Eh, ma poverinoI genitori del basilico, gli editorialisti sciatti, e il trickle-down dell’analfabetismo

Gli studenti non sanno leggere romanzi scritti per le servette dell’Ottocento, e i professori sono costretti a fare da assistenti sociali per non turbare le loro vite

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Una cosa strana che succede sui social – sui social come sono diventati, cioè sempre meno posti in cui vediamo le vite e le idee di quelli che abbiamo scelto di seguire, e sempre più posti in cui vediamo gente pescata dall’algoritmo – è che chi come me si è ben guardata dal fare figli si ritrovi ogni giorno davanti la principale fatica dei genitori: avere a che fare con gente che vede il mondo per la prima volta.

Sì, poi ci sono tutte le variabili, per cui i genitori della mia generazione sono quei mirabili idioti che dicono «ogni giorno imparo qualcosa da mio figlio», ma tuo figlio ha cinque anni e non sa allacciarsi le scarpe, cosa impari. E ci sono i genitori di cani, figuriamoci. L’altro giorno l’algoritmo mi ha, giuro, pubblicizzato una app per la cura delle piante il cui spot cominciava con «Tutti i genitori di piante fanno quest’errore». Genitori del basilico.

Ma resta che – anche se hai scansato ogni responsabilità, specialmente quella di sorbirti il non sapere di coloro per cui tutto è nuovo e sconvolgente – poi ti trovi i ventenni su Twitter (o come si chiama ora). In questo momento, tra gli universitari italiani c’è un dibattito su quella vessazione che sono le tasse universitarie. Pareri diversi, ma un tratto in comune: non ce n’è uno che abbia idea del fatto che è la fiscalità generale a pagare la sua istruzione. Sono tutti convinti che quei quattro spicci che versano ogni anno bastino a tener su la baracca dalla quale usciranno ignoranti quanto prima ma col valore morale del titolo di studio.

Vi parrà d’avere già letto quest’articolo, e in effetti era meno di due mesi fa che un post di Substack a proposito dell’analfabetismo medio degli studenti mi aveva colpita, e ora rieccoci. Il titolo stavolta è “I laureandi in letteratura non sanno leggere”. È sempre roba americana: uno studio fatto in due università del Kansas riferisce impietosamente le reazioni degli studenti davanti ad alcuni paragrafi di Dickens.

Non vi ricopierò lo strazio dei balbettamenti degli universitari messi davanti a un testo del quale non decodificano il linguaggio figurato, il lessico, niente. Faccio solo presente che in questo studio essi potevano cercare le parole ignote, e spero che al mio funerale qualcuno dirà che io ripetevo più inascoltata di Cassandra che Google è un’illusione, che se su Google non sai cosa cercare e in che contesto inserire la ricerca ti resta l’abissale ignoranza e in più la protervia di percepirti informato, che lo ripetevo invano mentre voi guglavate invece d’ascoltare.

Quello su cui invece vorrei concentrarmi è il fatto che due giorni fa, quando ho visto questo post, l’ho mandato a tutti i professori che conosco, perché questo analfabetismo di ritorno mi preoccupa moltissimo. Mi preoccupa l’editorialista di gran prestigio che sulla prima pagina del grande giornale parla delle persone «di cui» qualcuno ha fiducia, e quello che intende è «in cui», e non solo usa le preposizioni come fosse sbarcato a Lampedusa la settimana scorsa, ma a nessuno di quelli che impaginano viene il dubbio che vada corretto, perché gente che di mestiere usa le parole ormai le usa come un tredicenne d’una scuola disagiata.

Mi preoccupa il nuovo libro di Yasmina Reza in cui uno scolaro ripete due volte la lezione ai genitori, e tutt’e due le volte non la ripete, la «recita», ed è il traduttore al quale non hanno regalato da piccolo il dizionario dei falsi amici e che quindi non sa che in italiano le lezioni si ripetono? È la Reza che, parlando l’italiano ma come una straniera, pretende per il «faire le récit» francese venga usato il verbo italiano sbagliato? È che hanno messo lì un «recita» da «buona la prima» e poi quello è rimasto perché le scelte provvisorie, nella patria della sciatteria, sono sempre definitive?

Mi preoccupano i giornali (questo compreso) che da mesi chiamano i dazi «tariffe» (i dizionari sono come Google: devi saperli consultare; certo che ti daranno «tariffe» come possibile traduzione di «tariffs», come terza scelta, come «più raro»: è il loro modo di dirti «sono un dizionario, non posso essere prescrittivo ma solo descrittivo, e quel che descrivo è un mondo in cui gli analfabeti come te aggiungono una vocale alla fine e lo chiamano “tradurre”»).

Dunque ho mandato ai miei amici professori, vieppiù preoccupata, la notizia degli studenti anglofoni che non sanno leggere Dickens (lo so che a dire «ai miei tempi» si suona sempre tromboni, ma i miei tempi erano l’altroieri: Dickens si leggeva alle medie). Non ce n’è stato uno che non m’abbia detto ma certo, ma è ovvio, ma come puoi pensare che capiscano Dickens, ma anzi in Italia pure peggio.

Ricopio da uno scritto di Claudio Giunta di otto anni fa, uscì sulla Rivista del Mulino. «Ho appena messo 18 al compito scritto di uno studente della laurea magistrale in Lettere (quinto anno di università) che meritava invece di essere bocciato perché, a parte conoscere maluccio il programma, ha grosse difficoltà nello scrivere: mette male la punteggiatura, usa i verbi sbagliati, confonde le preposizioni […], non sa fare un riassunto».

Una ex professoressa che conosco, divenuta alla fine del secolo scorso nonna, e trovatasi a osservare i compiti a casa della nipote, decretò che il mondo sarebbe andato a rotoli perché a scuola non davano più da fare i riassunti. Oggi, tutti i professori con cui parlo fanno la stessa analisi. La scuola non ti chiede più di insegnare agli studenti delle nozioni, quell’idea della scuola che ti insegnava la letteratura, e prima della letteratura a leggere e a scrivere e a capire un testo e a comporne uno, quella cosa lì è finita, un relitto per nostalgici: oggi la scuola ti chiede di insegnar loro a vivere.

Tra quello coi disturbi certificati, quello che ha paura, quello che ha turbe assortite, ormai nei prestigiosi licei del centro della città ti trovi a fare da assistente sociale come una volta succedeva nelle periferie disagiate. E quindi passi le elementari e le medie a educarli a concetti quali la non violenza, e il risultato è che arrivano al liceo che non sanno leggere e scrivere.

Mi piace pensare che sia per quello che in “Di madre in figlia” c’è una nonna che dice qualche variazione su «ma figuriamoci» a ogni malattia immaginaria della nipote, che sia per quello che in “Your friends and neighbors” c’è un ragazzino con l’immancabile disturbo dell’attenzione che poi dà il suo primo bacio e gli passa tutto: mi piace credere che gli adulti meno scemi abbiano iniziato una piccola ribellione al dovere di prendere sul serio le puttanate dell’adolescenza, sapendo che assecondarle significa produrre adulti disadattati nonché ignorantissimi. Non è protezione dei piccini: è protezione delle nostre vecchiaie, in balìa di gente che non saprà leggere le istruzioni sui pannoloni che dovrà cambiarci.

Ricopio di nuovo da quel Giunta d’epoca, che qualche riga dopo si contriva perché, come spesso accade con le materie umanistiche, quel ciuccio cui permetteva di laurearsi sarebbe poi diventato insegnante, creando il fenomeno del trickle-down dell’analfabetismo, lo sgocciolamento della sua somaraggine su successive generazioni di svolgitori di mansioni intellettuali che non sanno usare le preposizioni: «Può questo aspirante insegnante imparare a scrivere nei prossimi anni, tra il suo quinto anno di università e la sua eventuale, speriamo scongiurabile, entrata in servizio? No, non può, non s’impara a scrivere a ventitré anni».

Marguerite Duras diceva che, nella sua vita, a diciott’anni era già troppo tardi. E neanche parlava d’imparare a leggere. Perché Giunta non bocciò il futuro accademico per la quarta volta? Per il nodo che governa tutto il mondo di questo secolo, dall’economia della carità alle lauree a gente che una volta avrebbe lavato le scale della facoltà, un nodo riassumibile in tre parole: eh, ma poverino.

«Alla quarta volta l’ho promosso perché, come mi ha ripetuto fino alla nausea, il mio è “il suo ultimo esame”, la tesi è già pronta da tempo, ed è una tesi che non riguarda la mia materia: lo studente si laureerà in storia contemporanea. Bocciarlo ancora (e poi ancora, e ancora) avrebbe voluto dire impedirgli di laurearsi, fargli buttare via gli studi di cinque anni, rovinargli l’esistenza».

Una volta Francesco Guccini mi ha raccontato che suo padre, sebbene lui in quinta elementare fosse stato promosso, gliela fece ripetere, non ritenendolo maturo per la prima media. Sono passati più di settant’anni, e dev’essere questo quello che chiamano progresso: essere passati dalla prima media che era un traguardo che dovevi meritarti alla laurea come diritto umano che nessuno se la sente di violare.

Almeno dateci un reality. Le vite inimmaginabili di ciucci che non sanno leggere abbastanza da capire Dickens, non sanno scrivere abbastanza da sapere che in italiano i rischi si corrono e non si prendono, non sanno trovare i minuti di cottura sul pacco di pasta, epperò sono arrivati all’età alla quale bisogna dar loro ruoli di responsabilità, perché l’alternativa sono loro coetanei cui la scuola ha insegnato l’affettività invece che le preposizioni.

E ora scusate, vado in un angolo a piangere pensando a quelli che di libri ne vendono moltissimi e ai quali, beati loro, non viene mai il dubbio che, in un secolo in cui i lettori con istruzione accademica non capiscono i romanzi scritti per le servette analfabete dell’Ottocento, fare il mestiere di scrivere sia una scelta in cui ogni successo è un’umiliazione.

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