Moralismi da salottoIl film di Guadagnino, l’editoria italiana, e il femminismo performativo

La sceneggiatura di “After the Hunt” arriva dritta ai nostri circoli letterari: luoghi in cui l’etica è un accessorio, l’ingiustizia una trama, e la vanità un diritto

AP/Lapresse

Una volta, parlando del più brillante scrittore italiano, un’osservatrice d’un certo acume mi disse che il mondo intellettuale si divideva in chi voleva essere lui e chi voleva portarselo a letto. Sbeffeggiai questa notazione – naturalmente per me l’unica opzione sensata era voler essere lui: nessuno dovrebbe essere così quindicenne da volersi portare a letto la gente brillante – che però è molto simile a una delle sentenze che ci sono in “After the hunt”, il nuovo film di Luca Guadagnino.

“After the hunt” è pieno di sentenze, e io mi sforzavo di pensare a una recente intervista in cui Paul Thomas Anderson diceva che quando un film gli fa la predica lui smette d’ascoltare, ma la verità è che a me piacciono i film verbosi, i film moralisti, i film pieni di citazioni citabili, i film in cui i personaggi ti spiegano il mondo.

In morte di Diane Keaton, il critico d’arte del New York Magazine ha messo su Facebook la scena preferita di noialtre che siamo tutte complessi culturali e film verbosi e sentenze lapidarie: quella di “Manhattan” in cui Mary e Yale (il suo amante, che si chiamava come l’università in cui è ambientato “After the hunt”) strologano d’un’Accademia dei sopravvalutati in cui inserire Jung e Bergman e Mozart.

Sotto al video, aveva scritto: «La gente negli anni Settanta parlava così». Non avevo neanche finito di formulare il pensiero «forse “negli anni Settanta” a casa tua: a casa mia si parla così negli anni Venti», che ho aperto i commenti ed erano tutti un ma dove, ma quando, nessuno ha mai parlato così fuori dai film.

Mi è sembrata una buona sintesi delle obiezioni americane ad “After the hunt”, che recuperando il film in ritardo ho avuto tempo di leggere prima di vederlo. Tutt’un vociare di dottorandi che «noi non siamo così». E specificano non così lascivi, non così ricchi, ma dopo aver visto il film mi pare evidente che il lato dal quale si percepiscono inadeguati è un altro. Mi pare evidente che il film è Anna Carla Dosio, e i commentatori sono il commissario Santamaria che le dice: ma lei e Massimo non vi stancate mai di essere intelligentissimi?

(A casa mia parliamo talmente così che non ci verrebbe mai in mente di specificarvi chi fossero Anna Carla Dosio e il commissario Santamaria, non ci verrebbe mai in mente d’invitarvi a cena se non lo sapete).

C’è una regola di Mike Nichols che ho citato un milione di volte, ed è quella per cui la prima cosa che senti in un film ti dice qual è il tema del film. Nichols diceva che la prima voce nel “Laureato” era il pilota che diceva «Stiamo iniziando la nostra discesa su Los Angeles», e quella era la sinossi.

Per tutto “After the hunt”, ho pensato a una vicenda attualmente in corso nell’editoria italiana, e che coinvolge un editore che chiameremo Omesso e una scrittrice che chiameremo Omessa. Omesso è quel che intende Maria Laura Rodotà quando dice che l’Italia è il paese in cui il MeToo viene a morire: uno che si comporta come fossero gli anni Novanta.

Come se un maschio con un qualche minimo poterino potesse provarci come negli anni Novanta, fare battute come negli anni Novanta, avere un debole per la figa come negli anni Novanta, senza incontrare prima e dopo i pasti femmine pronte a indignarsi e femmine pronte ad approfittarsi dell’indignazione (e non solo femmine; come insegnava Frank Underwood, tutto riguarda il sesso, tranne il sesso: quello riguarda il potere).

Omessa è una scrittrice al momento senza editore. Omessa è Andrew Garfield, che in “After the hunt” è il presunto molestatore ma, come capisce chiunque non sia un ottuso americano (i nati a Tivoli ma americani culturali sono inclusi nella stolidità), è la vittima, giacché nessuna delle menate postmoderne – non l’essere bianco, non l’essere maschio, non l’essere secondo ortodossia «cis» – può mai vincere su una lettura marxiana delle dinamiche umane: la ragazza nera è ricca, il professore è un poveraccio.

Omessa non è necessariamente povera, ma ha scritto un libro che nessuno vuole, e ciò la pone in una posizione di debolezza («ma perché un’autrice già pubblicata scrive un libro senz’avere un contratto?» è la seconda domanda che mi faccio; la prima è: ma perché se da grande vuoi fare l’intellettuale pubblichi gli autoscatti ammiccanti? Vi vedo che state per obiettare «io ho il diritto di pubblicare quel che voglio e tu non hai il permesso di fare il porco», e a parte l’uso slabbrato di «diritto» vi faccio presente che a una foto di tette difficilmente arriverà un commento che complimenti le tue riflessioni sulla “Critica della ragion pura”).

Omessa, che non sa che in Italia il MeToo viene a morire, pratica quello che in “After the hunt” viene definito «Scontento performativo». Omessa, che ha letto troppi giornali americani, pensa di potersi approfittare d’una fortunata coincidenza (Omesso le commentava lascivamente le foto su Instagram, ed è lo stesso Omesso che ora le rifiuta il libro già rifiutatole dal suo fin qui editore) e di poter dare ultimatum alla casa editrice di cui Omesso è dirigente.

Sulla natura di questi ultimatum ci sono, nelle chiacchiere dei lavoratori culturali che affollano la riva del fiume pur sapendo che non passerà alcun cadavere, varie versioni. Lei ha chiesto che pubblichino il suo libro, altrimenti pianta un casino. Lei ha chiesto che licenzino Omesso, altrimenti pianta un casino.

In “After the hunt” la ragazza forse molestata e forse accademicamente scarsa si lamenta perché nessuno pensa al suo dramma ma tutti pensano solo a come ricavarne qualcosa in proprio, e quella che l’ha intervistata per la Yale Review si compiace che il pezzo venga ripreso dal New York Times: «Non raccontare la tua storia a chi vuol trasformarla in qualcosa da vendere».

Omessa, adottata immediatamente da cancellettiste, giornaliste, scrittrici, e varie tenutarie di orticello femminista postmoderno, ognuna pronta all’esclusiva anteprima solo a noi Omessa ha raccontato il lato oscuro dell’editoria, Omessa ammette privatamente (ma, se lasci prove passibili di screenshot, è una dichiarazione privata?), e con una certa disinvoltura, che certo che non è successo niente, ma insomma l’opinione pubblica starà dalla sua parte perché lo spirito del tempo questo è, e comunque se non facciamo l’autofiction che siamo scrittori a fare?

Omesso, terrorizzato dalle conseguenze (che non ci saranno, perché siamo il paese dove i tarallucci e il vino prendono la residenza), giura che né più mai toccherà le sacre sponde né i culi delle autrici, delle redattrici, di nessuna. Alle cene sulla riva del fiume le signore confrontano aneddotica – «A Tizia ha messo il coso in mano», «Sì anche a Caia, a me mai sennò gli ci facevo un nodo», «A me quand’ho compiuto cinquant’anni ha scritto chiedendomi se la do ancora: vale?», «Io sono in una chat in cui una ha messo lo screenshot di lui che le scrive: vorrei metterti sulle ginocchia e sculacciarti» – concludendo che è proprio simpatico. Lo dicono solo perché non ha mai rifiutato un loro libro, naturalmente.

In “After the hunt”, un convegno s’intitola “Il futuro del Jihad è femminista”. Qui, Omessa minaccia denunce per molestie e ricatti sessuali (se lui ti scrive cosa ti farebbe è reato? Se lo cuoricini è attenuante? Se poi ti rifiuta il libro è aggravante?); Omesso minaccia denunce per estorsione e chissà che altro, forse abigeato. Non succederà nulla, ovviamente: al prossimo pettegolezzo, ce ne dimenticheremo tutti.

La prima frase che si sente in “After the hunt”, quella che ci dice qual è il tema del film ma anche cosa governa tutto, cosa importa davvero, cosa interessa alla docente di filosofia sposata con lo psicanalista lì, ma anche qui alla scrittrice icona del femminismo – quella che neanche per un secondo, finché la cronaca non la costringerà, s’indigna per le incontinenze senili di Omesso – la prima frase è di Julia Roberts, che entra in casa e si complimenta con la cameriera che ha apparecchiato per l’imminente dinner party: la tavola è perfetta.

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