Questo è l’editoriale del numero di Linkiesta Magazine 03/25 – “Senza alternativa”, ordinabile qui.
Qui non siamo fan di Giorgia Meloni e del suo governo di destra che ha appena superato in scioltezza la prestigiosa boa dei tre anni in carica, ma non siamo nemmeno convinti che l’alternativa del campo largo sia preferibile al governo nominalmente più di destra della storia repubblicana (solo nominalmente, però, perché niente è stato più estremista e reazionario del primo governo Conte).
Meloni può essere criticata per mille cose, a cominciare dalla sua mancanza di tono istituzionale quando affronta le questioni di politica interna, ma tutto sommato il suo governo è stato meno peggio delle aspettative, che in verità erano pessime.
Chi dice che Meloni ha fatto poco o niente sbaglia a lamentarsene, dovrebbe piuttosto festeggiare che la Presidente del Consiglio non sia riuscita a fare praticamente niente, a parte qualche ammuina propagandistica. Non ha ancora cambiato la forma di governo, ed è una cosa buona, da rallegrarsene e tirare un sospiro di sollievo, né ha fatto altre riforme rilevanti (quella sulla giustizia è pressoché inutile).
Meloni ha tirato a campare, a campare bene, facilitata dalla nullità propositiva e politica dell’opposizione, però le va riconosciuto di aver tenuto i conti pubblici a posto, e non era scontato. Non è riuscita a far correre l’Italia, è vero, ma perlomeno il Paese cammina, anche se lentamente, al contrario di altri vicini blasonati.
Meloni ha tenuto la barra dritta sull’Ucraina e sull’imperialismo della Russia, malgrado fino a poco tempo prima delle elezioni di settembre 2022 il boss del Cremlino fosse un suo punto di riferimento ideologico, quasi quanto per Matteo Salvini. Eppure, una volta a Palazzo Chigi, Meloni si è messa sinceramente al fianco del presidente democratico Joe Biden e del popolo ucraino. Nonostante qualche sbandamento cominciato quando Donald Trump ha vinto le elezioni americane del 2024, motivato dal tentativo di intercettare il cambio d’umore americano, Meloni ha comunque tenuto il punto più di quanto potessimo sperare, fino probabilmente a rendersi conto, con una certa lentezza, che da Trump non avrebbe ricevuto nessuna indulgenza né sulle spese militari né sui dazi commerciali, costringendola a una virata per rientrare nel fronte dei volenterosi europei che aveva deciso di boicottare.
Meloni ha tenuto a bada Salvini e le sue politiche pro Vladimir Putin probabilmente più di quanto sarebbe riuscita a fare Elly Schlein se fosse stata a Palazzo Chigi con Giuseppe Conte e quei grotteschi reduci del comunismo italiano che le stanno intorno al solo scopo di non perdere gli scranni a Montecitorio.
Un eventuale governo Schlein, o Conte, sarebbe più problematico di quello guidato da Meloni, certamente sull’Ucraina e sulla difesa comune europea, e chissà su cos’altro.
La controprova dell’inadeguatezza dell’opposizione è la totale indifferenza dei partiti di minoranza di fronte alla grande operazione finanziaria orchestrata a Palazzo Chigi per dotarsi non di una ma di due banche, e di affidarle a un potente immobiliarista d’area, che prima o poi però farà capire a Palazzo Chigi che l’area è la sua, quella personale, mica quella del governo. Proprio per questo c’è la speranza che prima o poi qualcuno a Palazzo Chigi si svegli e fermi in tempo l’ingordigia politico-romana, in modo da preservare l’indipendenza di un grande campione italiano, Generali, e con Generali anche il risparmio degli italiani. Ma a stupire, di nuovo, è l’indifferenza strategica di tutta l’opposizione, anche di quella centrista, di fronte alla più grande operazione finanziaria pianificata dalla politica italiana negli ultimi decenni al fine di mettere le mani sulle centrali economiche del paese.
Ed è proprio questo il punto centrale del terzo compleanno di Giorgia Meloni al governo: l’alternativa non c’è, o è divisa, e quando c’è fa venire i brividi. Il campo largo è ostaggio dei Cinquestelle, e ha la vocazione minoritaria di uno schieramento i cui punti programmatici sono dettati da Conte e dall’Alleanza Verdi-Sinistra. In questo modo non andrà da nessuna parte, perché Meloni e Antonio Tajani risultano più credibili per l’elettorato non estremista rispetto a un Partito democratico in versione assemblea studentesca e che insegue qualsiasi antagonismo anticapitalista.
Matteo Renzi sta provando, giustamente, a creare una Casa riformista dentro il centrosinistra, a costruire cioè la tanto agognata ala adulta della coalizione, ma lo sta facendo innanzitutto in concorrenza con i riformisti del Pd, e rinunciando quasi del tutto all’idealismo che aveva contraddistinto la sua discesa in campo, in nome di un realismo politico fuori tempo massimo e inaccettabile sull’Ucraina e sulle concessioni da fare a Putin. Ma è ovvio che la speranza di un centrosinistra credibile e affidabile passi dal successo dell’operazione renziana, o dell’ammutinamento dei riformisti nei confronti della segretaria del Partito democratico, ai quali come sempre manca il coraggio (con l’eccezione di Pina Picierno), o di uno straordinario risultato elettorale di Carlo Calenda e degli altri, pochi, equidistanti dal bipopulismo italiano. Al momento temo che nessuno di loro riuscirà a incidere in modo rilevante nei prossimi mesi, e per questo noi siamo nei guai.
La ragione della probabile e inesorabile irrilevanza è la solita: anziché mettersi insieme, darsi una mano a vicenda, e valorizzare le differenze, i leader di una possibile e vera alternativa a Meloni e Schlein, e soprattutto al bipopulismo Salvini-Conte, se le danno di santa ragione per la gioia, appunto, di Meloni e Schlein e lo sconforto di un Paese senza alternativa.
Questo è l’editoriale del numero di Linkiesta Magazine 03/25 – “Senza alternativa”, ordinabile qui.