La sinistra pare immersa in un continuo déjà vu. È come se tutto fosse già stato visto. È una sinistra alla Jorge Luis Borges, che segue sempre gli stessi labirinti e adotta i medesimi schemi. Il déjà vu più recente e quanto mai emblematico è l’allarme democratico, un refrain già sentito mille volte. Ma, bomba o non bomba, la democrazia italiana ha sempre retto e la previsione più sensata è che reggerà ancora a lungo.
Per chi ha vissuto i giorni di piazza Fontana, il grido olandese di Elly Schlein è come una cover cantata male, un’esecuzione sbiadita, Giorgia Meloni non è Franco Freda, ma tutto fa brodo, l’allarme compatta sempre la curva dei tifosi, per cui dal treno Italicus alla macchina di Sigfrido Ranucci è un attimo.
Di sfuggita va notato il silenzio eloquente che tutte le anime del Partito democratico (e anche di Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni, Angelo Bonelli) hanno steso sull’estensione di Amsterdam: regge dunque il centralismo democratico psicologico per cui sotto elezioni non si critica la segretaria pure se la spara grossa.
Connessa al déjà vu dell’allarme democratico c’è l’idea della spallata al governo per via referendaria. Il Partito democratico, alzando i toni, sta già facendo di tutto per perderlo, il referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati che si terrà in primavera. La botta propagandistica di Schlein sui pericoli per la democrazia quando governa la destra non solo è un clamoroso boomerang, un errore politico che un tempo nemmeno un segretario di sezione del Pci avrebbe commesso. Ma, più in generale, la trasformazione di un referendum molto di merito in un test decisivo per il governo regala a quest’ultimo un formidabile assist nel caso di vittoria del Sì, cioè di un voto di conferma di una riforma che, tra parentesi, non dispiace nemmeno alla sinistra antigiustizialista, che ha qualche propaggine persino nel Partito democratico.
Fare di un referendum un surrogato delle elezioni politiche è sempre la premessa di un disastro politico. Un film già visto solo pochi mesi fa grazie a Maurizio Landini. Altro esempio. Ieri a Roma si è tenuta un’iniziativa dei sindaci di area riformista che vogliono aiutare il campo largo soprattutto su temi come la sicurezza, come ha spiegato l’assessore capitolino Alessandro Onorato, uno dei volti nuovi del centrosinistra. Ricordiamo che alla fine del 1998, alla Sala del Cenacolo di Montecitorio, Giuliano Amato definì ironicamente «Centopadelle» il movimento dei sindaci di allora che si chiamava “Centocittà”. Ripartire dai sindaci: già visto. Non è che abbia funzionato granché.
E poi ci sono le piazze, le piazze salvifiche, i “gggiovani” che occupano scuole e facoltà, i pacifisti con le bandiere rosse più che arcobaleno, quante volte li abbiamo già visti e sentiti gridare slogan inevitabilmente tagliati con l’accetta, in queste settimane pure troppo, così che a finire dal fiume al mare è bastato pochissimo.
Nulla di male nelle piazze, solo che non hanno mai salvato la sinistra (se non forse le Sardine che fecero vincere Stefano Bonaccini in Emilia-Romagna: ma non è una grande storia). L’illusione che la piazza di per sé cambi l’Italia non ha mai avuto un riscontro nella realtà: chiedere al Nanni Moretti dei Girotondi, al Sergio Cofferati del Circo Massimo. Eppure ogni volta che si accendono le luci a San Giovanni si crede che i tempi stiano per cambiare. Poi ci si sveglia con Silvio Berlusconi al governo.
Tutto già visto nel quaderno a quadretti dei ragazzi della sinistra, e negli ex ragazzi della medesima sinistra che stanno tirando giù gli eskimi dagli armadi. E poi ecco i cattolici democratici pensosi vivere la politica come un dramma, e i sindacalisti che s’incazzano, e le evocazioni dell’alternativa sui programmi (ma quali?), e la ricerca del leader carismatico che da decenni non si trova, e le zuffe interne, e il burocrate che sogna di fare il ministro: tutto già visto, già vissuto, questo eterno ritorno alla moviola di una sinistra che non cambia mai, «come un istante déjà vu/ombre della gioventù/ci circondava la nebbia», come cantava il poeta. L’idea fondamentale è parlare “ai nostri” rifugiandosi nei labirinti del tempo perduto, mentre “gli altri” sembrano parlare a tutti, e se è così preparate il cappotto che arriva il freddo.