Legge centralista La Manovra 2026 è l’ennesimo duro colpo per le città italiane

La nuova Finanziaria ignora le crisi dei trasporti e del clima, risolvibili anche – e soprattutto – grazie a interventi attuati a livello locale. I tagli previsti nella prima versione della norma minacciano il diritto alla mobilità di centinaia di migliaia di italiani

Roberto Monaldo / LaPresse

Dalla newsletter settimanale di Greenkiesta (ci si iscrive qui) – Ogni settimana ci ritroviamo qui a parlare di come le nostre città dovrebbero crescere per diventare più inclusive, accoglienti, all’avanguardia ed ecologiche. Ci brillano gli occhi davanti agli esempi più virtuosi a spasso per l’Europa, prendiamo spunto dai migliori, mettiamo in fila le soluzioni da applicare, critichiamo le amministrazioni più tentennanti. 

Durante questo esercizio stimolante, dovremmo sempre considerare un dato di fatto: le città italiane hanno pochi soldi, o comunque non abbastanza per rispondere a tutte le – sacrosante – esigenze delle persone che ogni giorno le vivono. Il sei per cento dei Comuni, secondo un’analisi della Fondazione nazionale dei commercialisti, è in dissesto o in predissesto finanziario. Anche una città grande e moderna come Milano, ora economicamente più in salute, fino al 2022 aveva un buco nel bilancio superiore ai duecento milioni di euro. 

Ammetterlo non significa abbassare l’asticella o giustificare l’inazione degli enti locali, ma raccontare una storia nel modo più completo possibile. Tanti problemi che soffocano i nostri centri urbani nascono da incertezze finanziarie, a volte dovute a uno scarso supporto da parte di Roma. È sicuramente un tema annoso, aggravato tuttavia dalla tendenza del governo Meloni di limitare fortemente l’autonomia delle città, anche e soprattutto nei campi della mobilità, dei trasporti e della protezione ambientale. 

Il trend è continuato con la pubblicazione della prima versione della Legge di Bilancio inviata al parlamento, che entro fine dicembre dovrà approvarla in via definitiva. Domani, giovedì 30 ottobre, inizia l’esame in Senato. Politicamente ci sono poche cose più concrete e importanti della cosiddetta Manovra, che mette nero su bianco non solo le entrate e le uscite per l’anno successivo a quello in corso, ma anche una previsione di spesa triennale. È il termometro dello stato di salute del Paese e delle priorità delle persone che lo governano.

La Legge di Bilancio confezionata dal governo, attraverso tagli impropriamente mascherati da rimodulazioni, ignora due delle principali emergenze che paralizzano l’Italia: da un lato l’inefficienza e l’insostenibilità dei trasporti, dall’altro il cambiamento climatico di origine antropica (che richiede urgenti azioni di adattamento a livello locale).

Partiamo dai trasporti e dalle infrastrutture. Nel 2026, secondo il Corriere della Sera, il ministero di Matteo Salvini avrà a disposizione 754 milioni di euro in meno (-1,2 miliardi nel triennio). Significa, tra le altre cose, che il governo dovrà sacrificare 150 milioni per il monitoraggio di gallerie e viadotti. Ma il punto che ha creato più scalpore è stato il taglio da 80 milioni alle metropolitane di Roma, Napoli e Milano – tre città governate dal centrosinistra –, parte di un definanziamento alla mobilità superiore ai 200 milioni di euro. I tagli alle metro, stando all’attuale versione della legge, non saranno compensati nel 2027 e nel 2028; la Lega ha cercato di placare gli animi parlando di una vaga e inverificabile riassegnazione nel 2029 e nel 2030.

Il capoluogo campano avrà 15 milioni in meno per il collegamento tra la stazione di Afragola – una cattedrale nel deserto – e il centro storico, mentre quello lombardo 15 milioni in meno per l’estensione della M4 (la linea blu) fino al Comune di Segrate, un progetto essenziale per ridurre il traffico in entrata nell’area urbana. Emmanuel Conte, assessore al Bilancio del Comune di Milano, ha detto al Corriere che sui trasporti non ci sono finanziamenti, definendo questa Manovra «una legge centralista che sottolinea un’assenza di visione rispetto agli enti locali».

Il taglio più pesante e impattante riguarda però il completamento dell’ultimo tratto della Metro C romana, da piazzale Clodio alla Farnesina: 50 milioni in meno. «Siamo arrivati al paradosso», racconta a Linkiesta Andrea Casu, deputato del Partito democratico in commissione Trasporti. «Dodici mesi fa, sulla Metro C c’è stato un taglio da 425 milioni che rischiava di compromettere l’opera. Tuttavia, nella scorsa Manovra avevamo trovato un accordo su una riprogrammazione e una rimodulazione condivisa, votando un emendamento approvato all’unanimità per garantire l’estensione fino alla Farnesina. Ora, senza dire nulla, a freddo, hanno fatto un ulteriore taglio di 50 milioni che rischia di bloccare l’intera opera».

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Il tema delle metropolitane ha innescato tensioni all’interno del governo. «Salvini si occupi dei tagli alla Metro C di Roma. Il ministro responsabile è lui, mi auguro che segua l’argomento», ha detto il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani, sottolineando che «l’importante è che non ci siano tagli: né per la metro C di Roma, né per il collegamento Afragola-Napoli, né per la metro di Milano». Il problema è che la cifra a disposizione dei parlamentari per le modifiche – cento milioni – è molto bassa rispetto ai 18,7 miliardi totali della Manovra. Il margine d’azione non è poi così ampio.

«C’è ancora tempo per gli emendamenti, il lavoro sulla Manovra è solo all’inizio e speriamo che al Senato emergano dei correttivi: sono indispensabili. Questa Manovra rappresenta un pugno in faccia a tutto il sistema dei trasporti. Stanno esprimendo preoccupazioni i pendolari, i sindacati, gli enti locali, le imprese e le associazioni», prosegue Casu.

La prima versione della Legge di Bilancio prevede anche un taglio da 12 milioni al Fondo per la mobilità sostenibile, pensato per migliorare la qualità dell’aria e potenziare il trasporto pubblico locale (TPL) nei Comuni più piccoli e scarsamente collegati alle grandi città. A minacciare il diritto alla mobilità è anche l’assenza di risorse per adeguare il Fondo nazionale trasporti, lo strumento – drammaticamente sottofinanziato e non in linea con gli aumenti Istat – con cui lo Stato sostiene il TPL. In termini reali, il Fondo ha perso più del quaranta per cento del potere d’acquisto rispetto alla metà degli anni Novanta.

Dal 2019, spiega in una nota Arianna Censi, assessora alla Mobilità del Comune di Milano, «l’aumento dell’inflazione è stato del 19,3 per cento, mentre nel 2025 la quota del Fondo destinata alla nostra agenzia di bacino è salita solo del 5,9 per cento. In fin dei conti, in base al valore corrente, è come se la cifra a nostra disposizione fosse diminuita del 13,4 per cento. Biglietti e abbonamenti contribuiscono solo per un terzo del costo complessivo, il resto è coperto da fondi nazionali, praticamente fermi da anni, e per più di un terzo dal Comune di Milano».

Secondo Andrea Casu, «servirebbero almeno 800 milioni di euro per potenziare il Fondo nazionale trasporti. La decisione del governo si tradurrà in un taglio drastico nei servizi di trasporto e accrescerà la divisione tra cittadini di “serie A” e di “serie B”: tra chi ha grandi opportunità di trasporto nelle aree centrali dei grandi nuclei urbani e chi, nelle aree interne e nelle periferie, si ritrova tagliato fuori da tutto, senza alternative all’auto privata per andare al lavoro o portare i figli a scuola».

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Parlando di tagli, la Manovra è contraddistinta anche da -2 milioni per il Fondo per lo sviluppo delle ciclovie urbane – ormai azzerato dopo i definanziamenti dello scorso anno sulla ciclabilità – e -159,5 milioni alle voci “trasporti e mobilità” del Fondo per il finanziamento degli investimenti e lo sviluppo infrastrutturale del Paese. In più, non sono previsti stanziamenti per realizzare nuove opere di trasporto rapido di massa (passanti ferroviari, metropolitane, metrotranvie) e attuare il Piano nazionale della sicurezza stradale 2030, approvato nel 2022 su volontà dell’allora ministro dei Trasporti Enrico Giovannini.

«Penso che il governo Meloni stia toccando il punto più basso in assoluto nei confronti della sottovalutazione dell’importanza dei trasporti nella vita delle persone. Garantire un trasporto pubblico locale efficiente non è di destra né di sinistra. L’esecutivo può essere contrario alle nostre proposte: rendere gratuito il TPL per gli studenti, il “biglietto climatico”. Ma qui parliamo di garantire le risorse minime ai trasporti. Attraverso il bilancio, il governo recherà danni al bilancio stesso: intervenire sul TPL, sulla mobilità, sulla ciclabilità e sulla sicurezza stradale è indispensabile per ridurre i danni economici – quasi 24 miliardi l’anno – connessi agli scontri stradali», dice Andrea Casu.

Infine, l’ambiente e il clima. Il ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica (Mase), si legge su La Stampa, dovrebbe subire un taglio da 376,7 milioni di euro già dal prossimo anno: il più pesante dopo quello che colpirebbe il ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti (Mit). Un po’ incredulo, il ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin ha detto che il suo dicastero è «particolare» e che il definanziamento è stato «notevole»: «Vedremo di rimodulare». Le aree di intervento più danneggiate sono la tutela delle risorse idriche, il miglioramento della qualità dell’aria e la diversificazione delle fonti energetiche, indispensabile per un Paese che nel 2024 ha prodotto più del quaranta per cento della sua elettricità grazie al gas.

Nella Legge di Bilancio non c’è traccia del Piano nazionale di adattamento al cambiamento climatico (Pnacc). Approvato nel 2023, è uno strumento essenziale per mettere in sicurezza il territorio e fornire ai Comuni il sostegno necessario per limitare i danni di alluvioni, tempeste, frane e ondate di calore. Legambiente e Asvis l’hanno definito «una scatola vuota», perché il governo non ha stanziato le risorse necessarie per dare concretezza agli obiettivi annunciati. La pagina del sito del Mase dedicata al Piano è ferma a gennaio 2024.  

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