
«Tu quoque, Brute, fili mi!», disse Giulio Cesare prima di esalare l’ultimo respiro, mentre veniva pugnalato a morte dai congiurati, nella cui ressa di volti riconobbe quello di Marco Giunio Bruto. Se alle elezioni politiche ungheresi dell’aprile 2026 dovesse vincere Péter Magyar, leader del partito Tisza, Viktor Orbán potrebbe gridare una frase simile: «Tu quoque, Péter».
L’ascesa di Magyar, come riconosce Yaroslav Trofimov in un lungo articolo pubblicato dal Wall Street Journal, ha tutti i tratti di un dramma shakespeariano. Innanzitutto, il “Giulio Cesare”: per più di vent’anni, Péter Magyar ha militato nelle file di Fidesz, il partito di cui Orbán è presidente. E che secondo gli ultimi sondaggi del settembre 2025 è stato sorpassato dal Partito del Rispetto e della Libertà, di cui lo stesso Magyar è a capo dal giugno 2024. Fidesz si assesta al ventotto per cento, Tisza è arrivato al trentatré per cento.
Un’affermazione personale, quella di Magyar, shakespeariana non solo per il potenziale “cesaricidio” di Orbán, ma anche per ragioni che riguardano la sua vita privata e ne avvicinano la storia a quella di Macbeth: come questi, tradisce la moglie Lady Macbeth, anche il leader di Tisza era sposato con l’ex ministra della Giustizia nel governo di Orbán, Judit Varga. Magyar, tuttavia, nel marzo 2024 ha pubblicato una registrazione in cui l’ex moglie lamentava pressioni governative su un caso giudiziario di corruzione. Tutto all’oscuro della coniuge. Uno dei tanti casi di interferenze politiche nel sistema giudiziario ungherese, insomma, che però Magyar ha deciso di denunciare anche a costo di un voltafaccia privato.
Proprio la lotta alla corruzione è uno dei punti chiave di Tisza, un partito di centrodestra fondato nel 2020, ma che ha spiccato il volo quando Magyar ha deciso di aderirvi nel 2024. Tisza sta per Tisztelet és Szabadság Párt, che significa Partito del Rispetto e della Libertà: fra i suoi elementi di forza c’è quello di presentarsi come una forza politica terza, un’alternativa al bipartitismo politico che vede scontrarsi da quindici anni a questa parte Fidesz – il partito di Orbán in coalizione fissa con il Kndp, il Partito Popolare Cristiano Democratico – e l’opposizione di sinistra, che Magyar ritiene complice del governo.
In un’intervista a Deutsche Welle, a questo proposito, Magyar ha specificato: «Siamo indipendenti da tutti i partiti, saremo solo dalla parte del popolo ungherese. Non stiamo con l’opposizione e i partiti dello status quo: raccogliamo il sentimento anti-establishment». Una retorica dalle tinte populiste, forse, come populista è il giubbotto smanicato con cui rilascia l’intervista, e che implicitamente dice: «Io sono dalla parte della gente comune». Una retorica che tuttavia per ora funziona, mobilita consensi, e potrebbe essere il grimaldello con cui uscire da una situazione di stallo che si protrae da quindici anni: Viktor Orbán, sessantaduenne, è infatti al suo quarto mandato consecutivo, il quinto della sua carriera.

Dopo essere stato eletto primo ministro nel quadriennio 1998-2002, infatti, dal 2010 a oggi non ha più lasciato la carica, spostando la politica e la società ungherese sempre più verso posizioni di estrema destra populista. Tanto che Freedom House, la Ong che conduce attività di ricerca su libertà politiche e diritti umani in tutto il mondo, ha denunciato un «declino democratico senza precedenti» nel Paese. Una delle battaglie di Tisza, non a caso, è proprio la limitazione dei mandati personali a un massimo di due, al fine di evitare la degenerazione della democrazia in progressiva autocrazia.
Nell’analisi dei punti programmatici di Tisza emergono di riflesso tutti gli aspetti più illiberali e autoritari delle politiche imposte da Orbán e dal suo governo: innanzitutto, Tisza si batte per il pieno ripristino della libertà di parola. Alcuni membri del partito, infatti, sono stati destituiti da incarichi civili in seguito a loro apparizioni in manifestazioni antigovernative: il caso più eclatante è forse quello di Romulusz Ruszin-Szendi, ex Capo di Stato Maggiore delle Forze armate ungheresi, che nel 2025 è stato licenziato dall’Università nazionale di Servizio pubblico. Vi insegnava dal 2021, e l’annuncio di licenziamento è arrivato immediatamente dopo la sua partecipazione a un evento di Tisza.
Una repressione del dissenso che passa attraverso minacce e intimidazioni, ma che viene spesso giustificata come attuazione di misure che mantengano neutralità politica ed efficienza dell’amministrazione pubblica.
Fra le forme di soffocamento della libertà di espressione spicca il divieto di celebrare il Gay pride: il 28 marzo 2025, infatti, il Parlamento ungherese ha approvato una legge che vieta le assemblee pubbliche che mostrino omosessualità o identità di genere non conformi a quelle dell’assegnazione alla nascita. La legge prevede, fra le altre cose, l’equivalente di circa cinquecento euro di multa ai partecipanti (identificabili con un software di riconoscimento facciale in possesso alla polizia) e fino a un anno di carcere per gli organizzatori. Nonostante il nicht del governo, il 28 giungo a Budapest si sono radunate fra le cento e le duecentomila persone.
Un altro punto programmatico di Tisza è lo smantellamento di quello che viene informalmente chiamato il “ministero della Propaganda”, ossia il Kesma (Közép-Európai Sajtó és Média Alapítvány), la Fondazione dei Media e della Stampa dell’Europa centrale, un organo che gestisce apparati di informazione allineati col governo: una rete di giornali, televisioni e siti web che promuovono la linea politica del leader. L’impero mediatico di Orbán che, secondo Magyar, diffonde la disinformazione che gli ha consentito di rimanere al comando per tutti questi anni.
È notizia recente, ad esempio, la circolazione di una fake news secondo la quale l’app di Tisza sia realizzata – e controllata – da una società di software ucraina. Bufala rafforzata da tanto di video generato dall’intelligenza artificiale (e pubblicato sulla pagina Facebook di Orbán) che raffigura Volodymyr Zelensky nell’atto di mostrare il “Tiszaphone – made in Ukraine” a un pubblico in standing ovation, con Magyar in prima fila: «I tuoi dati sono al sicuro», aggiunge il clone virtuale, insinuando che le informazioni personali dei cittadini ungheresi vengano rubate dal presidente ucraino attraverso l’app popolare del partito.

Proprio nella misura in cui la stampa è controllata da Fidesz e dal governo, fare campagna politica, per Magyar, è particolarmente difficile, per quanto possa contare sui cinquantamila volontari che lo supportano: nell’intervista a DW, ammette di doversi affidare molto a social network come Facebook, Instagram e TikTok, ma aggiunge anche di volersi sporcare le mani, tenendo di persona comizi nelle singole città ungheresi. Compresi quei paesi dove – come ricorda Yaroslav Trofimov nel WSJ – sui muri ancora campeggiano murales propagandistici di età comunista e la cultura rurale spinge la gente verso valori tradizionali e ics sul partito di Orbán nelle schede elettorali.
Una delle argomentazioni più forti della campagna politica di Magyar fa leva sull’attuale situazione economica disastrosa del Paese: nel 2024, infatti, l’Ungheria è stata dichiarata la nazione più povera dell’Unione europea – i livelli di consumo individuale effettivo (ossia uno degli indici più affidabili del benessere economico reale) sono infatti il fanalino di coda dei ventisette Stati membri. Il Fondo Monetario Internazionale ha registrato per il 2025 una crescita soltanto dello 0,7 per cento a fronte di un aumento dell’inflazione del 4,5 per cento. Una stagnazione economica – a tratti trasformatasi in recessione – che ha avuto gravi ricadute sui sistemi tanto dell’istruzione quanto della sanità.
«I nostri stipendi non valgono nulla rispetto ai prezzi in negozio», dice una partecipante al comizio di Magyar tenutosi a Oroszlány, le cui parole sono riportate nell’articolo del Wall Street Journal. Una povertà, quella popolare, che stride con l’opulenza dei politici e degli oligarchi filo-governativi: «Tutto questo arricchimento è terribile, mentre qui cade tutto a pezzi, dalle scuole all’assistenza sanitaria», aggiunge un’altra astante.
Ad aggravare la povertà ungherese contribuisce il congelamento dei fondi europei destinati al Paese, bloccati per problemi di stato di diritto: l’Unione europea, infatti, considera che – oltre alla violazione di alcuni diritti fondamentali – vi siano forti carenze nella separazione dei poteri, nell’indipendenza della magistratura, nella trasparenza delle gare d’appalto e nel controllo dei fondi pubblici.
In altre parole, l’Ue mette in seria discussione la cosiddetta Ner (Nemzeti Együttműködés Rendszere), il Sistema di cooperazione nazionale, ovvero il contratto sociale fra Stato, imprese e cittadini, introdotto nel 2010 con il governo Orbán II, e che ha portato a gravi riforme istituzionali, a modifiche delle leggi elettorali, dei media e delle proprietà statali in senso fortemente illiberale, accentrando il potere nelle mani dello Stato, del partito di governo e in quelle dell’entourage élitario di oligarchi e ricchissimi imprenditori che sono Ner-affiliated. Anche contro questo “Stato mafioso” si batte Tisza: una situazione di forte sperequazione economica e sociale definita spesso “cleptocrazia” (letteralmente, “il potere di chi ruba”).
Sul posizionamento dell’Ungheria nello scacchiere geopolitico internazionale, e in particolare rispetto alla guerra in Ucraina, Magyar ha dichiarato a DW: «Se giri per Budapest, ma anche in qualsiasi parte dell’Ungheria, sono tutti pro-europei. È gente fortemente orgogliosa di essere ungherese, dopodiché sono tutti fieri di essere europei. Teniamo sempre a mente da dove veniamo e dove andiamo: e non è la Russia, non è l’Asia». È l’Europa. E infatti c’è già chi, in vista delle elezioni nella primavera del 2026, esorta a prepararsi per un’insurrezione di massa, in caso di frodi elettorali: un Euromaidan, come in Ucraina. Ma in Ungheria. Il 29,6% di Tisza alle ultime elezioni europee promette bene. Per abbandonare il recente passato autocratico e abbracciare un futuro prossimo che si spera pienamente democratico.