Dire tutto e il contrario di tutto. Questa è la ricetta vincente dei populismi: nel caos della disinformazione, dell’opinionismo da tastiera, degli shitstorm e della propaganda social, dire la cosa giusta al momento giusto è fondamentale. Anche se ciò che si dice è in aperta contraddizione con quanto sostenuto un secondo prima. Solo così si può aizzare la platea, far leva sui suoi umori, alimentare la paura e trasformarla in odio, per poi strumentalizzare lo stesso odio in fazione politica, in consenso, e gli utenti (o spettatori) in elettorato attivo.
Il meccanismo è semplice, primitivo: la paura viene diffusa mediante l’enfasi sul nemico, anche quando questo è fittizio, creato ad arte. Nell’odio per il nemico comune si consolida poi una solidarietà identitaria: noi contro loro. Noi, buoni, contro loro, cattivi. Infantile, forse, ma questa è la base di ogni populismo sovranista. E ogni mezzo per raggiungere il fine è lecito. Anche, e forse soprattutto, la contraddizione. Lo storico raduno leghista di Pontida, da questo punto di vista, fa scuola.
Sul pratone del Carroccio ci si riparava dal sole con tanti, tantissimi cappellini rossi Make America Great Again, e in molti portavano magliette di Donald Trump. Il presidente americano è forse il più grande maestro di populismo, ed è per questo che è particolarmente amato alla kermesse verde: mente sapendo di mentire, le spara grosse – alcune enormi – senza alcuna vergogna, dice una cosa e poi il suo contrario, gioca con i suoi stessi deepfake. È il mago pacchiano dell’epoca post-truth, della comunicazione trash come seduzione politica delle masse. E tutto è balsamo per il suo ego. D’altronde, il capo forte è un altro tratto distintivo dei populismi politici.
Il modello di Pontida, in fondo, è quello trumpiano – America first è prima gli italiani; i messicani da trincerare dietro un muro sono i migranti mediterranei – e ciò che è stato detto dal palco del raduno è un’occasione per riflettere sulla retorica populista che dilaga in tutto il mondo. E sulle sue efficacissime contraddizioni. Noi, buoni, contro loro, cattivi.
Partiamo da Charlie Kirk: in lui, e nella sua santificazione, si incontrano i primi nodi problematici dell’intera questione. Prima, però, serve una precisazione preliminare. L’attivista repubblicano è stato ucciso alla Utah Valley University il 10 settembre da Tyler Robinson, un ventiduenne il cui movente ancora non è stabilito una volta per tutte. Il poco che si sa è che stava con una ragazza transgender, e che le numerose – e durissime – frasi transfobiche pronunciate da Kirk l’abbiano portato a prendere la decisione. Sui bossoli, a quanto pare, erano incise scritte come “Bella Ciao”, “If you read this you are gay LMAO” o “Notice bulges, OwO what’s this”, tutte ascrivibili non a un orientamento politico ma a frasi di videogiochi, meme e reference alla sua subcultura furry. Fatto sta che tutta la destra ha subito strumentalizzato la morte di Kirk, e dipinto Tyler Robinson come un estremista di sinistra.
Tutto questo era a Pontida, dove l’oratore repubblicano è stato presentato come un martire della libertà d’espressione: il suo volto era ovunque, su magliette, cartelloni, maxischermi; il suo nome in quasi tutti gli interventi. Presentato come un eroe della dialettica posata, civile. Ma basta ascoltare un paio di suoi interventi per inciampare subito in una frase discriminatoria, in una retorica di hate speech.
La prima contraddizione populista arriva da Hoara Borselli, giornalista de il Giornale, passando per le parole dei compagni di partito. L’opinionista ha sostenuto quanto Robinson sia stato «istigato dall’odio che la sinistra distribuisce come carburante per la sua politica», e che abbia deciso di uccidere l’attivista di destra perché non condivideva le sue idee. «Non sarà l’unico, se non li fermeremo», aggiunge con voce ferrea. Noi, buoni, contro loro, cattivi. Non solo lei, ma tutti i relatori hanno presentato la destra come il luogo del dialogo pacifico, della libertà di opinione, della tolleranza.
«Noi vogliamo una società gentile, una società piena di amore verso il prossimo. La nostra civiltà cristiana si basa sulla condivisione, su rispetto, fratellanza», dice Giuseppe Valditara: «Noi non possiamo tollerare la violenza, la prepotenza. Questa è la radice della Lega», conclude. Insomma, la Lega si autorappresenta davanti ai suoi fedelissimi come un partito pacifista – «Benvenuti nel movimento della pace», dice Luca Zaia – dove tutti possono pensarla diversamente – «Loquendi libertatem custodiamus», custodiamo la libertà di parola, dice Daniele Capezzone – un partito contrario alla violenza. Quella è la cifra della sinistra, spiega sempre Borselli: la sinistra vive di conflitti, di nemici, di odio.
Peccato che i discorsi di istigazione all’odio e di discriminazione delle differenze attraversino in continuazione il raduno: una contraddizione che si consuma sotto alla luce del sole di Pontida sia tra le affermazioni di relatori diversi, sia nelle parole delle stesse persone. È la stessa Borselli che poco dopo lamenta di non poter scrivere sul giornale: «Un ragazzo del Marocco ha stuprato una ragazza», ma soltanto «Un ragazzo ha stuprato una ragazza», pena l’essere accusata di razzismo. Ed è sempre lei che qualche secondo più tardi continua: «Se uno straniero affronta con un’ascia dei cittadini indifesi devi scrivere che è uno fuori di testa», e non semplicemente un immigrato, o un nero, concetto che contiene già implicitamente che sia pericoloso e violento, questo il suo evidente sottotesto.
Un colpo al cerchio, uno alla botte. Noi, i buoni, contro loro, i cattivi. Massimiliano Fedriga dice: «Dobbiamo essere i primi a dover dimostrare che chiunque può esprimere le sue idee anche se diverse dalle nostre. Perché noi siamo diversi dagli altri, che vogliono tappare la bocca a chi dice qualcosa di diverso». Un’apertura alla differenza subito compendiata da Attilio Fontana, che dal podio urla: «Padroni a casa nostra!».
Giancarlo Giorgetti, a un certo punto, esorta a sventolare le bandiere nel parterre, ed esclama: «Sono la testimonianza della diversità, della diversità come valore!». Qualche minuto più tardi, e in modo del tutto coerente con quanto appena sentito, Silvia Sardone infiamma il pubblico a suon di: «Ci siamo rotti i coglioni! Noi non vogliamo i veli islamici, noi non vogliamo i minareti, noi non vogliamo matrimoni misti! Noi siamo il popolo di Pontida, e ci saremo ogni qualvolta qualcuno oserà mettere in discussione i nostri valori, la nostra cultura, le nostre tradizioni!». Alla faccia della diversità come valore.
Matteo Salvini presenta la faccia pulita del partito, quella civile, tollerante – illuminista, quasi – del noi, i buoni: in fondo, si sa, “la Lega non è un partito razzista (ma)”. «Noi ce l’abbiamo forse con gli immigrati? No. Su questo prato ci sono donne e uomini arrivati da lontano che portano in Italia rispetto, educazione, cultura, e io li incontro tutti i giorni», scandisce con tono bonario dal palco. Messosi al riparo così dall’accusa di xenofobia, può subito sfoderare il “ma” insito nell’anima identitaria della Lega: «Gli immigrati regolarmente presenti in Italia sono meno del dieci per cento; gli immigrati nelle nostre galere sono più di un terzo, e il trentacinque per cento dei reati è commesso da stranieri». Il viso pulito si sporca subito.
E il pubblico applaude quando si sporca, solo quando dal podio giungono frasi come: «L’Islam radicale è la spada che la sinistra vuole usare per tagliare la gola all’Occidente». Copyright sempre di Silvia Sardone.
«Vogliamo una società gentile, piena di amore verso il prossimo», per ricordare le parole di Valditara, che tocca le corde cristiane dei presenti. Ma quelle corde cristiane sono radici identitarie, diventano scontro di civiltà, timore per la sostituzione etnica, quel noi che esclude il voi. E infatti subito dopo la folla esplode, quando Roberto Vannacci ricorda che ottocentocinquanta anni prima gli italiani si fossero riuniti su quel pratone per «giurare fedeltà contro lo straniero». Ovazione. «E oggi rinnoviamo quel giuramento!», esclama a furor di popolo.
Uno straniero, quello paventato dal generale della Folgore, che «è già tra di noi, ci ha già invaso. È lo straniero dei porti aperti, è lo straniero che invade le nostre città, che purtroppo molto di frequente stupra, violenta, ruba, rapina, e che ci vuole imporre la sua cultura alla nostra cultura millenaria». Il demagogo parla alle budella della gente, e le budella rispondono. «Bravo generale!», esclama qualcuno.
Insomma, queste sembrano forse contraddizioni, malafede, ipocrisia. E forse lo sono, in parte. Più probabilmente, però, è la retorica populista stessa di ogni movimento identitario e sovranista: siamo aperti alla differenza, sì, ma solo a una differenza regionale e cento per cento italiana – resta dubbio quanto un leghista lombardo possa però andare d’accordo con un leghista siciliano, considerato sotto sotto un terùn. Siamo inclusivi, sì, ma solo se sei uno dei nostri. O lo diventi. È il pensiero del branco, della tribù, che è tanto più forte internamente quanto più esclude ciò che sta fuori. Ma lo esclude in giacca e cravatta, con modi educati e la faccia pulita, dicendosi tollerante e aperto al dialogo. Un po’ come Charlie Kirk.