
Sul promontorio affacciato al Lago Maggiore, tra gli scorci silenziosi di Ranco, la storia si riscopre nei vigneti. Qui dove pollini viticoli furono coltivati già nel settimo secolo avanti Cristo e dove, nell’Ottocento, le vigne crescevano rigogliose lungo le colline di Rocca Borromeo, oggi si rinnova una tradizione attraverso il gesto concreto di uno chef: Davide Brovelli. Lo chef-patron di Il Sole di Ranco, ristorante e hotel fondato nel 1850 dalla sua famiglia, incarna l’eleganza della quinta generazione al timone. La sua cucina, equilibrata tra radici e modernità, valorizza materie prime locali e la memoria del lago.
Brovelli è da sempre attento al territorio e promotore di tipicità locali: un barattolo di bottarga di lucioperca, autoprodotta dallo chef, testimonia una relazione intima e creativa con il luogo che lo ospita, così come l’Amaranco, l’amaro preparato con le erbe locali, o i tanti piatti a base di pesce di lago che non mancano mai in carta e provengono da allevamenti del suo Maggiore.
Il 2025 segna anche la sua prima vendemmia, simbolo di un cambio concreto: dal recupero delle coltivazioni locali alla trasformazione diretta dei frutti, il vino torna in tavola secondo lo spirito del luogo. È il primo passo verso un progetto che intreccia cucina e viticultura, tra storia, terroir e nuovi cicli vitali che condivide con lo staff del ristorante e soprattutto con il giovane sommelier del ristorante, Matteo Corbani, coinvolto in prima persona nel lavoro puntuale e appassionato sulla vigna.
Dopo aver individuato la vigna, vicina al ristorante, è stato fatto un lavoro di recupero di questi vecchi filari, che hanno tra i quaranta e i cinquant’anni e sono sempre stati potati in maniera agricola, senza cognizione di causa e senza quella tecnica indispensabile per far lavorare al meglio le vigne. Con quella che si chiama “potatura di ritorno” ci si sposta da piante arrivate in alto sulla spalliera e si torna indietro, utilizzando i ricacci delle stesse piante che partono dal tronco per fare una nuova branca. A quel punto si può capitozzare quella vecchia e trasformarla in una palmetta o in un cordone speronato, con quattro punti vegetativi che daranno vita a quattro tralci, con quattro o sei grappoli a seconda del vigore e del carico che riesce a sostenere quella pianta. Ma la cosa davvero fondamentale per fare un buon vino, è intervenire il meno possibile in vigna: per questo sono stati eliminati completamente il sistema di difesa e il diserbo che lavoravano sul terreno e sulle piante con i concetti della vecchia scuola in convenzionale. Una difesa “a calendario”, con interventi e trattamenti pesanti ogni cinque giorni, tipico di quel periodo in cui si lavorava in campagna senza porsi tante domande. Gli squilibri importanti sono usciti tutti quando il team ha iniziato a lavorare in biologico: attacchi di insetti, squilibri vegetativi, e in generale problemi sul terreno sono emersi dove si è passati troppo col trattore e non si è mai concimato. L’anno è servito per lavorare sulla correzione di scelte sbagliate. Ma l’uva ha premiato, e la prima vendemmia con il nuovo metodo ha dato quantità limitate ma qualità altissima, come se la vigna volesse premiare il cambiamento del lavoro dell’uomo, che finalmente rispetta la natura. Piccole quantità di Chardonnay e Nebbiolo sono oggi in fermentazione e verranno lavorate con la stessa filosofia: attenzione, minimo intervento, cura e rispetto dell’uva.
Certo, per un lavoro di questo genere serve una visione precisa, come sottolineano al ristorante: «Siamo contenti del risultato iniziale, poche piante hanno prodotto ma al momento ci interessa la pianta e la sua salute, ci importa meno la produzione. Questo primo anno è stato di riassestamento e contiamo già dal secondo anno di arrivare a una situazione più produttiva e di maggiore equilibrio del vigneto, per capire in che direzione vanno le uve che lì vengono prodotte».

Il progetto vitivinicolo di Ranco rivela un territorio misconosciuto ma che ha una lunga tradizione: Ranco è parte dell’Igt Ronchi Varesini – denominazione che ricorda la viticoltura storica della zona. Proprio qui, questa iniziativa assume un valore doppio: culturale ed enogastronomico. Lo chef Brovelli sembra voler riportare alla luce quel passato, tradotto in gusto e identità contemporanea.
Sulle sponde lombarde i Ronchi Varesini rilanciano il paesaggio vitato di Ranco, ad ovest l’entroterra piemontese porta in dote i Nebbioli dell’Alto Piemonte, verso nord la sponda elvetica del Ticino Doc fa del Merlot un’icona.

Il Lago Maggiore è un crocevia naturale di climi e culture. La sua viticoltura contemporanea è una geografia coerente con la storia agricola del Verbano e con suoli morenici, terrazzi fluvioglaciali e pendii ventilati che hanno favorito la vite per secoli.
Ad Angera, poco più a sud di Ranco, il Comune ricorda coltivazioni sin dal Medioevo e l’impulso dato dai Borromeo dal diciassettesimo secolo; vigneti sono documentati anche entro le mura della Rocca. È un tassello che spiega perché il recupero delle vigne sul basso Verbano abbia basi storiche solide.

Dietro la sponda occidentale del lago si apre l’Alto Piemonte, patria di Nebbioli eleganti e longevi, come il Docg Ghemme e Docg Gattinara, pilastri storici, con disciplinari regionali ufficiali. Il Doc Colline Novaresi e Doc Coste della Sesia, “ombrello” per vini territoriali a base Nebbiolo (Spanna) con quote di autoctoni come Vespolina e Uva Rara. Il Doc Boca, Fara, Sizzano, piccole denominazioni storiche oggi in grande attenzione critica. A nord del bacino, nel territorio più prossimo al Verbano, la Doc Valli Ossolane tutela bianchi, rosati e rossi delle vallate dell’Ossola.

Il mosaico viticolo del Lago Maggiore non è nostalgia: è un sistema vivo che unisce tutela delle denominazioni, microclimi diversi e un patrimonio agricolo in fase di rilancio soprattutto nei ronchi del basso Verbano. Il fatto che Ranco sia inserita a pieno titolo nel territorio è la base per progetti di recupero del vigneto a chilometro zero e per un dialogo virtuoso fra cucina e campagna.

