Fin du règneIl crepuscolo inglorioso della Francia macronista

Ieri il Paese che fu la culla dei diritti dell’uomo ha mandato in carcere Sarkozy con una condanna in primo grado e nulla più. Poche ore prima aveva subito l’onta del furto al Louvre, e poco dopo ha sospeso quella riforma delle pensioni che era indispensabile per tenere i conti in ordine

AP/Lapresse

Che spettacolo impietoso questa Francia così sfilacciata. Povero Emmanuel Macron, e che triste questa sua fin du règne. Nel giro di poche ore, il Paese che fu la culla dei diritti dell’uomo ha mandato sul patibolo – mediatico questa volta – un suo re decaduto, in feroce spregio giacobino del principio di innocenza. Subito prima ha fatto una figura di polverosa, totale inefficacia lasciando che quattro furbacchioni rubassero al Louvre i gioielli di Napoleone. Infine, in un crescendo di sindrome suicida, ha deciso di far saltare i conti pubblici sospendendo la riforma delle pensioni pur di comprare il voto di socialisti incoscienti.

Raramente un declino di presidenza è stato così crudele come quello del giovane – forse troppo giovane – Emmanuel Macron. Superato solo dalla pruriginosa fama di Félix Faure, freddato da un ictus fulminante che lo colse nel 1899 nel suo studio all’Eliseo con una sua cara amica.

Dei tre episodi alla Pantagruel di questa malmessa Francia non si sa dire quale sia più grottesco. Il primo, vittima Nicolas Sarkozy, testimonia la tabe giacobina del Paese in cui persino il paludato Le Monde fa la parte di una tricoteuse assetata di sangue dei potenti e gioisce della ferocia illiberale di una magistratura che è riuscita a far ingoiare alla politica un suo strapotere incontrollato, in spregio totale a un fondamentale principio liberale di giustizia.

Anche in Francia, infatti, vale il principio costituzionale di presunzione di innocenza dell’imputato sino al terzo grado di giudizio. Ma questo sacrosanto diritto è superato e irriso dalla possibilità del giudice francese di fargli scontare la pena dopo solo la condanna di primo grado, a propria discrezione. È sufficiente che giudichi “grave” il reato e via alla “esecuzione provvisoria”. Se il prigioniero viene poi assolto in secondo o terzo grado, tante scuse e nulla più.

Dunque, trionfa Robespierre e vale il principio che si fa scontrare la pena a un imputato che formalmente, solo formalmente, è innocente. Intanto, manette e chiavistelli. Chissà l’invidia di certi nostri magistrati.

Quanto al Louvre, c’è poco da dire: chapeau ai ladri, capaci di un piano degno dei “soliti ignoti” e tanto arguti da avere incluso nell’impresa una ghiotta citazione politica: indossavano infatti quattro vistosi gilets jaunes.

Lo smandrappato sistema di sorveglianza interno al museo ha fatto così da pendente luminoso alla totale, incredibile, assenza di vigilanza esterna, sì che i quattro emuli di Arsenio Lupin hanno potuto parcheggiare in vistosa contromano sul marciapiede il camion col montacarichi estensibile e lavorare con la mola indisturbati le finestre del Louvre.

François Mitterrand è passato alla storia anche per il restauro del Louvre e per la coraggiosa e svettante piramide. Emmanuel Macron, che lo scelse nel 2017 come scenario per celebrare la notte del suo trionfo elettorale, passerà alla storia come il presidente “poissard”, pescivendolo, a cui chi passa può entrare in casa e rubare i gioielli del nonno Napoleone.

Veniamo ora all’ultimo pesce in faccia che Macron s’è trovato a prendere in questo suo crepuscolo. Una sola riforma importante era riuscito con grande fatica a far passare in dieci anni di presidenza: la riforma delle pensioni con lo spostamento dell’età pensionabile a sessantaquattro anni. Un provvedimento indispensabile, perché il bilancio statale non può reggere il pensionamento a sessantadue anni vigente in Francia, a fronte di una media europea di 64,4 anni (in Italia di ben sessantasette anni).

Bene, con una serie di mosse scomposte, e soprattutto nel nome di una sua superiorità e disinteresse per le miserie del gioco politico interno, lui che il destino ha voluto assegnare alla soluzione delle grandi crisi internazionali, nelle quali purtroppo però non riesce, è stato costretto alla capitolazione.

Il secondo governo di Sébastien Lecornu – il primo era durato poche ore, ennesimo segno che all’Eliseo le idee sono confuse – ha passato il voto di censura nell’Assemblée Nationale solo perché il premier si è impegnato con i socialisti a sospendere la riforma delle pensioni. Poco importa che questo comporti un esplosivo buco di bilancio. Peggio ancora, si è subito aperta una surreale partita di dichiarazioni con Macron, che sostiene che la riforma delle pensioni «non è né sospesa né estinta» e Lecornu prontamente lo smentisce e assicura i socialisti – che gli tengono il cappio al collo – che la riforma è proprio sospesa. Cabaret.

Comunque, va detto che questa débâcle presidenziale non può non evidenziare il declino culturale della gauche riformista francese. Il rigetto della riforma da parte dei socialisti, in totale, sordo spregio alle compatibilità di bilancio, è motivato infatti essenzialmente da un netto rifiuto dell’ideologia del lavoro. Ha dello stordente, ma è così. La campagna sindacale e della sinistra francese contro questa riforma è stata condotta infatti nel nome di una novità assoluta: il lavoro, il lavorare è concepito ormai infatti dalla gauche francese come un disvalore assoluto, un dispendio immorale del tempo della persona e della vita, anche dal punto di vista culturale, oltre che di vita, esistenziale. Tre secoli di ideologia del lavoro come traino dell’innovazione, dall’Encyclopedie in poi, humus indispensabile al progresso culturale e sociale dell’umanità, sono così stati elegantemente trafugati e portati all’ammasso da un incosciente gauche francese con la facilità impunita con cui si rubano i gioielli del Louvre.

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