La tassazione del vicinoIn tutta Europa esiste il timore del dumping fiscale reciproco

Le imposte sui super-ricchi dividono governi e opinioni pubbliche dal Nord al Sud del continente e rilanciano l’idea di un ventottesimo regime europeo per evitare la concorrenza fiscale tra Stati

(Tom Nicholson, Pool Photo via AP)

Non solo Francia vs Italia. L’uscita del premier francese François Bayrou sul dumping fiscale italiano rivela in realtà un tema in discussione in tutta Europa. Della tassazione dei più ricchi e dei timori di «nomadismo fiscale» nel continente allargato si parla dal Regno Unito alla Svizzera, fino in Norvegia, dove si andrà alle elezioni il prossimo 8 settembre. Proprio nello stesso giorno in cui si terrà il voto di fiducia che potrebbe far cadere il governo di Parigi, aprendo a una nuova maggioranza con i socialisti che come principale misura propongono proprio una nuova tassa sui grandi patrimoni.

In Norvegia, una delle principali controversie della campagna elettorale in corso riguarda la tassazione sui patrimoni più alti. Negli ultimi anni, cinquecento tra imprenditori e uomini d’affari del Paese scandinavo si sono trasferiti in Svizzera, dopo le modifiche all’imposta patrimoniale introdotte dal governo di centrosinistra di Oslo. E il centrodestra populista starebbe ora cercando di ritornare al potere promettendo proprio la cancellazione della fiscalità introdotta dagli avversari politici.

«Il pensiero che le elezioni in un Paese siano decise dal destino di cinquecento persone ricche può sembrare assurdo. Ma questo è quanto potrebbe accadere in Norvegia, una delle nazioni più ricche dell’Europa», ha scritto sul Financial Times Richard Milne.

«È una delle cose più importanti per il futuro della Norvegia: dobbiamo rendere attraente la creazione di ricchezza. Dovremmo essere un Paese come la Svizzera, che attrae persone, risorse, competenze. Invece, siamo un Paese che manda via le persone», ha dichiarato Sylvi Listhaug, in corsa a diventare prima ministra di centro-destra da leader del partito populista Progress.

Il dibattito è vivo in tutta Europa. Nel Regno Unito di Keir Starmer, una parte del partito Laburista al governo ha chiesto al premier di introdurre una patrimoniale per tentare di colmare il buco da 5 miliardi di sterline nei conti pubblici. Persino in Svizzera, a novembre si terrà un referendum sull’imposizione di una pesante tassa di successione sui più ricchi residenti nel Paese. E in Francia, al centro del programma economico dei socialisti c’è la cosiddetta Tassa Zucman, una patrimoniale che dovrebbe portare, nelle previsioni, 15 miliardi nelle casse dello Stato.

Il timore a Parigi, come ha detto Bayrou, è che così si aprirebbe la strada all’esodo fiscale. E senza neanche andare troppo lontano, ma spostandosi in Svizzera o meglio ancora in Italia. Bayrou si riferisce alla cosiddetta «flat tax per i miliardari», l’imposta forfettaria sui redditi generati all’estero voluta nel 2016 da Matteo Renzi quando era presidente del Consiglio e che nessuno dei suoi successori ha eliminato. Nemmeno Giorgia Meloni, che però nel 2024 l’ha raddoppiata da cento a duecentomila euro.

La legge, ribattezzata «Norma CR7» perché tra i primi beneficiari c’era Cristiano Ronaldo all’indomani del trasferimento alla Juventus, ha alimentato da subito polemiche sull’opportunità di dare un vantaggio fiscale a chi avrebbe dovuto pagare invece milioni di euro di tasse. Per i critici, così facendo si innesca una concorrenza fiscale al ribasso fra i Paesi europei, con l’aggravante di spingere l’inflazione soprattutto sul mercato immobiliare.

Per i sostenitori, la norma sarebbe invece capace di intercettare milionari che altrimenti resterebbero fuori dall’Italia senza generare consumi e gettito fiscale in più. Inoltre il regime riguarda esclusivamente i redditi maturati fuori dal nostro Paese, mentre quelli prodotti sul territorio nazionale restano sottoposti alla tassazione progressiva ordinaria: un punto spesso frainteso e che ha alimentato confusione con altri strumenti, come quelli introdotti dal decreto crescita per attrarre lavoratori qualificati e investimenti.

Un nuovo residente straniero – o un italiano di ritorno che abbia vissuto all’estero per almeno nove anni – oggi può pagare un’imposta sostitutiva forfettaria di 200mila euro l’anno su qualsiasi reddito e bene estero per un massimo di 15 anni, ed essere completamente esentato dall’imposta di successione sui beni esteri durante quel periodo.

Nell’anno di introduzione, quelli che hanno trasferito la residenza fiscale in Italia sono stati 98. Nel 2018 sono saliti a 263, per poi raggiungere i 429 nel 2019, 790 nel 2020 e arrivare quasi a mille nel 2021. Gli ultimi dati dell’Agenzia delle entrate indicano che nel 2023 hanno aderito alla norma 1.495 soggetti (1.070 contribuenti principali e 425 familiari), con un aumento di 359 unità rispetto ai 1.136 del 2022. Nel 2024 sono state presentate oltre 700 richieste di adesione in più.

A pesare, per i trasferimenti dal Regno Unito, è stata soprattutto la Brexit. Ma i numeri si sono impennati negli ultimi dodici mesi, dopo la decisione di Londra di abolire le regole sui residenti non domiciliati, tassando i beni all’estero con un’imposta di successione del 40 per cento e i redditi esteri con l’aliquota più alta del regime fiscale britannico. L’aumento della tassa sui profitti dei gestori di private equity dal 28 per cento al 34 per cento ha portato poi anche tanti professionisti del private equity e venture capitalist – anche se non rientrano nel regime forfettario – a spostarsi in Italia, preferendo l’aliquota fissa nazionale del 26 per cento sui redditi finanziari.

Nadim Nsouli, fondatore e amministratore delegato di Inspired Education Group, ha spiegato che Dubai e Milano sono le principali destinazioni per circa 200 studenti, su un totale di 4.500 delle sue scuole private nel Regno Unito, che si sono trasferiti all’estero negli ultimi anni. Tra i nuovi iscritti nelle sue dieci scuole in Italia, di cui quattro a Milano, circa il 45 per cento è composto da cittadini stranieri, soprattutto da Regno Unito, Stati Uniti e Francia.

L’esempio del nomadismo fiscale è John Fredriksen, armatore e petroliere norvegese. Lasciò la Norvegia nel 1978, diventando cittadino cipriota con base a Londra. Da poco ha fatto le valigie anche dal Regno Unito, trasferendosi negli Emirati Arabi Uniti. Chiudendo così i suoi rapporti con la capitale britannica: «La Gran Bretagna è andata all’inferno, come la Norvegia».

L’imposta patrimoniale norvegese impone un prelievo dell’1 o 1,1 per cento su tutte le fortune superiori a 1,76 milioni di corone norvegesi (170.000 dollari), ma prevede una serie di agevolazioni, soprattutto per gli immobili. Ma le più penalizzate sarebbero le giovani startup. Nel 2022 il Financial Times rivelò che Fredrik Haga, fondatore di una start-up di criptovalute valutata oltre 1 miliardo di dollari, si stava trasferendo in Svizzera perché avrebbe dovuto pagare l’imposta patrimoniale sulla valutazione “teorica” della sua impresa, nonostante fosse in perdita e non distribuisse dividendi. Haga, intervenuto nella campagna elettorale attuale, ha detto: «Spero almeno che la Norvegia possa servire da monito per altri Paesi».

A livello europeo, intanto, il dibattito sulla necessità di una patrimoniale – da sempre rifiutata in Italia – inizia a essere rilanciato. L’osservatorio fiscale europeo, istituito per contrastare elusione ed evasione fiscale, ha raccomandato agli Stati di prevedere una patrimoniale nel proprio sistema fiscale, calcolando che una tassa anche solo del 2 per cento sui 499 europei più ricchi porterebbe nelle casse dell’Ue 42 miliardi all’anno. dicembre 2024 la Commissione europea ha avviato uno studio sulle imposte legate al patrimonio, che dovrebbe concludersi entro la fine del 2025, anche se imposizione e riscossione di tasse sono e restano di competenza nazionale e Bruxelles non può sostituirsi ai governi nazionali.

Il timore degli Stati, ovviamente, è che aumentando le tasse sui grandi patrimoni, i più ricchi possano spostarsi su altri lidi con tasse più leggere. In Europa, i Paesi accusati di solito di fare dumping fiscale sono Lussemburgo, Irlanda, Paesi Bassi, Malta e Cipro.

L’Italia non applica certo politiche di dumping fiscale, ma negli ultimi anni il governo Meloni ha comunque introdotto agevolazioni per attirare investimenti dall’estero, come la riduzione dell’imposta sui redditi per cinque anni per le imprese che decidono di rientrare in Italia o per chi ha un’alta qualificazione e trasferisce la residenza fiscale.

«L’Italia è piuttosto, da molti anni, penalizzata dai cosiddetti “paradisi fiscali europei”, che sottraggono alle nostre casse pubbliche ingenti risorse», ha risposto il governo italiano in una nota dopo le dichiarazioni di Bayrou. Lo stesso ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti – nonostante provenga dal partito della flat tax per eccellenza – non sembra essere un fan delle agevolazioni fiscali per attirare capitali stranieri in Italia. Un anno fa, dopo aver raddoppiato la flat tax sui miliardari da 100 a 200mila euro, disse: «Se inizia questa gara, i Paesi come l’Italia, con margini di bilancio limitati, sono destinati a perderla».

La proposta più dirompente, in questo senso, resta quella del «ventottesimo regime», rilanciata da Mario Draghi ed Enrico Letta per superare la frammentazione dei 27 Paesi membri e uniformare le regole europee, rafforzando l’ecosistema continentale delle imprese. Una proposta, destinata da agevolare le imprese, che potrebbe però essere applicata anche al fisco, a patto che ci sia un mandato chiaro da parte degli Stati membri.

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