
Nella politica di oggi le leadership hanno una caratteristica: la divisività. Non inglobano, non allargano come si sarebbe detto una volta negli anni della Prima Repubblica, quando gli esecutivi più erano extra large più venivano accettati dalla popolazione. Polarizzano, dunque: ingraziandosi i sostenitori e facendo infuriare le truppe avversarie. E su questo alimentano un consenso che può variare a seconda delle capacità personali.
Silvio Berlusconi è stato considerato il leader più divisivo della Res pubblica italiana. Belpaese spaccato in due: berlusconiani versus anti-berlusconiani. Il Cavaliere ha anche giocato su questo aspetto ma, al contempo, ha provato ad allargare la sua popolarità servendosi delle televisioni, del Milan, del sorriso. E di tanti altri trucchi del mestiere.
Traslando questo approccio al mondo del calcio, negli ultimi cinque lustri in Italia un solo allenatore ha fatto discutere più di altri valicando il perimetro del pallone: Massimiliano Allegri. Amato dalle sue truppe, avversato dai detrattori. #AllegriOut è stato l’hashtag dominante negli anni della sua permanenza alla Continassa, rilanciato dai tifosi bianconeri che lo hanno avversato ma anche da chi lo accusava di essere un tecnico sparagnino e rinunciatario, un allenatore poco coraggioso che praticava il vecchio catenaccio all’italiana. Il dibattito è così ruotato attorno a questa figura che ha indossato la grisaglia del conservatorismo diventando il primo difensore della Prima Repubblica del calcio.
«Bisogna tornare all’Abc del pallone, saper passare la palla, perché tutti i passaggi non sono uguali. Chi non fa la costruzione da dietro oggi? Però c’è da capire quando si può fare, come si può fare e quando non si può fare. Perché ci sono momenti della partita che sono diversi». Ecco il suo manifesto che fa irritare i belgiuochisti, gli amanti dei risultati spettacolari come il 4 a 3 tra Inter e Barcellona del 6 maggio 2025, e al più chi è ossessionato solo da numeri e percentuali e poco o niente dall’esito finale. «Ci sono allenatori che vincono sempre e altri che non vincono mai. Ci sarà un motivo se non vinceranno mai?».
Allegri invoca di ripartire dai princìpi fondanti del calcio. Sembra essere una sorta di richiamo alla Carta Costituente e ai partiti che dal dopoguerra in poi hanno guidato l’Italia per quasi cinquant’anni. Partiti che si fondavano su un’ideologia ben definita. Perché un conto era essere democristiani, un altro essere comunisti, un altro ancora liberali o socialisti. Resuscita così un nostalgismo da calcio d’antan: «I miei maestri sono i vecchi allenatori». Un ritorno al vintage aiutato anche dagli scarsi risultati dei colleghi che «innovano».
In questo clima ostile in cui il nuovismo ha la meglio su tutto, il diretto interessato predica «calma». È uno strenuo sostenitore di un concetto molto democristiano. «Ci vuole equilibrio» dice davanti alle telecamere del Club su Sky, dove nella primavera del 2021 senza più panchina squaderna le direttrici del suo programma politico. Il suo secondo esecutivo alla Juventus non brilla e non mette in atto riforme stravolgenti, provando a ripartire da una serie di misure che sono state determinanti nel corso della prima esperienza al governo della Continassa. Ragion per cui viene accusato di non avere più il tocco magico, come Matteo Renzi dopo il referendum costituzionale del dicembre del 2016.
La folta degli avversari si accresce e la polarizzazione aumenta in maniera esponenziale. Su queste note Allegri perde l’agibilità politica, esonerato dalla Juventus che resta la squadra della sua vita. Un esonero, quello consumato dopo la finale di Coppa Italia di Roma del 15 maggio 2024 vinta contro l’Atalanta, che ricorda la cacciata degli esponenti della Prima Repubblica dai palazzi della politica sull’onda di Tangentopoli. Come un Arlando Forlani, travolto dal processo Enimont, Max da Livorno decide di sparire dai radar. Si ferma un anno. Dodici mesi di silenzi dal sapore democristiano. Qualche apparizione qua e là con la fidanzata Nina, nulla di più. La sofferenza c’è ma viene dissimulata. Viene in mente una delle sue frasi cult: «In una partita di calcio ci sono dei momenti in cui bisogna saper soffrire. Superare queste fasi è sintomo di maturità». Prende alla lettera uno dei princìpi che trasmette ai giocatori. Soffre ma grazie alla sua livornesità, che è anche scansonatezza e distacco, riesce a superare le difficoltà. E tutto ciò gli riesce perché nella vita di Max non c’è solo il calcio.
Come Il Divo anche lui si difende nel processo. Non si affida a Franco Coppi perché il contenzioso è televisivo. Ma i suoi avvocati hanno argomenti, intelligenza e metodo mettendo in luce gli errori di chi ha voluto farlo fuori dalla Juventus. Ma il tempo, a volte, sa essere galantuomo. E ben presto Allegri riconquista parte di ciò che si era costruito negli otto anni che aveva passato a Torino tra primo e secondo ciclo.
Il suo erede alla Juventus, Thiago Motta, viene esonerato nella notte del 22 marzo 2025. In quel momento Allegri è ricandidabile a qualsiasi carica. Addirittura anche alla poltronissima bianconera. Motta, l’italo-brasiliano accolto alla Continassa come il portatore del bel giuoco, il Salvatore della Patria, l’uomo giusto per riportare Madama nel girone dei vincitori, fallisce. E qui risuona un altro ragionamento chiave di Max: «Allenare una grande squadra è giocare per vincere. Allenare una squadra medio-piccola è non avere la responsabilità di vincere. Ci sono tanti allenatori che guidano squadre di serie D e risultano molto preparati. Ma allenare non significa solo dedicarsi alla tattica. Ci sono delle sfaccettature che non sono scritte in nessun libro. E queste te le dà solo madre natura».
Allegri realizza così un paradosso: vince nell’anno in cui non allena. Il minimo storico di popolarità è lontano. Gli hater si riducono giorno dopo giorno. Persino Antonio Cassano ci ripensa. «Torna Max» è il refrain. Lo desiderano gli juventini nostalgici, i napoletani stufi di Antonio Conte, i romanisti costretti a salutare Claudio Ranieri, e gli squadroni della Premier League. E così, come oggi i cittadini rimpiangono i bistrattati politici della Prima Repubblica, Allegri ritorna a essere l’allenatore più corteggiato. Un parallelo forse forzato ma sintomatico dei tempi odierni.
Sorride l’ex numero otto del Pescara del mister Giovanni Galeone. È stato corteggiato dal Napoli del presidentissimo De Laurentis, ingolosito dalle idee semplici e vincenti di Max. Il matrimonio con la squadra campione d’Italia nel 2025 non si è poi realizzato perché Antonio Conte ha deciso di rimanere. Di conseguenza Allegri si è rimesso sulla strada di Milanello laddove ha vinto il suo primo scudetto nel 2011 che ancora oggi i tifosi rossoneri ricordano.
Il ritorno di Max è dunque il grande colpo di mercato dell’estate calcistica 2025. I vertici rossoneri, in primis l’amministratore delegato Giorgio Furlani e il direttore sportivo Igli Tare, lo hanno scelto per rimettere ordine in una società che sbanda da anni. Il Milan per Max è una grande sfida per far ricredere i suoi oppositori e per riconquistare lo scudetto. Sì perché, alla fine, nel calcio di Allegri, elementare nella sua complessità, il risultato non è solo importante. Come direbbe il suo amico Andrea Agnelli, «è l’unica cosa che conta». Anche di corto muso.
Tratto da “A corto muso” (Paesi edizioni), di Giuseppe Alberto Falci, pp. 96, 12€
