FriendflationLa pezzenteria altrui è la vera inflazione che mina le relazioni sociali

L’estate non misura solo il potere d’acquisto ma la capacità di sostenere il peso dell’ostentazione dei nostri conoscenti

Unsplash

Una volta un fidanzato mi disse che Los Angeles, dove stavo per andare per la prima volta, era una città che mi avrebbe messa di fronte alla mia pezzenteria. Metà della mia vita più tardi, sento di poter correggere: nulla come l’estate ci mette di fronte alla nostra pezzenteria.

Non per la ragione per cui soffrono i giovani – perché seguono i ricchi sui social e poi frignano perché i ricchi fanno vite da ricchi e loro non se le possono permettere: ma giura! – ma perché d’estate avviene ciò per cui il Financial Times ha trovato a metà agosto il nome: friendflation.

Nel ribadire che quelli per il Financial Times sono i soldi meglio spesi tra i moltissimi che butto in prodotti editoriali, confermo: non dalle figurine distanti dei social, che solo a vent’anni puoi scambiare per amici, viene la percepita inadeguatezza economica di stagione, ma dai tuoi amici.

Che d’estate ti invitano in barca e poi ti chiedono di pagare la cambusa. O t’invitano a casa e a fine soggiorno ti presentano il conto. O t’invitano al loro matrimonio e non ti pagano il viaggio. Insomma: fanno vita da ricchi senza esserlo (proprio come quelli che stanno su Instagram, e infatti sono anche loro ricchi apparenti: i ricchi veri mica stanno su Instagram, a parte alcuni arricchiti esibizionisti che non si capacitano d’aver fatto i soldi).

Se si è così fortunati da non essere i soldi un problema in sé (cioè: se non si hanno debiti e ci si può permettere più o meno la vita che si desidera, magari – di me, sto parlando di me – struggendosi perché si ritiene una somma ingiustizia il non potersi comprare un aereo privato), essi sono abili nel diventare un problema dialettico. Ovvero: di soldi non si sa come parlare, e non si sa neanche di non saperlo.

La Sarah da cui il Financial Times prende spunto per raccontare l’inflazione economica portata nelle nostre vite da amici per frequentare i quali non guadagniamo abbastanza (quindici parole contro una, friendflation: poi dice che l’italiano non è una lingua morta), quella Sarah pensa che il problema sia che lei duemila e cinquecento sterline per stare in una stanza condivisa in un Airbnb all’addio al nubilato dell’amica non ce le ha.

Invece il problema è che l’amica vuol fare la splendida senza poterselo permettere (vuoi che venga al tuo addio al nubilato? Paga), e anche che a duemila e cinquecento sterline per una stanza condivisa non bisogna rispondere «vedo se ci arrivo», bisogna rispondere «per farmi stare in una stanza condivisa, sei tu che devi pagare me».

Di recente ho fatto il conto a un’amica di quel che mi era costato andare al suo cinquantesimo compleanno: treno, albergo, taxi, rava, fava. Mica per farmeli ridare: per farglieli pesare. Le ho anche rimarcato che un’altra amica paga tutto lei, quando ti fa lo sgarbo d’invitarti a una festa: devo venire a fingere di divertirmi con delle scarpe scomode perché tu sei così egomaniaca da voler essere quella che dà le feste, ci manca solo che debba pagare io, per il tuo jaygatsbismo in sessantaquattresimo. L’amica ha perfezionato negli anni il gattamortismo, quindi ha abbassato gli occhi e ha detto in tono mite: ma io non sono così ricca.

In verità vi dico: metà dei problemi del mondo sarebbero risolti, se chi non è così ricca da festeggiare non pretendesse comunque di farlo. Una volta, avevo diciannove anni, uno dei quasi quarantenni che frequentavo mi disse che a un altro di loro piacevo più io, ma invitava più spesso a cena un’altra perché lei «paga la sua parte». Era il Novecento, e c’era gente che a quarant’anni non aveva ancora capito che, se non puoi permetterti di pagare la cena alle ragazze, non devi invitarle a cena.

Forse quella fu la prima volta in cui mi resi conto che il denaro di cui gli esseri umani disponevano non era infinito (sì, avevo letto Dickens, ma intendo: fuori dai romanzi). Tuttavia, decenni dopo, ancor m’offende l’idea che tu m’inviti a cena e poi ti aspetti ch’io paghi, se io sono una diciannovenne e tu un adulto. Voglio dire: stiamo parlando d’un secolo in cui i diciannovenni e gli adulti non erano coetanei.

A quel cinquantesimo compleanno un tizio è arrivato, è stato davanti al buffet spazzolando tutto quel che c’era, poi ha fatto un giro di saluti e se n’è andato, prima che uscissero i piatti caldi, dicendo che sarebbe andato a dormire presto. Un uomo spiritoso, il giorno dopo, ha commentato che sicuramente era andato a scroccare il dolce a un’altra festa, figurarsi. Un altro uomo spiritoso, sempre il giorno dopo, mi ha detto sai, quando andiamo a mangiare insieme ogni tanto io dico «pago io», come succede, e la volta successiva non accade mai che lui dica «stavolta tocca a me»: una volta pago io, una volta dividiamo.

È stato solo mentre me lo raccontava che mi sono resa conto che ho un’amica tale e quale. Una volta pago io, una volta dividiamo. La conosco da quindici anni, l’ho vista offrire una sola volta, annunciandolo la volta precedente con la pomposità che si riserva agli eventi straordinari. Poiché io parlo sempre e solo di soldi e del fatto che dimentico tutto – le corna, le bugie, le cafonaggini, le inadempienze – ma nei rapporti umani mi ricordo solo chi paga e chi no, so che l’amica sa che io ho notato, ma evidentemente è più forte di lei. Pagare è più traumatico che essere ricordata come quella che non paga.

L’umanità non sa, non vuole, non può parlare di soldi. La polemica sul comune di Bologna che distribuisce pipe da crack ai tossici, per esempio. Su Instagram c’è il video in cui l’assessore spiega che la prova che fanno bene è che i tossici li hanno rassicurati: da quando hanno le pipe sterili, si fanno meno di prima. Si può essere così privi di senso del ridicolo da prendere per buone le autocertificazioni di gente che si fa di crack? Certo che no, ma l’alternativa sarebbe dire l’indicibile verità: lo sapete quanto costa alla sanità, e quindi a voialtri che pagate le tasse, curare un tossico cui viene l’epatite?

Nemmeno io, che parlo solo di soldi, so parlare di soldi. L’ho capito dopo quel compleanno, a un certo punto del quale una conoscente con marito al seguito è venuta a sedersi al tavolo al quale stavo parlando con altri. Non so di cosa stessi parlando (ma so con chi), quando si è sentito un rumore infernale. Il marito aveva fatto cadere un bicchiere, e a domino tutti gli altri, tra i quali uno pieno di vino rosso, sui miei pantaloni.

La prima cosa che ho fatto è stata bestemmiare (lo so perché poi me l’ha detto, assai turbata, quella con cui stavo parlando, che è una ragazza ben nata che non parla di soldi e non bestemmia). La seconda è stata pensare «meno male che la Trio era dall’altro lato», perché se l’inutile pezzo di carne mi avesse macchiato una borsa che è impossibile ricomprare mi sarebbe toccato investire ogni risparmio in due picchiatori che gli spezzassero le gambe la volta successiva in cui commetteva l’imprudenza di uscire di casa.

La terza è stata dirgli «adesso non è che deve diventare tema di conversazione», perché – come sempre fanno quelli il cui unico contributo alla serata è un qualche danno – voleva pure spiegarmi che non sapeva come fosse successo, forse col telefono aveva sbattuto contro un bicchiere (scommetto i pantaloni macchiati di vino rosso che stava facendo una foto).

Passa un giorno, ne passano due, ne passano tre. Non ricevo la telefonata che avrei dovuto ricevere dopo tre minuti, «Dimmi quanto costano i pantaloni, ti faccio un bonifico». Dico alla festeggiata «Certo che sono proprio dei cafoni», e lei, che non si tiene un cecio, lo dice alla moglie dell’imbranato.

A quel punto ricevo una chiamata che non dice la cosa giusta, bensì tenta di cavarsela con «mio marito vuole sapere se preferisci un mazzo di fiori o che ti paghi il lavasecco». Rispondo la verità: il lavasecco me lo pago da sola, poi, quando la proprietaria del lavasecco mi dirà che il vino rosso dai pantaloni di seta col cazzo che vien via, può ricomprarmeli.

Sono passate tredici settimane. Nessuno mi ha detto «quindi, quanto ti dobbiamo?». La proprietaria del lavasecco, quando mi ha riconsegnato la preziosa seta azzurra di Prada con degli aloni marroni vagamente più chiari di quando le avevo portato l’oggetto del misfatto, mi ha detto «Ma si figuri se glieli ripagano». Dimmi te se una tizia senza denti che passa le giornate a stirare deve capire il mondo meglio di me.

Io, d’altra parte, ho pensato per mesi «ora glielo dico», e poi non l’ho fatto. Non l’ho fatto perché sono una donna di mondo e mi accollo volentieri i danni altrui? Figuriamoci. Non l’ho fatto perché ho ritenuto il danno coerente con l’estate che ha demolito tutti i Prada della mia vita, prima i pantaloni a mezzo vino rosso, poi Mimmo a mezzo tarme? Forse.

Soprattutto, non l’ho fatto perché, ventidue anni fa, a Carrie Bradshaw rubarono un paio di scarpe in una casa di amici che pretendevano che gli ospiti stessero scalzi. Carrie voleva che l’amica gliele ricomprasse, e quella invece di staccare un assegno e profondersi in scuse le faceva la morale: eh ma seicento dollari di scarpe, eh ma che vita dissoluta, eh ma noi abbiamo i bambini da mandare a scuola.

Ho pensato che avevo sopportato la rovina dei pantaloni che tanto amavo e la trasferta perché una poco ricca voleva tuttavia essere festeggiata, la friendflation e lo scarso senso del ridicolo dell’assessore bolognese, gli adulti che quand’ero ragazzina volevano dividere il conto e i tiktoker che ora che sono adulta si lamentano dei prezzi dei ristoranti, ma non avrei potuto sopportare di sentirmi rispondere che duemila euro di pantaloni erano esosi e che loro sono gente seria che deve mandare i figli all’università.

A trent’anni guardavo Carrie e credevo che a me non sarebbe mai capitato: pensavo che il problema di non potermi permettere la vita che facevo fosse mio, mica altrui. A cinquantadue, sono stata abbastanza volte a Los Angeles da essere ormai abituata a trovarmi davanti alla mia stessa pezzenteria: è quella altrui, che m’accide.

X