Sistema tossicoNel distretto tessile di Prato, terra di diritti calpestati e habitat naturali dilaniati

Le proteste e le violenze delle ultime settimane hanno fatto riemergere problematiche sommerse e intrecciate tra loro, tipiche dell’industria insostenibile del fast fashion

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Risale a domenica 6 ottobre l’inizio della movimentazione che ha coinvolto alcuni operai del distretto tessile di Prato, in Toscana. A indire lo sciopero è stato il sindacato Sudd Cobas Prato-Firenze, che da tempo offre supporto a operai e operaie della filiera pratese, hub considerato fiore all’occhiello della produzione industriale italiana. Eppure i presidi in pianta stabile di questi giorni, lo sciopero a oltranza e le conseguenti manifestazioni sono solo le espressioni più visibili di un sistema che – soprattutto nel tessile – non è propriamente sano, dalle origini complesse e dalle problematiche sommerse che nascondono molto più di quanto crediamo. 

Partendo dagli albori, è innegabile che il polo di Prato funga da sempre da traino del segmento moda del Paese, un ruolo che ricopre almeno da duecento anni a questa parte. Nel novecento poi il grande boom, a partire dal secondo guerra per esplodere poi negli anni settanta con la massificazione della moda e l’incremento dei redditi. Mentre il resto d’Europa faceva i conti con le conseguenze di una guerra terribile e le donne del vecchio continente affrontavano la mancanza di nylon (ritirato per scopi militari) di cui erano composte calze e collant, scurendosi le gambe con la polvere di ocra e i fondotinta, a Prato aveva luogo il processo di industrializzazione del tessile. 

Da allora, nel pratese, la moltiplicazione massiccia di aziende è stata quasi inarrestabile, alternando fasi più o meno fortunate a una grande conoscenza della materia, tra tutte nella lavorazione della lana. Nel 2020 erano circa settemila le aziende del pratese impegnate nel settore moda, di cui duemila nel tessile. Numeri importanti che rendono il distretto di Prato il più grande d’Europa, estendendosi in dodici comuni e che nelle ultime settimane è tornato sotto i riflettori per scioperi e proteste. Un’emergenza occupazionale che va di pari passo con risultati non proprio eccelsi. 

A essere messa sotto pressione la tenuta dell’intero sistema, colpita dalle fluttuazioni economiche e finanziarie. Una crisi profonda che secondo Juri Meneghetti, rappresentante di FILCTEM CGIL Prato Pistoia, è cominciata lo scorso anno intensificandosi nei primi mesi del 2024. «Il distretto ora soffre della crisi del comparto moda, con un notevole ricorso per quanto riguarda l’industria alla cassa integrazione ordinaria, con alcune imprese che dovranno ricorrere agli ammortizzatori straordinari», spiega. La guerra in Ucraina, l’inflazione, il costo delle materie prime: sono questi solo alcuni degli elementi che hanno contribuito alla creazione della tempesta perfetta in cui, a pagare le conseguenze, sono sia le industrie, sia i piccoli artigiani, che in quanto tali non hanno accesso alla cassa integrazione ordinaria. 

Ciò avviene in un clima di instabilità geopolitica ed economica globale in cui si produce e consuma anche meno del solito. Secondo l’Istat, l’istituto italiano di statistica, nei primi sette mesi del 2024 la produzione è calata del 10,8 per cento in un settore che impiega circa centotrentamila addetti, e che si contrae anche nelle esportazioni, in calo del 4,6 per cento nell’abbigliamento e del 6,7 per cento nel tessile nel 2023 secondo l’Irpet, l’Istituto regionale programmazione economica della regione Toscana. 

È la crisi del pronto moda, di un settore che produce tanto, quasi ininterrottamente, con riassortimenti altrettanto repentini e che, da qualche mese, sembra aver perso vigore. Se da un lato, infatti, la congiuntura del comparto moda a livello produttivo e commerciale sta costringendo molte aziende a fare i conti con affari ridotti all’osso, dall’altra parte il disagio economico mette in primo piano il fattore umano, che nel settore moda in generale è spesso reso vulnerabile.  

Crisi economica e sociale si sovrappongono, in un distretto in cui legalità e illegalità spesso si confondono, dando vita a un sistema corrotto e difficile da scardinare che fa vittime e continua a trovare terreno fertile tra chi, pure avendo un’occupazione, lavora in condizioni di sfruttamento. Gli scioperi e gli interventi sindacali avvenuti nelle ultime settimane si collocano proprio in questa cornice di lotta all’illegalità, con le proteste di lavoratori di cinque  aziende cinesi attive in vari livelli della filiera della moda. 

«Sono tutte piccole fabbriche che lavorano in piccole concentrazioni, dai cinque alla dozzina di dipendenti, che sono uniti dal fatto di lavorare dodici ore al giorno per sette giorni alla settimana, chi in nero, chi con dei finti contratti part-time. L’obiettivo è di portare la sindacalizzazione anche in questa fascia del distretto tessile», lo racconta Luca Toscano, rappresentante di Sindacato unione democrazia dignità (Sudd) Cobas, la realtà nata sei anni fa nel distretto di Prato che da circa due settimane ha indetto lo Strike Day, giornate di sciopero e presidio delle aziende coinvolte. 

A guardarla da molto vicino, la filiera della moda pratese – oltre la crisi massiccia e lo storico know-how – è fatta di aziende che puntano alla massimizzazione dei margini di profitto, a qualsiasi costo. Quello che molti hanno recentemente descritto come un deserto di capannoni in effetti assomiglia a una terra di nessuno, dove a prevalere è chi ha più forza. Forza contrattuale, economica, politica, forza di poter rispondere a un presidio pacifico con delle spranghe di ferro, nella notte, per colpire gli operai in sciopero. «Quello che è successo è che nel giorno in cui di fatto Lin Weidong è rimasta da sola tra le cinque aziende a chiudere le porte a un accordo sindacale per fare contratti regolari e turni di otto ore per cinque giorni, sono arrivate cinque persone armate di spranghe di ferro a menare chi era lì», dice Luca Toscano, presente al momento dell’aggressione. 

Mentre la guardia di finanza e gli inquirenti indagano, le proteste continuano, anche in seguito a nuove minacce ai manifestanti. Questi ultimi, principalmente di nazionalità pachistana, sono spesso giovani e giovanissimi costretti a lavorare senza alcuna tutela in un sistema ormai consolidato e che vede molteplici responsabili. Perché se è vero che le aziende al centro dello sciopero a oltranza sono cinesi, sarebbe ingiusto e anche dannoso semplificare la catena delle responsabilità. In un polo dalle dimensioni così importanti, con aziende impegnate a ogni livello della filiera tessile e moda, oltre le società cinesi (quella cinese è la comunità numericamente e storicamente tra le più presenti a Prato) vi sono anche quelle con esponenti italiani, e committenti che includono anche grandi marchi, talvolta nazionali. 

Si tratta di un tessuto, per l’appunto, eterogeneo in cui diversi attori interagiscono tra loro seguendo le regole del fast fashion: produrre tanto, produrre sempre operando tagli su tutto ciò che è ritenuto superfluo, anche il fattore umano. In una crisi produttiva e commerciale così profonda, di cui sono testimoni i dati, è evidente che non vi sia un problema di occupazione ma un pattern che a Prato, come in altre zone d’Italia, purtroppo si ripete. Se il fattore umano non è una priorità, non sorprende che non lo sia neanche l’ambiente, elemento spesso ritenuto sacrificabile all’altare del profitto. 

Da un lato c’è una Prato virtuosa, un distretto che dagli anni Ottanta si è dotato, per esempio, di un maxi depuratore per il collettamento dei reflui industriali – cosa che manca in altre aree produttive importanti, come il bacino del Sarno – e che gestisce al meglio gli scarti tessili; dall’altro, emerge un distretto che smaltisce gli stessi rifiuti anche in discariche abusive, che spuntano nelle zone periferiche con pile di rifiuti esposti alle intemperie o abbandonate in capannoni.

L’industria della moda, non solo a Prato, è tra i segmenti produttivi più inquinanti e dispendiosi in termini di energia richiesta e risorse utilizzate. La moda e il tessile, infatti, inquinano le falde acquifere (sono la terza fonte di degrado delle acque) e consumano risorsa idrica: secondo un rapporto del Parlamento europeo, per produrre una semplice maglietta in cotone servono circa duemilasettecento litri d’acqua, il quantitativo che in media un individuo beve in due anni e mezzo. Una macchina che per funzionare ingurgita materie prime e che spesso mostra la propria dannosità a prescindere dal livello della filiera. Perché i problemi non terminano a prodotto finito, a risorse depredate, quando l’articolo è presumibilmente tra le mani dei consumatori. 

In Toscana, per esempio, dei campionamenti indipendenti dei corsi d’acqua effettuati da Greenpeace all’inizio del 2024 hanno consegnato un’immagine preoccupante della situazione idrica e ambientale della regione. A essere rinvenuti nelle acque di molti fiumi in Toscana le sostanze alchiliche perfluorurate e polifluorurate (Pfas), sostanze chimiche artificiali estremamente persistenti, che finiscono per accumularsi nell’ambiente e nel corpo: acqua potabile, imballaggi per alimenti, cibi, creme e cosmetici sono solo alcuni degli elementi attraverso i quali le Pfas possono raggiungere l’organismo umano. 

I campionamenti del 2024 hanno interessato zone vicine a siti industriali diversi con risultati esplicativi della situazione: nel caso del tessile la concentrazione a valle del distretto è risultata circa venti volte superiore rispetto a quella a monte, ricollegabili direttamente a uno scorretto smaltimento industriale. Per quanto virtuoso e apprezzabile, nelle sue espressioni industriali migliori il modello pratese è comunque da considerare nella propria totalità, senza tralasciare quelle aree grigie che se sminuite rischiano di diventare più vulnerabili al controllo criminale. 

Gli scioperi di questi giorni dimostrano la necessità di un approccio olistico che non metta da parte nessun attore coinvolto, per quanto svantaggiato ed emarginato che sia. In questo senso, l’azione sindacale nella zona di Prato ha dato, anche in passato, riprova di efficacia. Nel 2021, Filctem Prato Pistoia ha sostenuto degli operai del settore moda che erano stati maltrattati e sfruttati dal datore di lavoro, titolare della Pelletteria Serena, condannato infine a un anno e dieci mesi di reclusione. 

Turni di lavoro massacranti, dalle dodici alle quindici ore per sei giorni la settimana, mancato rispetto delle norme di sicurezza, paghe non adeguate, senza ferie, malattie o giorni di riposo; in questo caso, oltre alla condanna dell’azienda incriminata per sfruttamento, per la prima volta ha trovato applicazione anche la responsabilità solidale da parte di chi affida il lavoro. In maniera del tutto inedita, è stata riconosciuta la responsabilità civile della società committente che ha quindi accettato di risarcire i lavoratori sfruttati. 

Le leggi per operare nella legalità, come sottolinea Meneghetti, esistono già. A fare la differenza sul destino e sul presente di lavoratori e ambiente è la semplice volontà di dare risposte incisive e concrete. Muoversi, anche politicamente, per aggredire quello che non è un semplice manipolo di mele marce ma un sistema interconnesso che sceglie scientemente di apparire come una giungla senza regole, disorientando e inquinando le acque delle responsabilità condivise.

A causa della mancanza di diritti ambientali e occupazionali, c’è il rischio che il caporalato venga visto come distante, percepito come iperoggetto, un evento così enorme da essere per noi inafferrabile se non nelle manifestazioni peggiori: quando fatalmente ci scappa il morto o quando, lottando per i propri sacrosanti diritti, qualcuno ci mette la faccia e scende in piazza sotto una pioggia di spranghe di ferro, ricordando a tutti gli altri della propria esistenza. 

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