Il copione di sempre verrà recitato stamattina al Senato, dove Giorgia Meloni esporrà la posizione italiana sull’Ucraina in vista del Consiglio europeo di domani. Al solito, la maggioranza presenterà e farà approvare una risoluzione generica per coprire le storiche differenze tra Fratelli d’Italia e Forza Italia da una parte, e la Lega filorussa dall’altra. Lega che puntualmente otterrà che non si parli di sanzioni al regime di Mosca.
Anche in un altro caso andrà in scena una replica di una pièce già vista mille volte, con le opposizioni che presenteranno almeno quattro documenti diversi. Il problema è sempre quello del no di Giuseppe Conte e Nicola Fratoianni al sostegno armato a Kyjiv. Proprio in una fase crucialissima del conflitto. Non c’è dunque nessun passo avanti nel campo largo per cercare di arrivare a posizioni comuni sulla politica estera: lo si è visto da ultimo nel dibattito parlamentare sul piano di Donald Trump sulla Palestina, lo si rivedrà oggi sull’aggressione all’Ucraina.
Mentre si discetta amabilmente su terze e quarte gambe, si lancia l’allarme democratico dopo la bomba sotto casa di Sigfrido Ranucci, si apre il processo a Chiara Appendino e altre amenità di questo tipo, il mondo intorno a noi dà preoccupanti segni di crisi e di cedimento morale. E se il centrodestra è fin troppo abile a fare il gioco delle tre carte occultando le contraddizioni, le opposizioni le squadernano nelle aule del Parlamento: in ogni caso l’Italia sta messa molto male.
È sempre più legittimo chiedersi con che faccia il centrosinistra possa chiedere un voto per governare se non è in grado di tenere sulla politica internazionale. Il che rinvia a una domanda: Conte farebbe cadere un governo di Elly Schlein sulla Palestina o sull’Ucraina o farebbe come fa Matteo Salvini, che vota qualunque cosa pur pensandola diversamente da Meloni? Un’alternativa non esattamente esaltante. Se Paolo Gentiloni ha posto il problema di un confronto serrato con il Movimento 5 stelle sulla politica estera, ha ragione anche Goffredo Bettini quando afferma che una discussione seria e vera andrebbe fatta anche nel Partito democratico, il che, detto da uno che si sente «sideralmente lointano dalle posizioni di Pina Picierno» fa un certo effetto.
Gli iscritti, tanto per dire, con chi stanno? Questo penoso stato della discussione in Italia cade in una situazione generale sempre più complicata per l’indisponibilità del Cremlino e l’inaffidabilità di Donald Trump, tanto che lo sbandierato incontro di Budapest con Vladimir Putin è per il momento congelato.
Come al solito, Trump aveva fatto lo sbruffone annunciando cose che non esistono. Ma la notizia di un supervertice aveva animato Volodymyr Zelensky e la Coalizione dei Volenterosi, che hanno approvato un documento importante anche con la firma della premier italiana che, lesta, ha colto il desiderio di Zelensky, Emmanuel Macron, Keir Starmer, Frederich Merz e gli altri di lanciare un amo all’uomo nero della Casa Bianca, il quale, come il giovane Holden, francamente se ne infischia.
E tuttavia i volenterosi ci provano, sostenendo «fermamente la posizione del Presidente Trump secondo cui i combattimenti dovrebbero cessare immediatamente e che l’attuale linea di contatto dovrebbe essere il punto di partenza dei negoziati. Restiamo fedeli al principio secondo cui i confini internazionali non devono essere modificati con la forza», e aggiungendo che «le tattiche dilatorie della Russia hanno dimostrato più e più volte che l’Ucraina è l’unica parte che vuole seriamente la pace». Meloni ha firmato (non poteva non farlo vista l’apertura a Trump) e questo è un fatto. Dopodiché non si sa se parteciperà alla nuova riunione della coalizione pro-Ucraina che si terrà venerdì a Londra: per usare la celebre espressione di Antonio Tajani, Meloni sta coi volenterosi ma «fino a un certo punto».