Papino caroMurdoch, la scemitudine dei nati ricchi e l’ultima indimenticabile stagione di Succession

Chiude dopo quattro anni una serie che avrebbe potuto continuare a metterci in imbarazzo e a sedurci per decenni. Ora ci toccherà guardare puttanate sceneggiate col bilancino come “Bridgerton”

LaPresse

«Io vi voglio bene, ma voi non siete persone serie», dice a un certo punto della nuova stagione di “Succession” il vecchio patriarca – quello che ha fatto i soldi – ai figli, quelli che sono nati ricchi. La nuova stagione di “Succession” (su Sky dal 3 aprile), la quarta, sarà l’ultima, e a chiunque ami la drammaturgia questa sembra un’ingiustizia.

Jesse Armstrong ha due anni più di me. Quando ne aveva trentotto scrisse “I Murdoch”, un film che non gli hanno mai prodotto. Cominciava con Rupert, settantottenne, che in bagno la mattina si copriva da solo i capelli bianchi con la tinta, come l’Ugo Tognazzi della “Terrazza”.

Quattordici anni dopo è cambiato tutto – al Murdoch della finzione, come probabilmente a quello della realtà, nel 2009 arrivavano le prime pagine dei giornali via fax – ma non è cambiato granché: i ricchi sono sempre diversi dai poveri, diversi se nati ricchi o ereditari, diversi tra generazioni, e identici nel delirio d’onnipotenza. Rupert Murdoch nel film mai fatto stava con Wendi, nel frattempo ha divorziato e ha sposato l’ex di Mick Jagger e s’è separato pure da lei, ora ha appena compiuto novantadue anni e il New York Post (un suo giornale) dice che l’anno prossimo si risposa (con una giovanotta sessantaseienne).

Logan Roy, il ricco della finzione che Armstrong si è inventato come ripiego quando non ha potuto raccontare Murdoch, ha smesso di essere quello-ispirato-a-Murdoch dopo dodici secondi: nell’epoca in cui gli sceneggiatori non hanno voglia di lavorare e raccontano quasi solo cose vere, le opere di finzione, allorché create da gente capace, hanno ancora un certo qual vantaggio sulla realtà. Armstrong ha creato un universo e personaggi che avrebbero potuto continuare a metterci in imbarazzo e a sedurci per decenni, e dopo quattro anni li liquida. Di “Emily in Paris” ci toccheranno come minimo ventisette stagioni.

L’altro giorno qualcuno della famiglia Agnelli ha instagrammato una foto non dissimile da quelle che potrebbe instagrammare Gianluca Vacchi, ce la siamo passata tra amici dicendoci «te lo immagini Gianni» (soliti mitomani che chiamano per nome gente vista solo in foto), ma non è che Gianni Agnelli fosse Logan Roy, il povero che ha fatto i soldi, non è che fosse Chris Rock, che guarda come delle estranee le figlie abituate agli aerei privati viaggiando sui quali lui non smetterà mai d’essere incredulo. Il ricco di terza generazione Agnelli, rispetto ai suoi nipoti ricchi di quinta, riusciva a sembrare più una persona seria solo perché abitava un mondo meno facilitatore dell’esibizionismo, un mondo in bianchennero in cui non mettevi in vetrina l’intera tua vita.

«Il signor Scrooge era un grande creatore di ricchezza per la società in cui viveva, non mi pare che il signor Dickens lo sottolinei», dice uno dei figli scemi di Logan Roy: esistono figli di ricchi non scemi? Forse no, li si può solo dividere in lagnosi e no. In Shiv, che pretende le scuse del padre perché si sta separando dal marito e i migliori divorzisti di New York Logan li ha suggeriti al genero, mica alla figlia («tu non c’eri, se fossi stata qui gli stessi nomi li avrei suggeriti a te»: che sollievo, il senso pratico dei poveri che han fatto i soldi); e in Roman che, quando il fratello si erge a suo difensore chiedendo perché il padre non si scusi di averlo picchiato da piccolo, interviene liquidando il fatto come una non notizia: «tutti mi picchiano, sono fastidioso» (“Succession” è caldamente sconsigliato a moralizzatori della drammaturgia, i quali a questo punto strillerebbero alla normalizzazione della violenza sui minori).

«Questa è una missione diplomatica incredibilmente delicata: un po’ come Israele e Palestina, ma molto più importante e molto più difficile», dice il miglior fesso di “Succession” (il genero, fesso che s’illude d’avere uso di mondo) al secondo miglior personaggio di “Succession” (il nipote, fesso che s’illude di godere della stima del patriarca). La missione consiste nell’andare a dire alla fidanzata di papà che non può fare la conduttrice del tg nella rete televisiva di famiglia, perché è negata. Come d’altra parte sono negati tutti loro, che essendo nati ricchi non sono mai dovuti diventare capaci in qualcosa.

Persino il nipote, nato nel ramo di famiglia sbagliato e in mezzo ai Roy solo da un paio d’anni, perfino lui non ha la grinta del povero che ha fatto i soldi, non impara niente, non sa mentire alla fidanzata ambiziosa del prozio (lei sì povera che ha fatto i soldi) convincendola che sia il focus group a non volerla. Che critiche hanno fatto? Le braccia, esita lui. Coglioncello.

Ieri m’è passato davanti un tweet che diceva eh sì bella “Succession” ma son tutti maschi, basta guardare la locandina per deprimersi vedendo una donna sola. Ho pensato a una scena della nuova stagione in cui torna la ex moglie di Logan, non una delle madri dei suoi figli ma Marcia, la libanese, e caccia la squinzia ambiziosa in una scena di così brutale crudeltà che i maschi tremebondi non sanno se intervenire. Ho pensato che le donne sono come le azioni di Mediobanca – si pesano, non si contano – e che se il pubblico non lo capisce, beh, allora fa bene Armstrong a chiuderci il giocattolo e a lasciarci con “Bridgerton” e altre puttanate sceneggiate col bilancino.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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