di un artista o di un gruppo. E quindi, oltre a “Peter Gabriel Plays live”, un altro è “Bring on the night” di Sting, anno domini 1986, che fin dal primo brano, un medley di “Bring on the night” e “When the world is running down”, alza a livelli stratosferici lo standard dei concerti rock e delle sue rappresentazioni in vinile. Le canzoni di Sting sono le canzoni di Sting, basterebbero da sole, ma suonate da una favolosa band composta da Omar Hakim, Kenny Kirkland e Brandford Marsalis sono molto di più. Di fatto Sting ha approntato per quel tour una jazz band prestata al rock, come quella ancora più straordinaria di cui si è servita nel 1980 Joni Mitchell per il tour “Shadows and light” diventato omonimo e leggendario live album. La banda di Joni era composta da Pat Metheny, Jaco Pastorius, Michael Brecker, Lyle Mays e Don Alias. Una formazione inimmaginabile, un suono irripetibile.

Altri due live album di questo rango sono “Paris” dei Supertramp e “Alchemy” dei Dire Straits. «Bonsoir Paris, bienvenue à la soirée avec Supertramp» è del 1980, registrato alla fine alle 1979, e coglie i Supertramp all’incrocio esatto tra le radici prog e l’evoluzione nel pop elegante di “Breakfast in America”.

“Alchemy” dei Dire Straits, uscito nel 1984 e registrato a Londra nel 1983, contiene una fantasmagorica versione di “Sultan of swing”, che segue il trio di canzoni “Romeo and Juliet”, “Love over gold” e “Private Investigation”. Poi ci sono “Tunnel of love” introdotta da “The carousel waltz” di Oscar Hammerstein e Richard Rodgers, e l’incredibile finale di “Going Home”, un brano dalla colonna sonora di “Local Hero” firmata da Mark Knopfler.

Un altro album storico è il leggendario “The concert in Central Park” di Paul Simon e Art Garfunkel, registrato nel 1981 a Manhattan durante un concerto di beneficenza per il parco, e uscito nel 1982, la prima rimpatriata dei due cantautori dopo la separazione del 1970; poi “Absolutely live” di Rod Stewart con i cori irresistibili dello stadio sui lentoni del cantante inglese; e ancora “Peter Frampton comes alive” dell’ex chitarrista degli Humble Pie e campione del talk box (l’effetto della chitarra parlante); “Oil on canvas” (1983) dei Japan così minimalista che si fatica a percepire la presenza del pubblico; “Live!”di Bob Marley and The Wailers, del 1975, l’introduzione del reggae giamaicano e del suo re a Londra; e, infine, “MTV unplugged in New York” (1994) dei Nirvana, il live acustico registrato nel 1993 cinque mesi prima della morte di Kurt Cobain, un disco con cui la band di Seattle ha dimostrato che sotto la sovrastruttura grunge c’erano molte belle canzoni.

Non so se questi siano i migliori album live della storia del rock, ma sono i miei.

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