
È bastato l’inizio dell’anno accademico per riportare in superficie un clima di ostilità che, da mesi, serpeggia sotto traccia nei licei e nelle università italiane. L’autunno è appena cominciato, ma gli episodi di violenza e intolleranza a sfondo antiebraico stanno già segnando un ritorno inquietante.
Nelle università italiane sembra essere tornata la caccia al “sionista”. È accaduto a Pisa, dove il professor Rino Casella è stato aggredito da un gruppo di studenti pro-Palestina mentre tentava di difendere un suo allievo che rivendicava il diritto di studiare senza doversi schierare politicamente. Un episodio grave, cui ha fatto seguito il commento laconico del rettore Paolo Maria Zucchi, che ha ricordato come il suo ateneo «si sia schierato senza ambiguità a favore del popolo palestinese». Un’affermazione che suona più come un vanto politico che come una riflessione istituzionale.
Poco dopo, a Torino, il professor Pino Zorea è stato sospeso dal Politecnico per aver definito l’esercito israeliano «il più pulito al mondo». Parole considerate «inaccettabili» dal rettore Stefano Corgnati, che ha disposto la sospensione del docente. Un gesto che, per molti, richiama alla memoria i provvedimenti di esclusione dei professori ebrei nel 1938: un parallelismo certo estremo, ma che evidenzia il rischio di scivolare di nuovo nell’intolleranza.
Segnalazioni di episodi simili arrivano anche dagli atenei di Perugia e Padova, a conferma di un clima che si sta rapidamente deteriorando. Alla Sapienza di Roma, durante la cerimonia per i novant’anni della Città Universitaria, le bandiere palestinesi tappezzavano i muri. Nel suo intervento, la rettrice Antonella Polimeni ha espresso «il dolore per l’ingresso dei tank israeliani a Gaza City», ricordando il dovere «di rispettare ogni vita umana». Parole nobili, ma monche: nessun riferimento alle vittime israeliane del 7 ottobre, ai bambini Bibas, né agli ostaggi ancora nelle mani di Hamas.
Sarebbe stato un segno concreto di pace se la stessa rettrice, insieme alla ministra dell’Università e della Ricerca Anna Maria Bernini – volate in Giordania per accogliere trentanove studenti palestinesi in arrivo in Italia – avessero esteso l’invito anche a studenti e ricercatori israeliani. La collaborazione tra le due comunità accademiche sarebbe stato il vero gesto simbolico di riconciliazione, oggi più che mai necessario.
Nel frattempo, nei licei italiani si organizzano assemblee monotematiche, si annunciano occupazioni e scioperi “per Gaza”, e si promette un autunno di lotta “dal fiume al mare”. Tutto questo con una leggerezza disarmante da parte di molti rettori, che sembrano non rendersi conto di quanto le loro prese di posizione rischino di riprodurre la logica dell’esclusione, evocando gli anni più bui della nostra storia.
In questo contesto si inserisce anche il caso di Lucetta Scaraffia, storica e giornalista, già docente alla Sapienza, alla quale un ateneo italiano ha rifiutato un intervento accademico per le sue posizioni a sostegno di Israele. La studiosa, cattolica e femminista, non è nuova a dibattiti scomodi, ma il silenzio e la chiusura che hanno accolto la sua richiesta di partecipare a un ciclo di lezioni su etica e società segnano un ulteriore passo verso la censura ideologica. L’esclusione di Scaraffia mostra come, nel nome della “solidarietà” alla causa palestinese, si stia di fatto limitando la libertà di parola di chiunque non si allinei alla narrazione dominante.
Come si potrà garantire, in futuro, la libertà della ricerca e degli scambi culturali, se gli accademici israeliani vengono messi all’indice e le collaborazioni con le università di Israele vengono interrotte – come già deciso dagli atenei di Cagliari e Venezia Ca’ Foscari? A Roma Tre, si è scelto di boicottare persino gli accordi con aziende e istituzioni israeliane collegate al governo di Gerusalemme.
In questo quadro, spicca il gesto coraggioso del rettore dell’Università di Genova, Federico Delfino, che ha denunciato gli studenti che lo avevano minacciato per costringerlo a interrompere le collaborazioni con Israele. Un raro atto di fermezza in un panorama universitario dove la paura e il conformismo sembrano dominare.
Il paradosso è evidente: proprio nelle università israeliane il dissenso contro il governo Netanyahu è forte e pubblico, segno di una democrazia viva e pluralista. Eppure, sono proprio quei docenti e ricercatori – spesso critici verso il proprio governo – a subire in Italia una punizione collettiva.
I rettori italiani, unendosi al coro degli “smemorati del 7 ottobre”, vedono soltanto i morti di una parte, sembrano aver dimenticato le immagini delle stragi, degli stupri, delle uccisioni commesse da Hamas, e ignorano che a Gaza ci sono ancora quarantotto ostaggi israeliani, vivi o morti, da riportare a casa. Mentre si moltiplicano gli appelli per una pace “dal volto umano”, nelle università italiane si respira un’aria di censura e conformismo ideologico.
Nel momento in cui il mondo accademico italiano si schiera in modo selettivo e ideologico, rinuncia alla propria missione di luogo di confronto e di libertà. Il dibattito si trasforma in schieramento, e la pluralità delle idee viene sostituita da una nuova ortodossia morale che decide chi può parlare e chi no. È questo, purtroppo, il nuovo volto dell’intolleranza accademica: una cultura che si crede progressista ma che, di fatto, discrimina in nome della libertà.