Spirito di VentoteneIl senso di Altiero per l’Europa (e contro gli Stati nazione)

Spinelli è stato un intellettuale che ha attraversato il Novecento, dalla militanza comunista al confino fascista, dalla rottura col marxismo ortodosso fino a diventare il padre fondatore dello spirito federalista europeo

Questo è un articolo del numero di Linkiesta Magazine 02/25 – “Tempi Impazziti”, ordinabile qui.

Ci sono figure che attraversano il Novecento come presenze carsiche, capaci di incidere nel loro tempo e, al contempo, di parlare ai posteri con una voce che non si spegne. Altiero Spinelli è senza dubbio tra questi. Spesso confinato nella liturgia retorica delle commemorazioni ufficiali o ridotto a toponomastica istituzionale, il suo pensiero resta, invece, una delle architravi teoriche più rigorose e vitali dell’Europa moderna. Non una reliquia del passato, ma un dispositivo critico ancora essenziale per interpretare le crisi, le carenze strutturali e le opportunità di questa Unione Europea smarrita.

È a questa esigenza che ho voluto rispondere ideando, scrivendo e narrando il podcast “Ulisse. Altiero Spinelli, vita e battaglie”, prodotto da Linkiesta e Fandango Podcast. Una narrazione in sette movimenti, nella quale la voce di Spinelli – recuperata da archivi sonori preziosi e ancora troppo poco frequentati, come quello di Radio Radicale – si alterna a testimonianze storiche e a un dialogo serrato con il suo principale biografo, Piero Graglia. Il medium sonoro non è stato una scelta secondaria: la voce, nell’epoca della rarefazione del pensiero lungo e della bulimia visiva, restituisce una prossimità e una densità emotiva che nessun’altra forma di racconto permette. In questo senso, dare corpo acustico alle parole di Spinelli significa restituire al pubblico la fibra stessa della sua visione politica e il tono di un’intelligenza sempre vigile, mai accomodante.

La vicenda di Spinelli si presta a questa operazione non solo per la sua statura teorica, ma per la potenza narrativa di un’esistenza che attraversa il secolo breve dalla militanza comunista al confino fascista, dalla rottura con il marxismo ortodosso alla costruzione del federalismo europeo come risposta alla crisi irreversibile degli stati-nazione. Ventotene – luogo di relegazione e di rinascita – assume nella sua biografia una valenza mitopoietica. È la sua Itaca e il suo Troia, il luogo dove il destino lo piega e lo forgia, dove incontra Ursula Hirschmann, donna cruciale non solo per la sua vita affettiva, ma per il pensiero politico europeo.

Non è possibile comprendere Altiero Spinelli senza riconoscere a Ursula un ruolo fondativo, oltre che personale. Ebrea berlinese, intellettuale socialista, fuggitiva del nazismo, Hirschmann non fu soltanto la sua compagna, ma una interlocutrice politica, una presenza dialettica capace di tenere insieme amore, critica e visione storica. Fu lei a portare clandestinamente il Manifesto di Ventotene oltre i confini dell’isola, a tessere relazioni tra gli esuli, i socialisti, i comunisti eterodossi e i federalisti sparsi per l’Europa occupata. Il loro rapporto non fu semplice rifugio sentimentale, ma un laboratorio esistenziale e politico nel quale Spinelli trovò la possibilità di pensare oltre i limiti della prassi immediata. La lettera struggente che le scrisse pochi mesi prima della morte, nel 1986 – e che conclude il podcast, letta da Carlo De Ruggieri – è insieme confessione privata e manifesto filosofico, laddove egli definisce Ursula come «il giardino chiuso che è al di qua dell’azione, il luogo della pienezza, della perfezione, della durata senza tempo». In quella pagina si compendia la cifra più profonda di Spinelli: la politica come forma altissima di conflitto e il sentimento come ultima roccaforte di libertà interiore.

Accanto a questa dimensione umana, il podcast scandaglia con rigore i passaggi chiave della sua parabola pubblica. Dalla rottura precoce con il Partito Comunista – accusato di subalternità al Comintern – alla lungimirante critica dei nazionalismi e delle sovranità incapaci di garantire pace e prosperità, fino alla battaglia per la Comunità Europea di Difesa negli anni Cinquanta, arenatasi sul nazionalismo francese. E ancora: il ruolo svolto nella nascita del Parlamento europeo eletto a suffragio universale e il tentativo di gettare le basi di una Costituzione federale, inascoltato dai governi dell’epoca.

Significativo e quasi profetico resta il suo ultimo intervento sulla stampa italiana. Nell’aprile del 1986, dopo il bombardamento americano su Tripoli ordinato da Ronald Reagan, Spinelli rispose pubblicamente a Pietro Folena, giovane segretario della Fgci, che lo accusava di compiacenza verso l’uso della forza. La replica, pubblicata su l’Espresso, è una lezione di realismo politico e di rigore etico. Spinelli rifiuta i pacifismi inconcludenti e denuncia con lucidità la viltà dell’Europa nell’aver delegato per quarant’anni la propria politica estera e militare agli Stati Uniti, ribadendo che solo un potere federale europeo avrebbe potuto evitare questa subalternità strategica. A distanza di quarant’anni, le sue parole risuonano con un’attualità persino imbarazzante, di fronte all’impotenza europea nelle crisi mediterranee, nel confronto con le autocrazie e nella costruzione di una difesa comune.

In questo nostro presente inquieto, segnato dalla persistente inadeguatezza dell’Unione Europea e dal riemergere di pulsioni nazionaliste, l’eredità di Spinelli si mostra non come retaggio celebrativo, ma come progetto incompiuto e ancora necessario. Il suo federalismo rimane l’unico impianto teorico del Novecento integralmente attuale, l’unico capace di misurarsi con le sfide di un ordine internazionale multipolare e instabile. Gli Stati Uniti d’Europa non come velleità utopica, ma come infrastruttura politica essenziale per garantire libertà, diritti e sicurezza collettiva.

Come disse Marco Pannella, che di Spinelli fu amico e interlocutore politico: «Tante sue battaglie non sono ancora com – prese, ma lo scopriranno tutti». Il podcast è nato per questo: per sottrarre Spinelli alla polvere delle celebrazioni rituali e restituirlo come pensatore vivo, eretico, capace di interrogare il presente e di indicare una rotta. In fondo, come il suo Ulisse, egli non è mai tornato a Itaca. Ma il suo viaggio – e la sua voce – non hanno mai smesso di attraversare il nostro tempo.

Questo è un articolo del numero di Linkiesta Magazine 02/25 – “Tempi Impazziti”, ordinabile qui.

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