
Una regola che mi sono data è che del materiale deperibile da talk-show, della notizia su cui tutti si esercitano per quarantott’ore ma di cui tra quattr’anni non ci ricorderemo, di quella roba lì non si scrive a meno che non sia particolarmente esilarante.
Quando devo decidere di cosa occuparmi in questa paginetta, il mio faro culturale sono i ricordi di Facebook. Ogni volta che Facebook mi dice che oggi, quindici anni fa, parlavo di qualcosa che mi pareva così rilevante da dare per scontati i dettagli, e quindici anni dopo non so di che si trattasse, sento d’aver sbagliato.
Ieri, Facebook mi ha ricordato che sedici anni prima ero a una conferenza stampa di Shakira (ricordo vagamente chi sia, non credo d’aver mai sentito una sua canzone: cosa ci facevo a una sua conferenza stampa?); che dodici anni prima ero a vedere un film in cui Naomi Watts interpretava Diana Spencer (esiste un film in cui Naomi Watts fa Lady D??); che sette anni prima mi lamentavo perché quando leggevo un editoriale scarsissimo poi per tutto il giorno mi trovavo i social che gli davano del capolavoro (chissà che articolo stavo pizzinando, non lo saprò mai, potrebbe essere un qualunque editoriale degli ultimi sette anni); che quattro anni prima i parenti di Morisi erano insofferenti verso una cronista del Corriere (ho dovuto cercare su Google “Morisi”); che tre anni prima avevo azzeccato Wordle al primo colpo, unico ricordo davvero rilevante eppure neppure di questo importantissimo traguardo riesco a rammentarmi i dettagli: chissà qual era la parola giusta di quel Wordle dell’ottobre 2022.
Figuriamoci i fattarelli di giornata, figuriamoci i personaggi di stagione, figuriamoci i temi caldi del momento in un’epoca che ha completamente perso la capacità di distinguere tra le volte in cui di una cosa si parla per qualche tempo e poi mai più, e le volte in cui tra decenni saremo ancora qui a chiederci «dov’eri l’undici settembre» e a inondare i giornali delle nostre megalomani autobiografie.
Tra le cose che recentemente ho scartato perché sono convinta che poi tra cinque anni mi sarei riletta dicendo «Elly chi??», quel filmato di qualche settimana fa; Elly Schlein era a un raduno del Fatto Quotidiano, parlava con Antonio Padellaro, il tema era l’Ucraina, e diceva: «Un popolo che ha subìto, e su questo siamo tutti d’accordo, un’invasione criminale». Dalla platea partivano i fischi, e un secondo dopo lei, indicando il pubblico, diceva: «È giusto, lo sappiamo che su questo non siamo d’accordo».
Ora, le platee ostili non piacciono a nessuno, e ci ricordiamo ancora tutti la morte in diretta, a Sanremo 2013, di Maurizio Crozza, che pure ha più uso di palco della Schlein ma che soccombeva di fronte alle grida «no politica» d’una platea cui non piaceva l’imitazione di Berlusconi – però un minimo. Se fai la capa d’un partito devi saper affrontare gente che non è d’accordo con te, o almeno essere comunicativamente abbastanza abile da non dire un secondo dopo il contrario di quel che hai detto un secondo prima.
Però niente, non ne avevo scritto. Così come non ho mai scritto di Francesca Albanese che, oltre a essere uno di quei personaggi che non esistono fuori dai talk-show e dai caroselli di Instagram, rappresenta, nel mio catalogo del disinteresse, un altro grave limite: la prevedibilità delle posizioni.
Non c’è un italiano che abbia un mestiere pubblico di cui io non sappia dirvi, pur non avendo fino all’altroieri mai sentito parlare la Albanese, cosa pensi di lei. Due file senza imprevisti, di qua quelli che eroina e santa e Nobel per la pace e martire della verità contro i poteri forti, di là quelli che pericolosa alleata dei terroristi e pure nota cialtrona nonché non lesta nel correggere il parcheggiatore che l’ha chiamata «dottore’» sebbene non sia medico.
Poi l’altro giorno è successo ciò che ormai avete letto ovunque: il sindaco di Reggio Emilia le stava consegnando un’onorificenza. Nella motivazione c’erano tutte le paroline magiche che piacciono alla sinistra di Instagram, da «genocidio» in giù (beato chi non si ricorda che due anni fa qua era tutto «genocidio trans», beato chi ha persino meno memoria di me). Tutto come da copione, la Albanese col pugno alzato, il teatro che scandisce «Free, free Palestine», la platea che più realista del re le urla di prendere la bandiera della Palestina e la Albanese che dice «no, io sono italiana».
E qui ci sono due interpretazioni possibili. Una è che la Albanese – che, mentre viene premiata con un’onorificenza che si chiama “Primo Tricolore” e consiste appunto nella bandiera italiana, dice che non è il caso di reggere un’altra bandiera – sia una rappresentante dell’assemblea d’istituto meno liceale di chi la incita. L’altra è che comunque le bandiere sono ridicole tutte, e un sindaco non ha nessuna speranza d’essere preso sul serio con quella fascia tricolore.
Ma non è questo che mi interessa, non è per questo che Francesca Albanese ha infine la mia attenzione. Non è per aver detto al sindaco – che, pur avendo detto tutte le cose che piacciono a una parte, «il feroce attacco del 7 ottobre non giustifica in alcun modo il massacro che è in essere a Gaza» e tutto il cucuzzaro, si era permesso di aggiungere quella cui tiene l’altra parte, cioè che Hamas deve liberare gli ostaggi israeliani – «io il sindaco non lo giudico, lo perdono, però sindaco, mi deve promettere che questa cosa non la dice più».
Non è il delirio d’onnipotenza, a colpirmi (vi vorrei vedere a non avere il delirio d’onnipotenza davanti a mille persone che v’acclamano, non avendo una vita d’allenamento a fare la rockstar). Anzi, forse da parte sua c’era anche il tentativo di difendere il sindaco da un platea che gli stava urlando «non hai capito», «sei come la Meloni» e altre amenità (si può sempre contare sulla folla, per una reazione razionale, che si sia a Reggio Emilia o a Sanremo o nella Roma di Ponzio Pilato). Forse Francesca Albanese stava facendo per il sindaco la parte che Fazio fece per Crozza. Non sono mica i contenuti, a farmi impressione. È la voce.
Ho un dossier, tra quelli in cui inserisco appunti sul presente, intitolato “Donne di potere con la vocetta da Paperina”. Finora credevo che la ragione per cui qualunque donna comandi qualunque cosa, dalle direttrici di giornale a Ilaria Salis, qualunque donna in una posizione di potere che parlasse come una dodicenne credevo lo facesse perché alla base della seduzione femminile c’è la fragilità. Damsel in distress, direi se avessi studiato l’inglese.
La vocetta da bisognosa della guida maschile è il modo in cui la donna al comando si accerta che a suo marito non caschi il cazzo. Non c’è niente che più facilmente faccia passare l’erezione a un uomo della donna che guadagna più di lui, ha più potere di lui, fa più carriera di lui. E non c’è niente cui le donne, qualunque sia il loro ruolo nel mondo, tengano di più che a essere considerate sdraiabili.
Ma vedendo la Albanese mi è venuto in mente il più bel film di Woody Allen, “Mariti e mogli”, che trentatré anni fa introdusse nel nostro lessico abituale l’espressione «passivo aggressiva», che poi come ogni espressione è stata slabbrata dall’uso, e già nel 2000 non rappresentava più il gattamortismo, e infatti al primo “Grande Fratello” usavamo «gatta morta» per Marina La Rosa e non, come avremmo dovuto, per Cristina Plevani.
Ma gatta morta era la Mia Farrow di “Mariti e mogli”, quella il cui ex diceva che era una passivo aggressiva, che era tutta un povera me, me misera me tapina, e poi otteneva sempre ciò che voleva. Gatta morta non è una che te la fa credere e poi ti manda in bianco: è una che, senza imporsi esplicitamente, ti colpevolizza silenziosamente, finché fai quel che voleva lei senza che lei si sia incomodata a ingiungerti di farlo.
E quindi sono molto grata a Francesca Albanese, di cui temo non mi ricorderò tra qualche anno, quando la sinistra l’avrà sostituita come propria icona intoccabile (sembrano tutte per sempre, da Saviano a Soumahoro, ma prima o dopo finisce il turno di tutte le icone di stagione), ma che ha illuminato un tema che mi è caro. Forse non è solo per essere seduttive, che le donne in posizione di forza fanno la vocetta da bambine buone. È perché così, se non gliela dai vinta, sembri vieppiù prepotente.