È «Follow the money» la frase più famosa che sia mai stata detta in un film con Robert Redford? Forse sì, e quindi possiamo considerare un omaggio al biondo il fatto che «follow the money» (che tradurremo liberamente con: dietro le questioni di principio, ci son sempre i soldi) sia la spiegazione alla notizia del giorno. Ma non partiamo da questo. Partiamo dai miei errori.
La prima cosa che ho pensato, quando mercoledì la Abc ha annunciato che il programma di mezzanotte di Jimmy Kimmel non sarebbe andato in onda quella sera né per chissà quanto tempo, «sospeso a tempo indeterminato», è stata che l’unico a poter stare tranquillo era Jimmy Fallon.
Stephen Colbert l’hanno già fatto fuori, la Cbs ha annunciato che chiuderà definitivamente l’anno prossimo, ed era stato in agosto proprio Kimmel a mettere il faccione su un cartellone promozionale per gli Emmy con la scritta «Io voto per Stephen» (gli Emmy sono stati domenica: Colbert ha vinto, non sapremo mai se per merito o perché simboleggiava i comici invisi a Trump).
Ma Fallon, sulla Nbc, a Trump scompigliò pure i capelli durante la campagna elettorale del 2016 prendendosi accuse di intelligenza col nemico, Fallon non ha mai fatto una battuta ficcante in vita sua, Fallon è abbastanza innocuo da durare, ho pensato. Tenerella. Poco dopo, rallegrandosi sui social per la sospensione di Kimmel, Trump ha chiesto pure la testa di Fallon (e quella di Seth Meyers, che fa il programma a notte fonda). Una non vorrebbe dar ragione a chi ti dà del fascista, Donald, ma tu ce la costringi.
Vi ricordate quando esisteva la società occidentale? Era una convenzione, come tutto. Una convenzione che, tra le altre cose, prevedeva che ci fossero i comici e che, se qualcosa che dicevano ci offendeva, ce la mettessimo via.
Quando avveniva una censura, ce ne indignavamo: «editto bulgaro» si colloca ancora tra le locuzioni preferite dei polemisti scarsi italiani, quelli per cui tutto ciò che va male nel mondo è coda lunga del berlusconismo. Come se Berlusconi non sembrasse Churchill, rispetto a questi qua.
Poi è arrivata quella che, sempre per convenzione, viene chiamata cancel culture, e abbiamo fatto finta che non fosse anche quella censura, bensì una ragionevole questione di sensibilità delle minoranze e altre puttanate per cui, sì, pure da sinistra si chiedeva la testa di chi osava indisporci, ma lo si faceva per ottimissime ragioni.
E ora abbiamo fatto il giro, ed eccoci qui con la cancel culture di destra: non fai in tempo a inventarti un format che la concorrenza te lo arrubba, che mondo signora mia, non c’è più rispetto.
La cancellazione – scusate: sospensione a tempo indeterminato – di Kimmel avviene perché esiste un ente governativo che si chiama FCC, Federal Communications Commission, in genere preposto a multare le reti generaliste se osano trasmettere una parolaccia (poi quando dico che è un paese di citrulli mi dite che esagero). Il capo dell’FCC mercoledì ha detto in un podcast che una certa cosa detta da Kimmel era «rivoltante», e che la FCC avrebbe potuto multare la Abc. Aveva detto «fuck» o altre intrasmettibili volgarità? Macché: è un professionista, sa cosa gli è concesso. La battuta con cui s’è inguaiato ve la dico tra un po’ (spoiler: la ragione non è veramente quella battuta lì, la ragione è il denaro – ma anche a questo poi arriviamo).
Prima vediamo cosa c’era nel suo ultimo monologo andato in onda, quello di martedì sera: mentre scrivo è ancora su YouTube. Il canale “Jimmy Kimmel Live” ha quasi ventuno milioni di iscritti, che sono parecchi di più di quanti ormai guardino la tv di mezzanotte sulle reti generaliste americane. In caso qualcuno si accorga che è più diffamatorio tenere Kimmel lì che in tv, e tolga i filmati, ho preso appunti per voi.
«Come si cambia nel giro di un’elezione: due anni fa questi imbecilli erano tutti per il primo emendamento, ora vogliono saltare direttamente al secondo» (il primo emendamento della costituzione americana è quello sulla libertà d’espressione, il secondo quello sulla libertà di avere armi da fuoco: Kimmel non sapeva di star facendo la battuta riassuntiva del suo imminente licenziamento).
«Deciditi: vuoi essere un dittatore o solo uno stronzo?»: qui stava commentando un filmato invero incredibile di Trump che, a una domanda sull’inopportunità dei suoi interessi economici in conflitto con le sue mansioni presidenziali, chiedeva al giornalista di dove fosse e, quando quello rispondeva che lavora per una tv australiana, diceva ah, il suo primo ministro sta per venire a trovarmi, lei sta facendo fare brutta figura all’Australia, gli parlerò di lei.
E poi: il capo dell’Fbi che tira su col naso per tutta l’audizione al Senato, gli inglesi che sventolano gigantografie di Trump e Epstein, l’ambasciatore americano in Inghilterra licenziato perché era tra quelli che scrivevano biglietti di buon compleanno a Epstein, la causa per quindici miliardi di dollari di Trump al New York Times («ma non dice sempre che stanno fallendo? Quanti soldi gli avrebbe chiesto se fossero stati in forma?»), JD Vance che conduce il fu podcast di Charlie Kirk dalla Casa Bianca e dice che sì, pure a destra ci sono i matti, ma tutti i violenti sono a sinistra, «e insomma deciditi», o mammole troppo spaventate dalla pallina per giocare a tennis, o pericolosi killer.
Insomma, le cose che dice un comico e che, si era convenuto nelle società occidentali, la gente di potere si lascia dire perché tenerti il giullare è il modo in cui mostri al popolo che sei un sovrano illuminato. Poi sono arrivate le regole dell’antitrust. Cosa c’entrano? C’entrano.
Vi ricorderete che di Colbert hanno annunciato la chiusura perché la conglomerata che possiede la Cbs deve avere il via libera a una fusione, e quindi tenersi buono il governo. La storia di Kimmel è ancora meglio.
Le reti generaliste americane si chiamano network perché il loro segnale nazionale è distribuito dalle reti televisive locali (un po’ come quando Berlusconi mandava le videocassette per simulare la diretta facendo partire in tutta Italia lo stesso programma alla stessa ora). Kimmel non l’ha sospeso la Abc. L’ha fatto sospendere – dicendo che non avrebbe più potuto distribuirlo ai provinciali abitanti delle sue zone, offesissimi dalla battuta «Tra le nuove bassezze del fine settimana, la gang Maga che prova disperatamente a caratterizzare il ragazzo che ha ammazzato Charlie Kirk come qualunque cosa purché non uno dei loro, e a monetizzarlo politicamente», fatta lunedì – una società che non avete mai sentito nominare, la Nexstar.
La Nexstar distribuisce il segnale al 39 per cento delle case degli americani, che è anche il massimo consentito da una regola che la FCC ha il compito di far rispettare e che serve a evitare i monopoli. La Nexstar sta per acquisire un’altra società di distribuzione che non avete mai sentito nominare, la Tegna. E cosa succede se le due aziende si uniscono? Che distribuiranno i programmi televisivi all’80 per cento degli americani. Alla Nexstar serve che la FCC cambi la regola per loro, che legalizzi il monopolio con una legge che ai tempi di Silvio avremmo chiamato ad personam. Cosa volete che sia, un Kimmel, se puoi chiudere un accordo da sei miliardi e duecento milioni di dollari.
Nexstar, avendo per ora appunto il 39 per cento della distribuzione di Abc, avrebbe potuto boicottare meno della metà della messinonda di Kimmel. L’altro distributore è una società che si chiama Sinclair, che ieri sera ha diffuso un comunicato secondo il quale la sospensione «non è abbastanza». Se questa implicita richiesta di crocifissione in sala mensa vi pare bislacca, vi suggerisco di follow the money: Sinclair aveva fatto un’offerta per acquisire Tegna. Quegli altri si sono fatti belli con la FCC come il bambino più secchione della classe, e ora a loro tocca recuperare terreno.
Ma perché Nexstar si è precipitata a far fuori Kimmel, e perché Sinclair ha tentato di dimostrarsi altrettanto zelante suggerendo che al posto di Kimmel vada un programma commemorativo su Kirk? Perché Charlie Kirk, morendo, è diventato una macchia di Rorschach. La sinistra ci vede «eh però diceva cose aggressive, poi si sa che incontri il lupo» (scusaci, Giambry: avevamo sbagliato nell’attribuire il tuo pensiero allo schieramento avverso). La destra ci vede «possiamo finalmente anche noi fare quelli con le sensibilità offese e far licenziare la gente».
Confesso d’aver molto riso quando ho visto il primo licenziato, uno del reparto inclusività di Microsoft, con l’anello al naso (cosa sei, bestiame?), che piangeva nella telecamera del telefono dicendo che sì, aveva gioito sui social dell’assassinio di Kirk, perché era quello che provava, e non si possono controllare i propri sentimenti. E in effetti neanch’io potevo controllare il mio trovarlo ridicolo.
Confesso d’aver molto riso anche quando ho visto Karen Attiah, editorialista del Washington Post, licenziata per aver, su un social, attribuito a Kirk una citazione imprecisa. Ho riso perché, per parlare della vicenda, Attiah ha prodotto la più kitsch delle foto, di lei conciata da statua della libertà con una copia del giornale in fiamme. Soprattutto ho riso pensando ai giornali italiani deserti se si cominciassero a licenziare tutti i responsabili di virgolettati a orecchio, a spanne, a «vabbè il senso più o meno è quello» (gli americani son così fanatici dell’etica giornalistica che da due giorni scrivono sui social che Kimmel, dicendo che l’assassino era Maga, ha «dichiarato il falso»: è un comico, non deve dire la verità, mica sta deponendo davanti a una commissione d’indagine).
Ho riso, ma insomma, ora sta iniziando a diventare “Dieci piccoli indiani” (un titolo molto offensivo per le minoranze razziali, perbacco): tra un po’ non resta più nessuno. E l’ho già detto: per i comici dovrebbero valere regole diverse – non per tutelare loro, ma per non sembrare un dittatore stronzo tu.
Farò un’affermazione spericolata: è un discorso che si applica anche a “Striscia la notizia”. Che nessuno difende perché Antonio Ricci non fa niente per fingersi simpatico, e che io stessa non ho mai guardato in vita mia, ma che era uno degli ultimissimi programmi comici in una tv ormai interamente fatta di quella formula basso budget+rumore di fondo che sono i talk-show.
Ormai gli ascolti televisivi sono argomento di conversazione non specialistico, e ogni volta che apro Twitter (o come si chiama ora) ci trovo qualcuno che dice che sarebbe uno scandalo che tornasse “Striscia”, visto che contro “Affari tuoi” perde la gara dell’Auditel. Che significa: ci sono milioni di persone che lo guardano, ma meno dei milioni che guardano l’altro programma. Con questo criterio, la Pepsi Cola avrebbe dovuto chiudere decenni fa. Con questo criterio, Fallon avrebbero dovuto chiuderlo per primo, visto che arriva regolarmente terzo con meno della metà degli spettatori di Colbert.
Non apro il capitolo su Pier Silvio Berlusconi convinto che “La ruota della fortuna”, il quiz che ora va nello spazio che per molti anni è stato di “Striscia”, sia un programma culturale, perché per analizzare questo interessante livello d’analfabetismo ci vorrebbe un trattato che non ho tempo di scrivere ora (secondo me c’entrano appunto i talk-show: a furia di guardare opinionisti imbecilli che si urlano addosso, finisci per pensare che indovinare la vocale in una parola di quattro lettere le cui consonanti sono “c” e “s” faccia di te un appartenente al Gruppo 63). Dico solo: ma non sarà che siamo diventati talmente insofferenti allo sberleffo che ci dà fastidio persino il Gabibbo?
Poi certo, è anche un momento in cui nulla è davvero censura perché tutto si può fare altrove. Conan O’Brien (fatto fuori per ragioni lunari quindici anni fa) ha il suo podcast e probabilmente non sente la mancanza del “Tonight Show”. Oltretutto se fai un podcast con un centesimo degli ascolti d’un programma di terza serata nessuno ti rompe i coglioni come farebbero se milioni di persone ti guardassero sì, ma meno milioni della concorrenza: è molto più facile spacciarsi per marchio di successo, nei territori nuovi.
Certo però non so quanto il tutto sia monetizzabile. Sospetto che avesse ragione Logan Roy quando diceva ai figli che la ciccia economica stava ancora nelle tv locali, mica nei nuovi media. Difficile che coi soldi d’un podcast si possano far lavorare le decine di persone che occupa un programma televisivo. Vorrà dire che tutti i redattori dei programmi comici li metteremo a selezionare concorrenti ai quali dare migliaia di euro perché hanno indovinato quella versione di Wordle assai semplificata che è “La ruota della fortuna”. Sarà un mondo senza comici, ma con tutti quelli che finiscono il cruciverba facilitato che si percepiscono intellettuali. Cosa potrà mai andar storto.