
Lea Melandri è scrittrice, saggista e femminista italiana. Tra le fondatrici della rivista L’erba voglio e autrice di numerosi testi sul rapporto tra corpo, educazione e politica, è una delle voci centrali del femminismo italiano dagli anni Settanta a oggi.
Quando ha incontrato il femminismo?
Sono originaria dell’Emilia Romagna. Ho lasciato la provincia a 25 anni, appena laureata. Sono arrivata a Milano nel ‘67. L’anno seguente ho cominciato a insegnare in una scuola media inferiore a Melegnano. Ho avuto la fortuna di incontrare il movimento non autoritario degli insegnanti nella scuola, oltre al movimento degli studenti. Il femminismo è venuto immediatamente dopo, nel ‘71. Il movimento non autoritario degli insegnanti è stato l’occasione per ripensare a quello che era stato il mio percorso. Ero figlia di contadini mezzadri. Per la generosità dei miei genitori ho avuto l’opportunità di frequentare un buon liceo classico. Nella mia famiglia c’era sfruttamento, grande fatica, e anche grande violenza sulle donne, cose che hanno molto inciso sul mio impegno nel femminismo.
L’incontro con la scuola come ha influenzato il suo percorso?
A scuola mi si è aperto un mondo: il pensiero, la scrittura, e in particolare un episodio che mi ha colpita molto. In un tema di quarta ginnasio ho parlato di quello che succedeva nella mia famiglia, e mi è stato riconsegnato con un voto negativo, dicendo che era ben scritto ma era fuori tema.
Perché questo episodio l’ha segnata?
“Fuori tema” erano le esperienze più universali dell’umano: esperienze universali che però erano state confinate nelle vite private. Fuori da quell’aula restavano le esperienze importanti, considerate però fuori dalla cultura e dalla Storia, insomma fuori dall’aula. Quel “fuori tema” mi ha accompagnata per sempre. Poi incontro due movimenti – quello degli insegnanti non autoritari e quello del femminismo – per i quali il “fuori tema”, invece, era il tema. Con gli insegnanti non autoritari parlavamo di una scandalosa inversione tra vita e cultura.
Questi movimenti come hanno influito sulla carriera da insegnante?
Ho cominciato a insegnare con l’idea che a scuola entrassero tutte le vicende che c’entrassero con il corpo: consideravo i miei alunni come individui interi. Ora se ne parla molto, ma ai tempi io tentai di portare le tematiche del corpo a scuola. Nel ‘71 i movimenti facevano la pratica dell’autocoscienza, per riflettere che cosa erano state le nostre vite e la condizione femminile. Con il movimento non autoritario avevo iniziato ad affrontare tematiche legate al corpo e alla sessualità. Poi con il femminismo c’è stato un approfondimento: abbiamo iniziato a dire che i corpi sono sia di uomini sia di donne. Il femminismo per me è venuto in seguito: due anni dopo sono entrata in questi gruppi di autocoscienza, ed è stato come portare un po’ più a fondo quelle problematiche emerse con la pratica non autoritaria.
Perchè sono state importanti queste riflessioni sul corpo?
La centralità del corpo è stato un cambiamento profondo delle nostre vite. Una rivoluzione che partiva dall’idea che nelle vite personali ci sono tante storie che non trovano spazio nei manuali: si tratta di storie confinate, privatizzate, naturalizzate. Un’esperienza che in realtà appartiene sempre anche alla Storia e alla cultura. Le vicende universali sono state privatizzate senza però farne oggetto di racconto e di riflessione. Parlare di personale non è parlare di privato: una persona ha dentro sé le storie di millenni. Privatizzare è ridurre un’esperienza universale al particolare di ogni singola vita. L’incontro con i movimenti è stata una rivoluzione nelle sue pratiche: una pratica politica era l’autocoscienza, il raccontare di sé. Lo si faceva in gruppi di sole donne, perché si aveva interiorizzato e fatto propria la visione maschile del mondo. Si dice spesso che la vittima parla la stessa lingua dell’aggressore. Che cosa potevano fare le donne se non incasellarsi negli spazi dove erano state messe? Bisognava ragionare su cosa fosse stata la sessualità per millenni di storia: esiste una sessualità femminile? Le donne conoscono il loro corpo? Era una grande rivoluzione rispetto alla politica per come era stata intesa fino ad allora.
Il movimento delle donne degli anni Settanta ha inciso profondamente sul modo di pensare la libertà e il corpo. Che cosa resta di quella stagione nel femminismo di oggi?
C’erano delle esigenze radicali. Queste esigenze tornano e scavano fino alla radice dell’umano. Parlare di questi temi significava riconoscere che la politica è nata dalla separazione tra corpo e pensiero. Il corpo è stato collocato fuori dalla scena politica, è rimasto per secoli confinato nel privato. Tanto era rimasto fuori dalla Storia, dalla cultura e dalla politica. Poi abbiamo intuito qualcosa che era reale e possibile: restituire all’individuo la sua interezza, uscendo dal dualismo che ha diviso i destini del maschio e della femmina. Uscire dai dualismi, tutti: biologia/storia, individuo/società. Abbiamo capito che era possibile uscire da questa dialettica che aveva alienato le nostre vite. Le donne si pensano ancora solo come corpi, e questo la dice lunga su come hanno inciso millenni di storia. Ho alle spalle cinquant’anni di attivismo femminista e ho visto comparire quattro maree di giovani generazioni femministe, a partire dagli anni 2000. Ogni volta, in queste nuove ondate, ho cercato di vedere cosa si riattualizza del passato. L’ultima di queste generazioni, la rete internazionale di Non Una Di Meno, da oltre dieci anni si impegna e organizza manifestazioni che nel nostro paese. Io le seguo da una vita, queste riprese, e ogni volta ritrovo qualcosa che ha a che fare con quegli anni.
Che cosa è cambiato, invece?
Le donne sono più consapevoli, più libere, e hanno portato a tema il fatto che tutte le forme di dominio che la Storia ha conosciuto hanno una radice nella cultura patriarcale. La prima guerra è quella per cui il sesso maschile ha escluso dal governo la metà degli umani – le donne – e le ha rese una proprietà. Molto è cambiato. Oggi la libertà delle donne fa paura, perché mette gli uomini di fronte a una fragilità che c’è sempre stata. Le funzioni di cura restano ancora molto relegate alle donne: abbiamo conquistato alcuni diritti, ma sono sempre minacciati. Oggi, però, mi sembra che sia avvenuto un cambiamento delle coscienze. Le donne che arrivano da anni di femminismo hanno un alto livello di consapevolezza, non c’è paragone rispetto a come eravamo noi. A volte però manca la pratica collettiva, l’esposizione di sé, che noi facevamo. Esce l’esperienza delle donne che scoprono di sé, e lo fanno in una dimensione collettiva: si espongono all’attenzione di altre donne, questo è importantissimo. Non possiamo farlo da sole, dobbiamo ricostruire una cultura, insieme.
E gli uomini, invece, sono cambiati?
Ogni cambiamento ha anche una ripercussione sul maschile. Gli uomini oggi non hanno più la garanzia di quei corpi sociali che li rassicurano, quello che hanno ereditato considerandolo normale e naturale. Le loro sicurezze si stanno sgretolando, e questo però muove degli uomini sul bisogno di interrogarsi. La virilità quanto ha impoverito gli uomini? Le soggettività anonime ora hanno preso parola, svelando le difficoltà a identificarsi in quegli stereotipi rigidi di maschile e femminile. Gli uomini devono interrogare la virilità per quello che ha significato: è un fattore strutturale per la nostra storia. Oggi si è ingigantita una sorta di virilità guerriera: il ritorno al militarismo, alla guerra nella sua ferocia. Io credo che abbia a che fare con il cambiamento profondo che interessa le famiglie, quella che la tradizione ha trasmesso attraverso i valori. Mi aspetto che gli uomini portino un contributo che aiuti a scavare un po’ più a fondo nella cultura patriarcale.
Che ruolo ha l’educazione in questo processo di trasformazione sociale?
Un ruolo fondamentale. Affinché si verifichi un vero cambiamento culturale e politico bisogna andare alle radici dell’umano, a partire dai bambini. Significa prendere il bambino fin dall’infanzia, capire attraverso l’educazione che cosa ci si porta dentro, che cosa abbiamo alle spalle. C’è un inconscio collettivo che attraversa secoli, e che è dentro di noi. Gli stereotipi di genere sono precoci, i bambini li hanno già in testa. Conosco persone che hanno fatto di tutto per crescere i loro figli fuori da questi modelli, poi vanno all’asilo e questi stereotipi li apprendono. I bambini respirano gli stereotipi, sono la normalità, e per questo vanno affrontati fin da subito.
Come affrontare questi stereotipi?
Ora si parla di educazione di sentimenti e di genere, ma il rischio è che sia tutto affidato a esperti. Io invece penso che vada affidato agli insegnanti, che sono per la maggior parte ancora donne: una femminilizzazione duratura della scuola. Sono le insegnanti che si devono interrogare, in primis. Le donne che si occupano di trasmettere un sapere che non hanno pensato loro, ma che è stato largamente elaborato dagli uomini. È importante da tutti i punti di vista: riflettere profondamente sulla vita delle donne, pensare a che cosa è maschio e che cosa è femmina, ripensare i modelli che abbiamo introiettato. Pensiamo anche alle famiglie, alla violenza domestica che si annoda in questa retorica della famiglia. Oggi sono aumentate precarietà e povertà, problemi sociali che fanno sì che non si possa basare tutto solo sulla famiglia: bisogna pensare a rapporti nuovi con l’adulto, fornire nuove prospettive per esperienze nuove.
Perchè è importante il ruolo delle insegnanti?
Le tensioni tra uomo e donna creano disagi e sofferenze, ma delegare tutto alla psicologia significa patologizzare ciò che è stata la normalità. Sono relazioni che vanno interrogate. La figura dell’insegnante ha un grande peso nella vita dei bambini e delle bambine, e lo testimonia l’episodio del “fuori tema”: ero un adolescente che portava sulle sue spalle pesi enormi. Un fatto culturale e storico non va delegato alla psicologia. Ora si patologizza, si penalizza, si punisce. Prima di ricorrere agli esperti bisogna innanzitutto formare gli insegnanti: è innanzitutto l’adulto che abbiamo davanti che deve cambiare, rispetto al rapporto con sé stesso. Nel libro Dietro la cattedra, sotto il banco. Il corpo a scuola scritto insieme ad alcune giovani insegnanti di Roma abbiamo raccolto esperienze di giovani insegnanti. È un libro intergenerazionale per riflettere sulle pratiche femministe e transfemministe a scuola.
E la scuola, come istituzione, che responsabilità ha?
Il femminismo inventa delle pratiche in autonomia rispetto alle istituzioni, ma nel momento in cui si chiede la parola pubblica è inevitabile che per un riconoscimento avvenga questa cosa. Quando i consultori sono stati istituzionalizzati hanno perso questa autonomia: è stato cancellato tutto il lavoro innovativo che aveva fatto il femminismo. È stato importante avere una legge per l’aborto libero e gratuito, ma poi quella legge ha favorito l’omissione di coscienza. Nella pratica, oggi, è molto difficile trovare medici aboritisti, e di fatto oggi l’aborto è reso inapplicabile. L’istituzionalizzazione comporta sempre un rischio. Iscrivere le problematiche del corpo nelle leggi è un rischio, perché il dibattito viene impoverito, si perde l’autonomia con cui nascono queste pratiche. L’ho per esempio nei centri antiviolenza. Bisogna sostenere questi centri tutelando la loro autonomia.
Guardando alle nuove generazioni, quali strumenti adottare per far sì che l’educazione resti uno spazio di libertà?
Nel ‘68 quando sono entrata nella scuola media ho scombinato i banchi, li ho messi in cerchio. Fare cerchio ha tanti significati: guardarsi in faccia, far sì che le persone comunichino tra loro. La relazione tra di loro c’è sempre stata ma è stata sempre sotto i banchi: lì passa un sacco della vita dei nostri allievi. Proviamo a scoprire il sottobanco, vediamo che cosa passa. Quando insegnavo ho fatto una conversazione con loro, poi pubblicata sulla rivista L’erba voglio. Quando l’insegnante di religione trovò questa rivista mi fa una denuncia fortissima. Mi hanno subito lasciato a casa da scuola, con un processo che per fortuna non ci fu. All’epoca si discusse molto di educazione sessuale, e tutti i giornali mi davano ragione, ma per me fu una vicenda pesante, anche dal punto di vista economico. Avevo solo detto “vediamo che cosa succede in classe, tra maschi e femmine”. Da lì emergono le pratiche con cui affrontare queste tematiche. Io propongo di farlo attraverso la scrittura. Se tu dai dei frammenti di scrittura, e chiedi di associare pensieri propri. La scrittura legittima le persone a parlare di sé. Insegno questa pratica anche durante i laboratori: sollecitare ragazze e ragazzi a parlare di sé. Ci sono un’infinità di linguaggi attraverso cui educare un rapporto con il corpo, e non lasciare spazio alla cattiva educazione.
Sabato 1° novembre alle ore 15.15, presso BASE Milano, Lea Melandri, presidente della Libera Università delle donne di Milano e teorica di riferimento del femminismo italiano, sarà protagonista, insieme a Renata Morizio, dell’incontro Il corpo a scuola nell’ambito di YAWP Festival. In piedi sui banchi di scuola (31.10-01.11.2025). Il Festival è dedicato al tema dell’educazione, diretto da Benedetta Marietti e organizzato da Fondazione Francesco Morelli con il sostegno di Intesa Sanpaolo; special partner Fastweb Digital Academy.