Fanghi contaminatiNel Maine (e non solo) le mucche sono diventate degli animali velenosi

Dentro la storia della famiglia Jumper, che pensava di mangiare sano perché consumava i prodotti della fattoria di alcuni parenti e invece stava mettendo a rischio la propria salute, e degli allevatori che devono cambiare settore

Greta Rybus/The New York Times

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Durham, New Hampshire: la famiglia di Allison Jumper sembrava condurre una vita molto sana. Bambini attivi. Pasti salutari. Un congelatore pieno di carne biologica proveniente dalla fattoria della famiglia di suo marito, che si trovava nel Maine.Poi, però, alla fine del 2020, Allison ricevette una telefonata devastante da suo cognato. 

Nella loro fattoria e nel latte delle loro mucche erano stati rilevati alti livelli di sostanze chimiche dannose. La loro attività sarebbe stata chiusa. All’inizio, Allison si preoccupò solo di come i familiari di suo marito avrebbero potuto tirare avanti. Ma ben presto la sua mente virò in un’altra direzione e si mise a pensare a quei misteriosi problemi di salute dei suoi figli, che avevano, tra le altre cose, dei livelli sorprendentemente alti per quanto riguardava il colesterolo. 

«Improvvisamente pensai: e se fosse colpa della carne di manzo?», mi racconta nella sua casa di Durham. Senza che nessuno di loro lo sapesse, l’amata fattoria biologica della sua famiglia acquisita era stata fertilizzata, decenni prima, con dei fanghi di depurazione contaminati da una pericolosa classe di sostanze chimiche a cui si riconducono certi tipi di cancro, alcune malattie epatiche e una serie di altri problemi di salute. Il loro bestiame aveva pascolato su prati contaminati e questo aveva reso la carne e il latte provenienti da quegli animali troppo pericolosi per farne un uso alimentare. Eppure, per molti anni la sua famiglia aveva mangiato quella carne e bevuto quel latte.

Questa disavventura ha trasformato la famiglia di Allison Jumper e la fattoria dei Dostie in uno dei primi e più emblematici casi di studio per chi si occupa di valutare che conseguenze abbia sulla salute il consumo di alimenti provenienti da terreni agricoli contaminati dall’uso di fertilizzanti dannosi, come ad esempio i fanghi che contengono quelle sostanze chimiche pericolose che sono note, nel loro complesso, come PFAS (acronimo di PerFluorinated Alkylated Substances, ovvero, in italiano, sostanze alchiliche perfluorurate e polifluorurate, ndr).

I Dostie stanno collaborando alle ricerche condotte dallo Stato del Maine, che hanno l’obiettivo di capire, ad esempio, quanto quelle sostanze chimiche penetrino nei prodotti agricoli, nonché le possibili soluzioni per gli agricoltori che sono stati colpiti dalla contaminazione da PFAS. 

(Greta Rybus/The New York Times)

La questione dei fertilizzanti a base di fanghi contaminati ha iniziato a sollevare molta preoccupazione sulla sicurezza, in generale, dell’approvvigionamento alimentare americano, dal momento che il problema riguarda aziende agricole e famiglie sparse in tutta la nazione. Gli impianti di trattamento delle acque reflue producono enormi quantità di fanghi di depurazione e per decenni il governo federale americano ha incoraggiato gli agricoltori a spargere questi fanghi, come fertilizzante, su milioni di acri.

Oggi, un numero crescente di prove scientifiche dimostra che il fertilizzante a base di fanghi può essere fortemente contaminato da PFAS, sostanze chimiche sintetiche che sono ampiamente utilizzate per la produzione di pentole antiaderenti, tessuti impermeabili, attrezzature antincendio e altri oggetti. 

Si tratta di sostanze che, in sostanza, non si degradano mai e possono quindi accumularsi nel corso del tempo nel sangue e nei tessuti delle persone e degli animali che vi si trovano esposti. Secondo il governo degli Stati Uniti, il modo più comune in cui le persone si trovano esposte a queste sostanze è, molto probabilmente, il consumo di cibo o di liquidi contaminati. Quest’anno, l’Agenzia degli Stati Uniti per la protezione dell’ambiente ha dichiarato che per gli esseri umani non esiste un livello sicuro di esposizione ai PFAS e ha imposto nuovi limiti rigorosi per la presenza di alcune sostanze classificate tra i PFAS nell’acqua potabile.

Per Allison Jumper, la scoperta di tutto ciò ha innescato un mistero spaventoso durato mesi, mentre lei e suo marito cercavano metodicamente di capire se la carne bovina della fattoria della loro famiglia avesse fatto ammalare i loro figli. I dubbi di Allison, peraltro, non si fermano qua: «Se la nostra carne bovina conteneva PFAS e non lo sapevamo neppure noi, chi ci garantisce che non ne contengano altrettanti anche la carne e gli altri alimenti che compriamo al supermercato?».

Queste sostanze chimiche sono state prodotte in grandi quantità per decenni, anche se continuavano ad aumentare le prove del fatto che fossero pericolose. Non è ancora chiaro quanti di questi prodotti chimici si stiano insinuando nei prodotti alimentari che riforniscono i punti vendita, attraverso l’uso di fanghi come fertilizzanti o per altre vie. Né si sa ancora quali possano essere le conseguenze di tutto questo per la salute delle persone. La Food and Drug Administration (FDA) americana non fissa limiti ai livelli di PFAS presenti negli alimenti. Tuttavia, a partire dal 2019, quell’agenzia ha testato quasi 1.300 campioni e ha dichiarato che la stragrande maggioranza di essi era priva dei tipi di PFAS per i quali la FDA è in grado di effettuare dei test.

Tuttavia, alcuni esperti di salute pubblica e alcune organizzazioni per la difesa dei consumatori hanno messo in dubbio la metodologia applicata dalla FDA, e l’agenzia stessa avverte che «l’esposizione ai PFAS attraverso il cibo è un settore ancora nuovo per la ricerca scientifica e che ci sono ancora molte cose che non sappiamo». L’anno scorso, l’organizzazione per la difesa dei consumatori Consumer Reports ha dichiarato di aver rilevato PFAS in alcuni campioni di latte alcuni dei quali provenienti da brand che vendono prodotti biologici. 

I ricercatori hanno trovato queste sostanze chimiche anche in altri alimenti come uova, succhi di frutta e frutti di mare. «Stiamo scoprendo che i PFAS sono presenti da molto tempo nei nostri alimenti e che non ne eravamo consapevoli», dice Courtney Carignan, ricercatrice ambientale presso la Michigan State University. «Semplicemente non avevamo mai monitorato queste sostanze chimiche», spiega. «E, se non le si cerca, non le si trova».

(Greta Rybus/The New York Times)

Un congelatore pieno di carne avariata 
I PFAS erano l’ultima cosa che Allison Jumper si sarebbe aspettata di trovare nella carne bovina della Dostie Farm di Fairfield, nel Maine, la fattoria della famiglia di suo marito. Lì, Egide Dostie Jr. e suo padre, Egide Dostie Sr., praticavano l’agricoltura biologica, fornendo latte esclusivamente alla Stonyfield Organic, un’azienda lattiero-casearia con sede nel New Hampshire. E non avevano mai usato fertilizzanti a base di fanghi sul terreno. 

Così, alla fine del 2020, quando arrivò la chiamata dalla Stonyfield Organic che diceva che i test avevano rilevato nel loro latte degli alti livelli di un tipo di sostanza chimica classificata tra i PFAS, i Dostie non riuscivano a capacitarsi. «La nostra è un’azienda biologica», diceva il giovane Egide Jr.

I Dostie hanno poi appreso dai funzionari statali che nel corso degli anni Ottanta e Novanta i precedenti proprietari dei loro terreni avevano usato dei fertilizzanti a base di fanghi contaminati da PFAS. «Ci hanno fatto chiudere. Ci hanno detto: “Ragazzi, per voi finisce qui”», racconta Egide Jr. Ma, nel frattempo, Allison Jumper aveva immediatamente smesso di usare anche quella carne di manzo della fattoria Dostie che in precedenza cucinava per la famiglia più o meno una volta alla settimana. Bistecche, hamburger e stufati domenicali. «Non volevo che i miei figli lo mangiassero più», dice. «Di questo ero più che sicura».

Allison ha parlato con il pediatra affinché ai suoi figli fossero fatti degli specifici esami del sangue. Ma anche una richiesta così semplice si è rivelata complicata, poiché solo pochi laboratori offrono test per i PFAS. Lei e suo marito si trovavano ad affrontare praticamente da soli questo problema: non c’è nessun manuale che spieghi che cosa fare davanti a un allarme sanitario di questo tipo. Alla fine, i risultati dei test hanno confermato i sospetti di Allison. Uno dei suoi figli, che aveva allora dieci anni, aveva dei livelli di PFOS (e cioè di specifiche sostanze che sono comprese tra i PFAS) superiori a quelli rilevabili in più del 95 per cento degli americani. «Tra i miei figli lui, che aveva sempre molto appetito, era quello con i livelli più alti», dice la Jumper.

Secondo i risultati di quegli stessi test (che sono stati esaminati dal New York Times), i suoi due figli più piccoli – e con loro anche la stessa Allison e suo marito Cullen, che è un urologo – avevano invece un livello di PFOS superiore a quello rilevabile nel 75 per cento degli americani. Per fortuna, Allison non aveva ancora buttato la carne proveniente dalla Dostie Farm che si trovava nel suo congelatore. 

Con l’aiuto dei funzionari dello Stato del Maine e di uno scienziato del Dipartimento dell’Agricoltura, la fece analizzare per sedici tipi di PFAS. I risultati, esaminati anche dal New York Times, furono chiari: la carne non era sicura per i bambini a causa degli alti livelli di PFOS – e cioè di sostanze chimiche definite “perenni” che, secondo il governo americano, potrebbero essere cancerogene per l’uomo.

Allison Jumper ha fatto controllare anche l’acqua potabile di cui si serve la sua famiglia, che proviene da un pozzo privato, ma in quel caso i test non hanno rilevato alcunché e si è potuto quindi escludere l’acqua come potenziale causa degli alti livelli di PFOS rilevati in tutti i componenti della sua famiglia. (Un recente studio governativo, analizzando l’acqua potabile che esce dai rubinetti degli americani, ha rilevato sostanze chimiche PFAS in quasi la metà dei campioni).

Rachel Criswell – ricercatrice in salute ambientale nonché medico di famiglia a Skowhegan, nel Maine – lavora con persone esposte a PFAS e in particolare a sostanze provenienti da fertilizzanti a base di fanghi. La dottoressa Criswell afferma di essere molto preoccupata per le comunità agricole. Le famiglie che ne fanno parte, infatti, hanno una probabilità assai più alta di mangiare molta carne proveniente da una singola mucca o quantomeno da una singola mandria. E questo le espone a un rischio maggiore. «Si tratta di un disastro ambientale che si sta diffondendo lentamente e che sconvolgerà la vita di molte persone», dice Criswell.

L’insolita strategia del Maine
La famiglia di Allison Jumper ha scoperto questo problema per un motivo molto semplice: il Maine è l’unico Stato americano che sta testando sistematicamente le aziende agricole per rilevare l’eventuale presenza di PFAS. Ha avviato questo programma dopo che nel 2016 era stata individuata la presenza di sostanze chimiche di questo tipo nei prodotti di un’azienda lattiero-casearia. E, finora, ha scoperto una contaminazione in almeno altre sessantotto aziende agricole.

A livello nazionale, il quadro è meno chiaro. I dati del settore mostrano che nel 2018 sono stati utilizzati oltre 2 milioni di tonnellate di fanghi di depurazione su 4,6 milioni di acri di terreno agricolo in tutto il Paese. I funzionari del Maine affermano che, probabilmente, il loro Stato è solo la punta dell’iceberg. «Semplicemente, siamo quelli che stanno facendo la cosa giusta e stanno indagando», spiega Nancy McBrady, deputy commissioner del Dipartimento dell’Agricoltura del Maine.

Le aziende agricole come la Dostie Farm sono ora in prima linea nella ricerca che si prefigge di capire come i PFAS provenienti da suolo e acqua contaminati si siano trasferiti nei vegetali coltivati, nel bestiame e quindi nella catena alimentare umana. Tra i primi risultati di questi studi: il bestiame può essere contaminato dai PFAS se mangia o beve alimenti o acqua contaminati. Le mucche espellono poi quelle sostanze chimiche attraverso il latte. Per quello che riguarda i vegetali, l’assorbimento di PFAS è maggiore nelle verdure a foglia larga, dal momento che le sostanze chimiche sembrano accumularsi più nelle foglie, appunto, e negli steli che nelle radici, nei frutti o nei chicchi. 

(Greta Rybus/The New York Times)

Tuttavia, uno studio del 2021 ha stimato che il mangiare anche solo un ravanello coltivato in un terreno con dei livelli elevati di PFAS potrebbe significare superare il limite di esposizione giornaliera prevista dalle linee guida stabilite dal governo federale americano. L’Environmental Protection Agency, peraltro, ha recentemente affermato che per quanto riguarda alcuni tipi di PFAS nessun livello può essere considerato privo di rischi. 

«Stiamo iniziando a scoprire che il suolo agricolo è una grande fonte di PFAS», spiega Samuel Ma, un professore associato di Ingegneria civile e ambientale alla Texas A&M University che studia queste sostanze contaminanti su cui si stanno scoprendo sempre più cose. Ma gli enti regolatori «sembrano concentrarsi soltanto sull’acqua potabile».

Quest’anno, l’Environmental Protection Agency ha iniziato a chiedere ai gestori dei sistemi idrici municipali di rimuovere sei tipi di PFAS dalle loro forniture di acqua potabile. Intanto, nel 2022, il Maine ha vietato del tutto l’uso di fertilizzanti a base di fanghi e offre un sostegno al reddito per aiutare gli agricoltori colpiti da questa misura legislativa. Quello stesso Stato, insieme con un gruppo di agricoltori biologici locali, sta anche cercando di dare una mano a quelli che hanno scoperto di possedere terreni contaminati: l’obiettivo è indurli ad abbandonare il settore lattiero-caseario e l’orticoltura per dedicarsi invece alla coltivazione di fiori o all’installazione di pannelli solari. 

«La notizia positiva è che la maggior parte delle aziende agricole che hanno subito delle contaminazioni sono ancora in attività», dichiara Sarah Alexander, direttrice esecutiva della Maine Organic Farmers and Gardeners Association. «Ma è stato comunque estremamente stressante, soprattutto per quelle aziende che hanno rilevato livelli di contaminazione tali da non poter neppure riconvertire la propria attività».

Una nuova normalità 
Alcune ricerche promettenti – ma per ora – un po’ controverse ritengono di aver dimostrato che il bestiame possa espellere i PFAS in tempi relativamente brevi. Se questo fosse vero, sostengono alcuni funzionari statali, allora si può prendere in considerazione l’idea di continuare ad allevare le mucche anche su pascoli contaminati, a patto di trasferirle poi in un ambiente pulito per gli ultimi sei mesi della loro vita in modo che eliminino le sostanze chimiche dannose dal loro corpo prima che la loro carne sia immessa sul mercato. 

«Non è detto che queste sostanze chimiche “perenni” debbano essere “perenni” anche nel bestiame», dice Andrew Smith, tossicologo dello Stato del Maine. Infatti, i Dostie sono riusciti a evitare l’abbattimento del loro bestiame da latte utilizzando una variante di quella tecnica. Si sono procurati cibo e acqua puliti per le loro mucche e per mesi hanno scaricato il loro latte contaminato in una fossa per il letame, finché i livelli di PFAS nel latte non sono diventati impercettibili, scendendo moltissimo rispetto al livello estremamente alto che era stato rilevato in precedenza, pari a 800 parti per 1.000 miliardi. A quel punto hanno trasferito le mucche fuori dallo Stato. Tuttavia, per i Dostie è stata solo una soluzione parziale. La maggior parte dei loro pascoli rimane contaminata, e quelli sono molto più difficili da ripulire. Ora stanno valutando la possibilità di installare dei pannelli solari sui pascoli contaminati, ma non sanno ancora se la cosa possa funzionare. Dostie dice che ogni giorno gli si spezza ancora il cuore quando guarda i suoi pascoli con la consapevolezza che non potrà mai più usarli per le sue mucche. 

«Ora è solo una terra desolata», ha detto. Intanto, nel New Hampshire, la famiglia di Allison Jumper si sta adattando a una nuova normalità. I bambini si sottopongono a test annuali per i PFAS, che hanno iniziato lentamente a diminuire nel loro sangue. Ma due dei tre bambini continuano ad avere dei livelli di colesterolo troppo alti, un problema connesso alla presenza di PFAS nel loro organismo. Inoltre, tutti e tre hanno delle risposte scarse ai vaccini – e anche questa è una condizione riconducibile ai PFAS. «Sono davvero triste», dice Allison. «Eravamo convinti che quella carne fosse sicurissima». 

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