
Il Sangiovese è un vitigno che sa raccontare l’Italia: dalla Toscana fino all’Emilia-Romagna, è il filo rosso che unisce paesaggi, cucine e culture. Per decenni ha vissuto però una doppia identità: da un lato i grandi vini toscani, diventati icone internazionali; dall’altro la versione quotidiana, sincera, un po’ ruvida, che in Romagna finiva inevitabilmente sulla tavola di tutti i giorni. Per tanto tempo il Sangiovese di Romagna è stato visto come il fratello minore di quello toscano: un vino semplice, spesso prodotto in grandi quantità, più legato al consumo quotidiano che alle grandi tavole della ristorazione, e la sua immagine, per anni, ha sofferto il confronto con etichette come quelle del Chianti Classico e Brunello di Montalcino.
Negli ultimi quindici anni, però, qualcosa è cambiato. Una nuova generazione di vignaioli ha iniziato a interrogarsi sulle potenzialità delle proprie colline, abbandonando l’idea di un vino standardizzato per costruire un racconto di identità. Non più semplice compagno di piadina e cappelletti, ma ambasciatore di un territorio. Alla base c’è una filosofia precisa: rese contenute in vigna, agricoltura rispettosa, attenzione maniacale alla qualità delle uve. Il lavoro in cantina non è meno rigoroso, ma sempre orientato alla trasparenza, senza forzature che possano snaturare il frutto. Così il Sangiovese di Romagna, da vino popolare, è diventato vino identitario, in grado di convincere tutti.
E qui, c’è un tratto di collina, che si inserisce in questo racconto con un ruolo centrale, in grado di portare un linguaggio nuovo: non quello dell’austerità, ma della sincerità, con vini che non cercano di impressionare con la potenza, bensì di sedurre con equilibrio e finezza, in un approccio che ha fatto scuola, spingendo anche altri giovani produttori a seguire la stessa direzione. Tra le pieghe dell’Appennino forlivese, dove la vigna ha radici profonde e il Sangiovese ha sempre avuto casa, troviamo infatti Noelia Ricci, che gli ha saputo ridare voce, fine, elegante, coerente.
Quella di Noelia Ricci non è una storia cominciata ieri e oggi una realtà produttiva che mette insieme vigneti, bosco, seminativi e uliveti, ma anche una villa, Casa di Noelia, dove poter fare esperienze legate al territorio e a questi luoghi: cene in vigna, corsi di cucina, degustazioni. Il progetto è nato nel 2010 all’interno della Tenuta Pandolfa, 140 ettari a Predappio, che hanno attraversato secoli di storie, dai Marchesi Albicini fino al commendator Giuseppe Ricci, che negli anni cinquanta rilanciò la proprietà impiantando vigneti e restituendole centralità agricola. Alla sua morte fu la figlia Noelia a intuire il potenziale dei pendii di Predappio, piantando nuove vigne e immaginando una cantina moderna. Quel sogno oggi vive grazie al nipote Marco Cirese, quarta generazione, che nel 2010 ha scelto i migliori ettari della tenuta per dare vita a un progetto capace di unire memoria e contemporaneità. «Non volevamo essere diversi, ma autentici» — racconta. La prima annata è del 2013; dal 2021 tutta la produzione è certificata biologica. Lo stile resta fedele a un’idea chiara: «Il nostro obiettivo è un Sangiovese sottile, fine, capace di parlare del suolo e non solo di sé» spiega Cirese, con quella pacatezza che è cifra di stile, prima ancora che comunicazione.
Parlare di Noelia Ricci significa quindi raccontare un pezzo importante della Romagna del vino, quella che ha saputo credere nelle proprie colline quando il Sangiovese locale era ancora relegato al ruolo di vino quotidiano, buono per le osterie ma lontano dai riflettori della critica. E la continuità con il passato si intreccia con scelte nette: niente legni piccoli, vinificazioni in cemento per i vini giovani, grande rispetto del frutto e del territorio. «Abbiamo scelto di non lavorare con legni piccoli perché non ci interessa dare al vino una firma che non sia la sua. Anche con il Bro’, Trebbiano di Romagna DOC, lavoriamo in cemento, che è un materiale neutro, che lascia parlare il frutto».
La filosofia di Noelia Ricci, negli anni, è diventata un manifesto e faro a cui rivolgersi per dare una nuova grammatica al Sangiovese con eleganza, freschezza e riconoscibilità. «Mio padre ha sempre avuto un grande rispetto per la terra, e io ho cercato di portare avanti questa idea con un approccio un po’ più contemporaneo» spiega Cirese. È un approccio che non guarda alle mode, ma solo a un’idea di identità. Il risultato sono vini che hanno conquistato mercati e consumatori. «All’inizio è stata dura: non è sempre facile raccontare un progetto agricolo che si muove su piani diversi».
Il vino che incarna al meglio questo percorso è Godenza, dell’omonima vigna di Predappio, nell’area di San Cristoforo. Terreni di marne calcaree donano al Sangiovese una tensione inusuale, con tannini sottili, freschezza vibrante e una progressione gustativa che lascia emergere il territorio: un vino agile, teso, luminoso. Profuma di piccoli frutti rossi e di erbe di collina, con un soffio minerale che arriva diretto dal suolo. E quest’anno Godenza compie dieci anni: un anniversario che segna non solo la maturità di un cru, ma anche il consolidarsi di una nuova immagine del Sangiovese romagnolo. Una verticale delle prime annate riesce infatti a mostrare quanto questo vino sia stato coerente nella sua essenza e, al tempo stesso, capace di raccontare le diverse sfumature climatiche di ogni vendemmia. È il simbolo della rivoluzione silenziosa di cui Noelia Ricci è portabandiera.
«Una delle cose a cui tengo di più è il legame con la comunità. Non siamo un’azienda isolata: lavoriamo su un territorio, con persone vere. I nostri collaboratori, i fornitori, i vicini: è con loro che costruiamo il senso del nostro lavoro» — Marco Cirese su questo è molto chiaro: fare vino è anche un fatto sociale e culturale. Una visione che si riflette in scelte concrete: cassette di legno prodotte da artigiani locali, etichette disegnate da illustratrici, recupero di vecchi vigneti e cura del paesaggio. «Io penso che il vino debba essere parte di un ecosistema, non un corpo estraneo. Se lavori bene, se rispetti quello che hai intorno, anche il vino ne guadagna».
Noelia Ricci ha lavorato molto anche sulla comunicazione, scegliendo un linguaggio semplice, accessibile. «Io credo molto nella semplicità. Non dobbiamo spaventare chi si avvicina al vino, dobbiamo invitarlo. No ai tecnicismi inutili, no alla retorica. Parliamo delle cose vere: del gusto, della terra, delle persone». È un cambiamento che si riflette nel mondo del vino, che non si può evitare, anche quando, ad esempio, si parla di nuove figure e nuove generazioni: «Quando ho iniziato a frequentare fiere o eventi internazionali erano quasi tutte figure maschili. Oggi, finalmente, ci sono sempre più donne, e soprattutto c’è una nuova energia. Meno formalismi, più scambio». Guardando avanti, la direzione è chiara: piccoli passi, grande coerenza, attenzione al dettaglio. «Una bottiglia non è solo un liquido: è una narrazione, un gesto, un’etica. E oggi, per fortuna, sempre più persone lo capiscono» dice Cirese.
Il vino, nelle parole di chi lo fa, resta prima di tutto relazione ed è questa la bellezza vera della terra e dei vignaioli che sono stati in grado di riportarla al centro. E così la Romagna del vino trova una voce nuova. Non più subalterna ad altri territori, ma consapevole della propria identità. «Fare un vino che sia buono è importante, ma fare un vino che abbia un senso, che abbia un messaggio, è quello che davvero ci motiva ogni giorno». Persone, territorio, storie, tempo: il vino nasce qui, molto prima della cantina e delle etichette, in un tempo lento che non si piega all’urgenza. Ogni sorso del Sangiovese di Noelia Ricci è, infatti, una lezione di misura e di pazienza, ma anche un atto politico: dimostrare che la Romagna non deve inseguire nessuno, perché la sua voce ce l’ha già. E quando il bicchiere si svuota, resta quell’eco sottile che somiglia molto alla terra stessa: un vino che non cerca di impressionare, ma di restare.



