Chi l’ha vista?Diane Keaton non ha inventato solo uno stile, ha anticipato anche il true crime

L’attrice americana ha attraversato un arco cinematografico fortunato, dal Padrino a Jack Nicholson a Warren Beatty, fino al meglio della filmografia di Woody Allen, compreso quel ruolo che doveva essere di Mia Farrow

AP/Lapresse

C’è sempre, implacabile, questa cosa che la generazione che si è inventata il pop ci muore intorno, e l’unico vantaggio è l’era della riproducibilità: abbiamo le case piene di attrezzi e piattaforme per rivedere cose in morte dei protagonisti – io ho persino un lettore dvd, per dire.

Nel caso di Diane Keaton, però, il problema è che non c’era niente di cui dire «Questo non lo vedo da una vita»: rivedo la filmografia di Diane Keaton in continuazione, come tutte le persone sensate. Con un’eccezione.

Negli ultimi trent’anni ho incontrato ogni tanto persone che sostenevano che “Misterioso omicidio a Manhattan” fosse il loro film di Woody Allen preferito, e io ogni volta mi convincevo d’avere davanti un deficiente. Lasciate che v’illustri il contesto.

Tra la metà degli anni Ottanta e la metà degli anni Novanta, Woody Allen fa solo capolavori. È il periodo in cui è in stato di grazia, non c’è un titolo che un cineasta bravino non darebbe un organo sano per avere in curriculum.

“La rosa purpurea del Cairo”. “Hannah e le sue sorelle”. “Radio days”. “Crimini e misfatti”. “Mariti e mogli”. “Pallottole su Broadway”. “La dea dell’amore”. E ne ho saltati alcuni, tra i quali l’episodio di “New York Stories” in cui la madre impicciona giganteggia nel cielo: un pezzetto di cinema caro a qualunque spettatore italiano.

“Misterioso omicidio a Manhattan” arriva dopo quel capolavorissimo che è “Mariti e mogli”, e prima di quell’altro capolavorissimo che è “Pallottole su Broadway”: come si fa a dire che è il tuo Woody Allen preferito, dai, su.

Per anni ho pensato che fosse un danno del presentismo. Così come non si rendono conto che il Warren Beatty di “Reds” (un film del 1981, ambientato negli anni Dieci del secolo scorso) racconta l’America del presente assai meglio del Paul Thomas Anderson di “Una battaglia dopo l’altra” (un film che hanno visto l’altroieri), allo stesso modo della coppia Keaton/Allen si ricordavano il film di quando andavano già al cinema e non quelli di quando non erano nati o erano troppo piccoli. Non “Provaci ancora, Sam”, non “Interiors”, non “Manhattan”, non “Amore e guerra” (“Io e Annie” neanche lo cito).

“Misterioso omicidio a Manhattan” doveva interpretarlo Mia Farrow. Era il 1993, pochi mesi dopo il suo avere accusato Allen di aver molestato la bambina che avevano adottato, Dylan. Allen racconta che lei chiedeva quando fosse la prova costumi, e lui si trovava incredulo a constatare che pensava davvero che avrebbe fatto il suo prossimo film mentre lo accusava d’essere un pedofilo.

Al suo posto la protagonista fu Diane Keaton, di cui Allen ha detto una cosa meravigliosa nella propria autobiografia, «Ogni tanto si dice che qualcuno ha una personalità che illumina una stanza: la sua illuminava un viale», e della quale ha commentato la morte con una dichiarazione struggentissima, «Solo dio e Freud sanno perché ci lasciammo».

Rimasero amici abbastanza da andare lei a risolvergli il problema di con chi girare “Misterioso omicidio a Manhattan” quasi vent’anni dopo la fine della loro storia, e da andare lui – che non va mai alle premiazioni, che non va mai a Los Angeles, città della quale ricordiamo tutti la definizione in “Io e Annie”, un posto il cui massimo contributo culturale è la svolta a destra permessa col semaforo rosso – a consegnarle il premio dell’American Film Institute, otto anni fa.

Sono rimasti amici fino alla fine, Bob Weide – coautore di “Curb your enthusiasm” e di molto altro tra cui un documentario su Allen – ha raccontato che è stato Woody a dirgli che Diane stava male, e poi, sabato mattina, che ci si aspettava non arrivasse a sera.

L’unica cosa con Diane Keaton che non vedevo da trent’anni era “Misterioso omicidio a Manhattan”, film di cui ricordavo solo la battuta sull’aver voglia di invadere la Polonia ogni volta che senti Wagner, e quindi l’ho guardato, scoprendo alcune cose che avevo rimosso, e facendomi venire un dubbio.

Intanto, Woody Allen mette, nel cast del film che doveva essere di Mia e invece fu di Diane, due attori pazzeschissimi, Alan Alda e Anjelica Huston, che sono anche gli attori del film che tutte le persone più obiettive di me considerano il più riuscito di Allen, “Crimini e misfatti” (i presentisti, che vedono solo film di quando c’era già l’euro, hanno visto il rifacimento scialbo e giovanilista, “Match point”).

Poi, “Misterioso omicidio a Manhattan” è la versione comica di “Ipotesi di complotto”, il film di tre anni dopo in cui Mel Gibson faceva il picchiatello con la casa piena di dietrologie e vie di fuga per quando lo verranno a prendere perché ha svelato le verità scomode. Mi scuso con quelli che vedono film di dopo l’euro e hanno a cuore il concetto di spoiler, ma: anche Mel Gibson, come Diane Keaton in “Misterioso omicidio a Manhattan”, alla fine si scopre che aveva ragione, dopo che per tutto il film avevamo pensato fosse un povero paranoico.

Le opere di finzione ci vedono sempre assai più lungo del giornalismo e della saggistica, e il cinema degli anni Novanta aveva già previsto tutta la curva: l’arrivo dei picchiatelli, e il momento in cui saremmo stati costretti ad ammettere che forse i picchiatelli tuttissimi i torti non li avevano. (“Misterioso omicidio a Manhattan” ci aveva visto lunghissimo anche rispetto all’avvento dei podcast di cronaca nera – in analfabetese: true crime – e alla diffusione della vocazione da piccolo detective: oggi, il personaggio di Diane Keaton avrebbe un podcast).

“Misterioso omicidio a Manhattan” non è neanche lontanamente il miglior film di Allen (anche se capisco possa piacere ai cinefili che si strizzano le mutande durante la scena della sparatoria dentro al cinema in cui si proietta “La signora di Shangai”, gli specchi che s’infrangono e tutti quei dettagli che fanno sospirare al cinefilo segaiolo medio «com’è girato»), ma non è neanche quella cosa inutile che ricordavo.

E quindi forse il problema è che era il 1993, l’anno in cui Woody Allen stava su tutti i rotocalchi scandalistici per le accuse di Mia Farrow. L’anno in cui eravamo troppo impegnati a farci gli affari suoi per concentrarci sui suoi film. Poi delle accuse archiviate si dimenticarono tutti per un paio di decenni abbondanti, fino all’arrivo del MeToo e del delirio collettivo, e quindi Allen è potuto tornare a fare capolavori e noi non abbiamo avuto cronache pettegole che ci distraessero da “Celebrity” o da “Harry a pezzi”.

A rivederlo a Diane Keaton appena morta, però, non riesco a capire come “Misterioso omicidio a Manhattan” Woody avesse potuto pensare di farlo fare a Mia. Quello della moglie è il ruolo che ha sempre e solo fatto Diane Keaton, che fosse con Warren Beatty in “Reds” o con Woody Allen in “Manhattan”: la parte della lei più intelligente del lui, che lui ne sia travolto subito (“Manhattan”, 1979) o che ci metta tutto il film ad accorgersene (“Misterioso omicidio a Manhattan”, 1993).

Era più intelligente di Jack Nicholson in “Tutto può succedere”, era persino più intelligente del marito che la tradiva con la di lei psicanalista nel “Club delle prime mogli”: certo, si era sposata lui e aveva pagato le sedute di analisi a lei, ma sappiamo che l’intelligenza non basta neanche per agire in maniera intelligente.

Non bastano le doti intellettive, ci vogliono anche le circostanze. Quelle di Diane Keaton sono state abbastanza fortunate da attraversare un arco cinematografico che andasse dalla Kay che, sebbene più intelligente dei mafiosi in scena, non capiva per tempo in mezzo a cosa si trovava e si sposava comunque con Michael Corleone, all’incarnazione delle donne intelligenti del secolo successivo, quelle che intuiscono il crimine prima degli investigatori professionisti.

Noialtre, che siamo più indietro, abbiamo passato i coccodrilli a dire che aveva inventato certi cappelli e certi gilet e un certo stile da mercatino delle pulci, dimenticando che aveva inventato – o almeno americanizzato – “Chi l’ha visto?”.

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