Asse del disordineChe cos’è il Crink, l’internazionale autoritaria che minaccia le democrazie

Cina, Russia, Iran e Corea del Nord hanno costruito una rete di cooperazione che sostiene la guerra russa in Ucraina e mina l’ordine liberale. Uno studio dell’Atlantic Council spiega come il blocco delle autocrazie si stia trasformando da alleanza di convenienza in pericolo sistemico

AP/Lapresse

A inizio settimana Vladimir Putin ha ricevuto al Cremlino la ministra degli Esteri della Corea del Nord, Choe Son Hui. È stato un classico incontro di routine diplomatica. «Tutto procede secondo i piani», ha detto il capo del regime russo, i rapporti bilaterali tra i due Paesi sono solidi. Putin ha anche chiesto che Choe trasmettesse i suoi saluti a Kim Jong Un.

Il breve summit restituisce ha fornito una fotografia nitida della mutazione geopolitica in corso: la Russia non conduce una battaglia solitaria contro l’Occidente, ma al suo fianco c’è un’alleanza informale che unisce Mosca alla Cina, all’Iran e alla Corea del Nord. Il blocco, che non è formalmente un blocco, si comporta da anni come un’alleanza senza statuto, guidata da un obiettivo che va oltre ogni singolo conflitto: sovvertire l’ordine liberale occidentale.

Sui legami, a volte palesi e a volte sotterranei, tra questi Paesi, l’Atlantic Council ha pubblicato un nuovo report, intitolato “The Crink: Inside the new bloc supporting Russia’s war against Ukraine”. Uno studio firmato da Angela Stent, senior fellow dell’American Enterprise Institute (Aei), dove si occupa delle relazioni tra Stati Uniti e Russia, e consulente senior presso la Georgetown University. Nel suo report, Stent analizza come Russia, Cina, Iran e Corea del Nord (dalle loro iniziali l’acronimo Crink) abbiano formato una rete di cooperazione che sostiene la guerra russa in Ucraina e sfida l’ordine globale dominato dagli Stati Uniti.

Il punto di partenza, come spesso avviene nelle analisi di politica internazionale di questi anni, è l’invasione su vasta scala dell’Ucraina. A partire dal 24 febbraio 2022 le relazioni fra questi regimi autoritari hanno conosciuto un’accelerazione: i legami inizialmente sottili si sono fatti sempre più intensi, fino a diventare strategici, quindi essenziali alla prosecuzione della guerra russa.

La Russia infatti ha bisogno di partner per aggirare sanzioni e produrre droni, sistemi d’arma, missili di ogni genere. Nella Cina, Mosca ha trovato un acquirente prezioso per il suo petrolio a basso costo, e una sponda per la fornitura di microchip; l’Iran fornisce i droni Shahed che da quasi quattro anni stanno martoriando le città ucraine, e a sua volta ha bisogno della Russia per rafforzare le sue ambizioni nucleari; la Corea del Nord invia munizioni e soldati a sostegno dell’esercito russo, e trova nella Russia un partner politico indispensabile. Ecco perché, scrive Stent, il Crink è una rete di storie parallele che s’intrecciano. Non una vera alleanza, non ci sono legami e accordi cogenti come quelli che si vedevano nella prima metà del Novecento: mancano strumenti formali, un comando comune, un’agenda condivisa. Ma sono comunque «ostili agli interessi delle democrazie liberali, e in quanto tali rappresentano una nuova minaccia per gli Stati Uniti e i loro alleati».

Quest’ambiguità fatta di cooperazione frequente ma non cristallizzata è la cifra del nuovo asse delle autocrazie. La struttura è debole, ma la posta in gioco è enorme. In effetti, come nota Stent, «le alleanze di leader autoritari contengono contraddizioni intrinseche». Questi Paesi condividono un obiettivo di sovversione dell’ordine internazionale, ma restano focalizzati sul proprio potere interno piuttosto che su un progetto comune di lungo termine.

In quest’analisi c’è una convergenza con la tesi delle Autocrazie S.p.A. descritta dalla giornalista e saggista Anne Applebaum nel suo libro “Autocrazie” (Mondadori, 2024): «Diversamente dalle alleanze militari o politiche di altri tempi e altri luoghi, questo gruppo opera come un agglomerato di aziende tenute insieme non dall’ideologia, bensì da una spietata e assoluta determinazione a preservare il proprio potere e la propria personale ricchezza».

Il Crink di cui parla Angela Stent è un’espressione geopolitica totalmente sovrapponibile a questa descrizione. Sono autocrazie che collaborano, si scambiano tecnologie, eludono il diritto internazionale, in funzione di un mondo che non contempli più l’egemonia occidentale. Alcuni studiosi citati da Stent parlano di «Axis of upheaval» (Asse dello sconvoglimento, o del disordine).

Il Worldwide Threat Assessment 2025 della comunità d’intelligence statunitense, diffuso dal Congresso a marzo, dice: «Queste relazioni, prevalentemente bilaterali e in gran parte incentrate sulla sicurezza e la difesa, hanno rafforzato le capacità individuali e collettive di tali Paesi di minacciare e danneggiare gli Stati Uniti, oltre ad accrescerne la resilienza di fronte ai tentativi occidentali di limitarne o dissuaderne le attività. La guerra russa in Ucraina ha accelerato tali legami, ma la tendenza sembra destinata a proseguire indipendentemente dall’esito del conflitto». Ecco perché all’Occidente non basta più un approccio estemporaneo per il contenimento della Russia in Ucraina o della Cina nell’Indo-Pacifico. Secondo Angela Stent bisogna perseguire tre linee strategiche prioritarie.

La prima: il contenimento delle ambizioni dei quattro Paesi – con la Cina indicata come «la minaccia sistemica» perché capace di sfidare gli Stati Uniti sul piano economico, tecnologico, politico e militare.

La seconda: un contenimento più coerente della Russia, perché dopo trent’anni di tentativi di reset falliti, è indispensabile una linea più chiara e decisa, senza altre ambiguità nei confronti della dittatura cremliniana.

La terza: sfruttare le crepe interne del blocco, quindi le tensioni storiche fra Mosca e Pechino, le diffidenze verso l’Iran dopo gli attacchi israeliani e americani, il sospetto cinese verso l’espansione di Pyongyang. Tutte leve che l’Occidente può provare a usare.

Il mese scorso i leader di Cina, Russia e Corea del Nord posavano a favore di obiettivo durante la parata di Pechino. L’uno di fianco all’altro, davanti ai missili intercontinentali DF-5C e DF-61, Xi Jinping, Vladimir Putin e Kim Jong Un sono diventati il simbolo di questa minaccia esistenziale per le democrazie (li si può vedere nella foto di apertura di questo articolo). Contenere il pericolo sarà difficile e costoso, soprattutto in un momento in cui gli Stati Uniti trumpizzati oscillano fra deterrenza e posture più accomodanti verso i dittatori di tutto il mondo.

Tentare di dividere i quattro è illusorio. Le divergenze tra le autocrazie non esploderanno almeno finché la guerra in Ucraina resterà la colla che li tiene insieme. Ma l’Occidente, si legge nel report, può ancora agire per limitare i danni: contenere Mosca, evitare che Pechino si radicalizzi, tenere Teheran e Pyongyang isolate, e soprattutto tornare a parlare con il Sud globale, dove Russia e Cina stanno costruendo la loro influenza politica, economica e propagandistica.

Il futuro del Crink non è scritto. È un blocco in formazione, pieno di tensioni e contraddizioni. Ma ogni esitazione occidentale lo rafforza. Se le democrazie non sapranno difendere l’ordine liberale con coerenza e lungimiranza, rischiano di assistere alla nascita – non dichiarata, ma concreta – di una nuova internazionale autoritaria.

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