Sono passati tre anni dal brutale omicidio di Mahsa Jina Amini. Il 16 settembre 2022 la giovane curda di Saqqez è morta dopo tre giorni di coma: il suo corpo non ha retto alle mazzate della Gasht-e Ershad, la polizia morale iraniana. Quell’episodio è diventato la miccia che ha incendiato le piazze e le coscienze. La sua morte ha aperto una ferita profonda nella società iraniana. Ma ha anche inaugurato una stagione di coraggio, di proteste, di slogan urlati nelle strade e di gesti quotidiani di disobbedienza civile. Da quel momento l’onda della resistenza al regime si è trasformata in una marea al grido di “Donna, vita, libertà”.
A distanza di tre anni da quel delitto di Stato la voce di Mahsa Amini non si è spenta. Si è amplificata e ha trovato megafoni in tutto il mondo. Questa sera, in piazza San Babila a Milano, c’è una manifestazione per ricordarla e per dare forza a chi in Iran continua a resistere. L’appuntamento è alle 19, in contemporanea con altre iniziative in Europa e non solo. Sarà una veglia, ma anche una manifestazione politica, per dire che il volto di Mahsa Amini rimane un simbolo universale di libertà contro la repressione.
«Il movimento “Donna, vita, libertà” ha trovato forza nella rabbia di quei giorni, ma nasce da lontano», dice a Linkiesta l’attivista dissidente iraniana Rayhane Tabrizi, volto e voce della resistenza al regime in Italia. Tabrizi ricorda che già il 5 settembre 2022 un’altra donna, Shelir Rasoio, anche lei curda, si era suicidata per sfuggire alle violenze di un uomo, marito di una sua amica, il quale però non venne in alcun modo perseguito dalla legge: «Quel senso di frustrazione e di impunità per certe dinamiche della vita quotidiana in Iran stavano montavano in episodi come quello. C’erano state sollevazioni simili già nel 2009, nel 2019, nel 2021. Poi il 2022 è diventato l’anno in cui questa rabbia è esplosa nei movimenti di protesta che hanno avuto un grande seguito globale».
Mentre il mondo ricorda Mahsa Amini, il regime di Teheran continua a mietere vittime tra i suoi cittadini. Nel 2025 sono già state giustiziate novecentoventisette persone, quasi il doppio rispetto all’anno scorso. Tra il 6 e il 10 settembre, in cinque giorni, sono state uccise undici persone in sei carceri diverse: Qom, Kermanshah, Kerman, Gorgan, Ahvaz e Dezful. Tra loro c’era anche Abdollah Mohseni, trentasei anni, padre di un bambino piccolo. Nella prigione di Qezel Hesar, un altro detenuto, Yaghoub Sabzi, si è tolto la vita: aveva ventisei anni, era stato condannato per reati di droga, non ha retto alle torture e alla pressione psicologica.
Le accuse sono spesso vaghe, costruite ad arte. “Inimicizia contro Dio”, “corruzione” e altre formule che permettono ai giudici del regime di condannare chiunque – oppositori politici, manifestanti, minoranze etniche, perfino semplici sospettati di traffico di droga. Le esecuzioni colpiscono in modo sproporzionato minoranze e comunità marginalizzate: baluci, curdi, afghani. Ogni condanna a morte è un messaggio di potere, ogni esecuzione un atto politico.
«C’è stata un’accelerazione subito dopo la guerra dei dodici giorni con Israele», ricorda Tabrizi. A metà giugno un’offensiva israeliana, condotta con massicci attacchi aerei a sorpresa, ha colpito infrastrutture nucleari, basi militari e aree residenziali in territorio iraniano. L’operazione ha dato il via a un’escalation che ha portato Teheran a rispondere con attacchi missilistici contro obiettivi militari e civili in Israele, dando inizio a un conflitto su larga scala.
A luglio il regime ha volto stringere la presa a livello interno su una popolazione sempre più contraria alle sue politiche. Le autorità hanno giustiziato centodieci persone, più del doppio rispetto a luglio 2024. È un’intimidazione sistematica contro i cittadini Amnesty International parla di «crisi delle esecuzioni», denunciando che la Repubblica islamica ha «trasformato la pena di morte in uno strumento di oppressione» dopo le proteste del 2022.
Dietro le statistiche ci sono nomi, volti, famiglie spezzate. Dieci giorni fa è stato giustiziato Mehran Bahramian, arrestato durante le proteste del 2022: era stato accusato di “inimicizia contro Dio” e torturato in carcere. Il 16 agosto la Corte Suprema ha confermato la condanna a morte per l’attivista sindacale Sharifeh Mohammadi. Tra le persone a rischio esecuzione, alcune sono accusate di una presunta appartenenza al partito d’opposizione Mojahedin-e-Khalq.
Le famiglie delle vittime spesso scoprono la morte dei loro cari solo a cose fatte, quando il corpo viene restituito senza spiegazioni. Non ci sono avvocati indipendenti, non c’è giusto processo, non ci sono ricorsi.
È la prassi di un regime che usa la giustizia come arma e non ne fa mistero. Il capo della magistratura, Gholamhossein Mohseni Ejei, ha invocato «esecuzioni in stile 1988», evocando i massacri nelle carceri di quell’anno, quando migliaia di prigionieri politici furono eliminati in poche settimane.
Tre anni dopo Mahsa Amini, la dittatura non ha cambiato volto. Le proteste hanno dimostrato lo scollamento dalla popolazione, ma non hanno minato la tenuta del regime degli ayatollah. Ecco perché oggi, in piazza, a Milano come altrove, più di ogni altra cosa, i dissidenti della diaspora iraniana vorranno gridare: «No alla repubblica islamica».