La fiera dei dilettantiIl ritorno di Kimmel, “The Girlfriend”, e altre lezioni per la sinistra che imita la destra

Il monologo (noioso, ma con molti spettatori) del comico sulla Abc conferma che subire un attacco dagli avversari compatta la propria parte. Ma fare la guerra culturale contro i più bravi non è una mossa intelligente: a fare i fascisti, i fascisti sono più bravi dei non fascisti

AP/Lapresse

C’è un’espressione (orrenda) che usano spesso le persone di potere, siano gente che sta sui palcoscenici della politica o dello spettacolo: compattare i miei. Ci pensavo vedendo i numeri di Jimmy Kimmel, che martedì, nonostante non fosse distribuito in un quinto del territorio statunitense dalle società ancora impegnate a cercare di compiacere Trump, ha superato i sei milioni di spettatori (di solito non arrivava a due).

Non c’è niente come vedersi fornire dagli avversari il pretesto per fare le vittime che compatti i tuoi. Il monologo di martedì, lungo il doppio del solito, abbastanza noioso, con la prima (unica) idea al ventesimo minuto, su YouTube ha diciannove milioni di visualizzazioni. In caso di pericolo, i tuoi si compattano.

C’è una cosa che cercavo di mettere a fuoco da tempo, c’entra coi partiti e coi prodotti culturali, col pubblico e cosa vuole e cosa si aspetta e cos’è disposto a tollerare, dai suoi e dagli altri.

C’entra con quella che non so chi abbia chiamato per primo la destra woke, cioè la destra che ha iniziato a usare le forme di intolleranza e censura e in generale le armi da guerre culturali (chiedo scusa per la sciatteria lessicale multipla) che negli ultimi anni aveva fatto sue la sinistra.

C’entra col fatto che ognuno vede solo i disastri che combina la parte avversa perché ognuno vuole vincere più di quanto voglia fare le cose giuste – è umano che sia così, è ovvio che sia così – e quindi da destra si dicono cose ridicole come «ah certo vi occupate della censura dei vostri ma non di quando Biden censurava i nostri», invece di approfittarne per dimostrare superiorità e credibilità su un tema schierandosi contro ogni censura.

E da sinistra si dicono cose ridicole come «eh ma parlate solo dei facinorosi in stazione invece che di tutti quelli che hanno manifestato pacificamente», e lo si dice sapendo che è un’obiezione ridicola, sapendo che tutte le parti sono ostaggio di facinorosi e anche che i giornali daranno spazio a quelli di ambo le parti perché, che tu vada con le corna in testa a tentare d’impossessarti del Campidoglio o che tu ti metta a spaccare le vetrate della stazione, l’effetto sarà comunque più fotogenico di quello d’un dibattito parlamentare.

Ormai non si può dire che uno strumento del presente ha fatto danni senza sentirsi rispondere che sei il classico nostalgico che diffida dalle innovazioni, anche Platone diceva che la scrittura avrebbe rovinato la capacità di memorizzare, anche i politici degli anni Settanta dicevano che guai la tv a colori, non vorrai mica sembrare boomer, e quindi non si può dire che, se non vivessimo nella società delle immagini, se chiunque non avesse a cuore innanzitutto l’essere fotogenico, magari ci sarebbero meno depresse che piangono su Instagram, meno teppisti che spaccano vetrine, meno arricchiti che fotografano roba che la più parte della popolazione non può permettersi ma guarderà, la parte squattrinata, quelle foto lo stesso, e poi finisce che o piange a telefono acceso o spacca vetrine a telefoni altrui accesi.

È tutto, sempre, questione di lotta di classe, e nessuno lo capisce meglio degli inglesi. Raccontava Mike Nichols che, quando i Monty Python gli avevano chiesto di fare la regia teatrale di “Spamalot”, era esitante perché non capiva quale fosse il tema. Poi si era reso conto che erano inglesi, e gli inglesi scrivono solo e sempre di classe sociale.

Su Prime c’è una serie che s’intitola “The Girlfriend”. “La fidanzata”, il romanzo da cui è tratto, l’ha scritto un’inglese, non l’ho letto e quindi non so se anche nel libro la suocera sia americana, potrebbe essere una variazione dovuta solo al fatto che voleva farla Robin Wright e che, quando un’attrice famosa vuole una parte, le produzioni che devono farsi notare in un mondo di troppi titoli nuovi ogni settimana sono ben liete d’avere quella valuta che è la fama.

Comunque siamo a Londra, e la fidanzata è una ragazza che si mette col figlio di due ricchi, lui un ricco imprecisato lei una gallerista la cui galleria è ovviamente in perdita ma tanto sono ricchi. La ragazza, invece, ha la colpa somma di non essere di buona famiglia. Sua madre fa la macellaia, suo padre era un operaio che è caduto da un’impalcatura e ora è in una rsa.

La ragazza è smaniosa, cerca disperatamente d’essere all’altezza del contesto: millanta scuole private che non ha mai frequentato, prime classi in cui non ha mai viaggiato, cerca di sembrare meno squattrinata di quant’è. La suocera, che è appunto Robin Wright, la prende di punta, determinata a smascherare le sue bugie. Perché ha capito che è una psicopatica? Perché è troppo attaccata al figlio essendole morta anni prima una figlia? Perché è una classista che non può sopportare che suo figlio si metta con una povera?

Non è importante, quel che è importante è che, nell’ossessione di boicottare la relazione del figlio, la vecchia si comporta da psicopatica quasi quanto la giovane. E ci vogliono sei puntate per arrivare alla fine (l’allungamento del brodo tragica piaga di questo secolo in cui i produttori vengono pagati dalle piattaforme a numero di puntate), ma chiunque sappia qualcosa di lotta di classe sa che non può che finire in un modo.

Lo sappiamo perché abbiamo (parlo anche per voi, non mi deludete) letto “L’usanza del paese”, il grande romanzo americano sulle arrampicatrici sociali, e “La fiera delle vanità”, il grande romanzo inglese sulle arrampicatrici sociali (non può essere un caso che l’attrice che fa la fidanzata nella serie di Prime abbia anni fa interpretato Becky Sharpe in un adattamento televisivo di “La fiera delle vanità”).

Lo sappiamo perché capiamo la letteratura anche se poi non riusciamo a fare l’unico scatto per cui la letteratura abbia senso, cioè quello di farci capire la realtà. Lo sappiamo perché sappiamo che le cose fatte per fame vengono meglio di quelle fatte per hobby, per noia, per nevrosi.

Sappiamo che, se si tratta di fare le stronze, le povere sono più efficienti delle ricche: sono più motivate, sono più tenaci, hanno più determinazione e meno scrupoli.

Esattamente come, a fare i fascisti, i fascisti sono meglio dei non fascisti. A guardare il 2025, ci si chiede come sia venuto in mente, alla sinistra, di fare la destra dilettante. Di fare quelli che si baloccano con la richiesta di teste di chi dica qualcosa di sgradito, di fare quelli che non trovano gravi le manifestazioni violente, di fare quelli che vogliono giocare nel campo di quegli altri.

Quand’ero molto giovane avevo amici che lavoravano nel Pds, o come si chiamava allora l’evoluzione del Pci. Ogni volta che c’era una manifestazione, e c’era sempre qualche stronzo che voleva far casino nonostante all’epoca i telefoni non facessero le foto e le diapositive al massimo venissero proiettate dopo cena e insomma c’era meno incentivo a fare gesti esibizionisti, ogni volta i miei amici sospiravano rimpianti perché una volta non sarebbe successo. Il servizio d’ordine del Pci, dicevano, li avrebbe subito massacrati di botte facendoli rientrare nei ranghi. I bei tempi in cui non si scriveva, o non c’era la tv a colori, o quelli della tua parte politica ti pestavano prima che ti pestasse la polizia, evitando di far finire tutti dalla parte del torto per le tue intemperanze.

L’idea del ventesimo minuto, nel monologo di ritorno di Kimmel, è un collegamento col capo della Federal Communications Commission. Che non è più il Brendan Carr che aveva chiesto la sua testa per conto di Trump: è stato sostituito. In collegamento c’è Robert De Niro, nella sua migliore versione del mafioso che conclude le minacce con «capiche» (la versione broccolina di «capisci?»). E che usa l’ambiguità di «free» («libero», ma anche «gratuito») per dire che lo speech non è più free: può costarti due dita, un dente, il posto di lavoro, dipende. Vedi che i comici servono a qualcosa: a far tornare di destra i concetti che avevamo sconsideratamente sposato a sinistra.

Non so chi sia il pubblico di “The Girlfriend”, uno sbrodolamento kitsch di quelli che vengono prodotti in un tempo in cui nessuno – né le produzioni televisive né i partiti – si chiede «ma noi a chi parliamo?». So però che, diluita in sei puntate troppo lunghe e con taluni buchi di sceneggiatura, c’è una grande lezione per la sinistra: non metterti a giocare al gioco di quelli che sono più bravi di te a quel gioco.

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