Frutti da cogliereIl paradosso del kiwi

Da frutto tropicale importato a simbolo dell’esportazione ortofrutticola italiana, da verde e acidulo a giallo e dolce, da prodotto agricolo a brand in confezioni esclusive. Una panoramica su uno dei frutti che pare non conoscere stagioni

I kiwi sull’albero. Courtesy ©Zespri

Nel delirio incontrollato dei regimi alimentari creativi degli anni Novanta, a un certo punto qualcuno si convinse di dover mangiare quantità consistenti di kiwi per conquistare una perfetta regolarità intestinale. Non possiamo confermare né smentire, sta di fatto che il pensiero di non saltare un giorno di toilette concesse al kiwi di prendere posto a tempo indeterminato nel cesto della frutta delle case italiane.

Da esotico a tipico
La verità è che quello che era un frutto tropicale e marginale, arrivato in Italia nel dopoguerra dalla Nuova Zelanda, iniziò a diventare una produzione agricola seria all’inizio degli anni Settanta, a cominciare dal Lazio, con la provincia di Latina e le terre fertili dell’Agro Pontino che si rivelarono un territorio perfetto per trasformare un frutto tropicale in una produzione locale e altamente redditizia, grazie alla grande resa tipica di questa pianta e alla lunga conservabilità del frutto dopo la raccolta.

Proprio in quegli anni, nel giro di poco tempo, l’Italia si affermò come un ottimo produttore di kiwi (varietà Hayward, quella verde) e, contestualmente, anche un grande esportatore. Negli anni successivi, tra Ottanta e Novanta, anche altre regioni avviarono la coltivazione. Emilia-Romagna, Veneto, Piemonte, Calabria e Campania contribuirono ad allargare la produzione, facendoci affermare come leader mondiali nella produzione (oltre diecimila ettari coltivati), superando la stessa Nuova Zelanda. A rallentare poi il ritmo, dopo il 2000, fu un insieme di fattori tra un mercato saturo di offerta che abbassò il prezzo del frutto rendendolo meno interessante per i coltivatori e, insieme, una malattia della pianta che spinse tanti produttori a estirpare il kiwi e riconvertire i campi. Con la ricerca di varietà più resistenti alle malattie iniziano a comparire (dopo il 2010) nuove varietà che rilanciano il kiwi grazie a gusti più dolci. È così arriva sul mercato il kiwi a polpa gialla.

Quello che vedremo dal fruttivendolo
Secondo il sito di informazione dedicato agli addetti del settore ortofrutta FreshPlaza, per la stagione 2025 è atteso un raccolto complessivo italiano di circa 341.000 tonnellate di kiwi (la raccolta del kiwi in Italia si effettua tra la fine di ottobre e a dicembre), con un incremento del 17 per cento rispetto al 2024/25. Di queste, circa 208.000 tonnellate di kiwi verde (un più 11 per cento rispetto all’anno precedente), mentre cresce di oltre il 27 per cento (rispetto al 2024) la presenza di kiwi a polpa gialla con un totale stimato di 128.000 tonnellate. Rimane piccola ma in crescita la raccolta di kiwi rosso. Quello che più emerge guardando al settore è la crescita delle superfici destinate alle varietà gialle mentre il kiwi verde, storicamente dominante, inizia a cedere lentamente il passo. Questi numeri evidenziano un’Italia che prova a consolidare il primato produttivo, non solo per il kiwi verde, ma anche per varietà a elevato valore aggiunto come il giallo, con le sue caratteristiche assai appetibili.

Kiwi italiano, ma non tutto l’anno
Nonostante il peso dell’Italia nella produzione globale, il kiwi che troviamo in vendita non è sempre coltivato in Italia in quanto non ancora autosufficienti con alcune varietà (come la gialla) e soprattutto perché, seppure mangiamo kiwi tutto l’anno, il periodo di raccolta del frutto fresco in Italia è tra ottobre e dicembre, spingendo le importazioni (ad esempio dalla Nuova Zelanda) nei periodi fuori stagione. Di norma, il kiwi coltivato in Italia è disponibile sul mercato da ottobre ad aprile, per la varietà verde, e da ottobre a febbraio, per la varietà gialla. Seguire le informazioni di etichetta può guidarci nella scelta di un prodotto nazionale o di importazione. Inoltre, la presenza sul mercato di frutti importati da altri Paesi può destabilizzare i prezzi di mercato del kiwi italiano nella fase iniziale e finale della sua stagione.

Da sempre, il consumo dei frutti tropicali è un piacere che ci concediamo facendo viaggiare frutti tra le varie latitudini. Ma il caso del kiwi è bizzarro perché tendiamo a consumarlo tutto l’anno (al pari di altri frutti tropicali come ananas e banane) nonostante sia ormai addomesticato al pari di una ciliegia (che però tendiamo a non mangiare fuori stagione).

Il modello Zespri
Zespri è una delle realtà globali con più peso nel mercato del kiwi, con il 30 per cento dei kiwi commercializzati in 59 Paesi. Un totale di 2.800 produttori in Nuova Zelanda e 1.500 nel resto del mondo, soprattutto in Italia e Francia. Conta un fatturato record (nel 2024/2025) di 5,14 miliardi di dollari neozelandesi attraverso la commercializzazione di oltre 795 mila tonnellate di prodotti ortofrutticoli, tra cui i kiwi che sono la punta di diamante. Non si tratta di un produttore, ma di una realtà che collabora con gli agricoltori e le aziende che gestiscono i kiwi dopo la raccolta al fine di ottenere la «migliore qualità̀ di kiwi tutto l’anno, attraverso partner certificati nella distribuzione». Nello specifico, la collaborazione con gli agricoltori italiani consiste nel supporto e guida verso la produzione di kiwi SunGold (la varietà gialla di proprietà Zespri coltivabile attraverso la stipula di un contratto) e nell’acquisto di kiwi verdi che rientrano nei stringenti parametri qualitativi di selezione dell’azienda.

L’attenzione di Zespri verso la terra italiana è molto alta per via degli ottimi risultati ottenuti dalle piante di kiwi in regioni come Lazio, Emilia-Romagna, Calabria e Veneto. Si prevede infatti un aumento della coltivazione per fare fronte alla crescente richiesta di mercato globale. Oggi in Italia 4.110 ettari di terreno sono destinati alla coltivazione di kiwi per Zespri (a fronte dei 443 in Francia) e si prevede che si arrivi, entro il 2031, a 7.520 ettari totali.

Alla base di questo modello c’è un’attenzione maniacale alla qualità del prodotto. Il kiwi Zespri vuole essere perfetto sotto tutti i punti di vista e spinge i produttori e tutti gli attori che partecipano alla filiera a produrre e mantenere frutti integri e dalle altissime qualità organolettiche. Ogni fase, dalla coltivazione al trasporto del frutto, viene attentamente monitorata «da tutti i produttori Zespri, tutti certificati GAP (Good Agricultural Practice), al fine di garantire l’integrità̀ di un prodotto delizioso, sano e di ottima qualità̀, in grado di soddisfare in ogni fase le più̀ elevate aspettative, rispondendo a tutte le norme vigenti in materia di qualità̀ e sicurezza alimentare. Con l’obiettivo di monitorare la sicurezza, la salute, il benessere e il trattamento dei lavoratori». Attraverso una serie di regole e supporto tecnico l’azienda indica come coltivare e gestire le piante di kiwi, fornisce indicazioni sulla raccolta e la gestione fino alla vendita. In cambio, paga ogni kiwi perfetto al coltivatore riconoscendo un prezzo vantaggioso (specie per le varietà gialla).

L’intervento di imprese globali e strutturate come Zespri riesce ad indurre cambiamenti importanti nel commercio dell’ortofrutta e quindi nei consumi rispetto alle realtà frammentate. Tuttavia, se da una parte il supporto di multinazionali crea nuove opportunità di mercato, aumenta il valore agricolo di un frutto e diversifica l’offerta, oltre a creare comunicazione sui prodotti (aspetto carente nel mondo dell’ortofrutta), dall’altra parte, c’è la possibilità che queste super strutture governino il mercato e tutta la filiera, rendendo ai piccoli produttori esterni – e non solo – ancora più difficile posizionarsi sul mercato o accedere a determinate varietà.

Un campo di kiwi nella provincia di Latina. Courtesy ©Zespri

Il ruolo del supermercato
La grande distribuzione è un settore chiave per il kiwi, in quanto contribuisce al racconto del prodotto e la sua affermazione. Se negli scorsi anni il frutto era venduto sfuso, nell’unica varietà disponibile – quella verde – oggi ci confrontiamo con molte più referenze differenziate per qualità, varietà, marchi e confezionamento. Il packaging (vaschette, pack multiplo) è diventato fondamentale non solo come protezione, ma anche come veicolo di marketing, informazione nutrizionale e posizionamento premium (ne abbiamo parlato bene qui). Questo aspetto ha contribuito alla valorizzazione dei kiwi, con il conseguente aumento dei prezzi per il prodotto premium, il cui valore viene poi riconosciuto anche ai produttori. Diventa però ancora più importante aiutare il consumatore a capire le differenze di uno stesso frutto: spiegando che le qualità disponibili possono essere differenti, le origini possono differire anche quando il prodotto è di stagione, non lasciando ai marchi il solo compito di fare da comunicatori della filiera.

La sfida climatica
Ma la partita del kiwi non si gioca solo tra scaffali e campagne pubblicitarie: il vero banco di prova oggi è la sopravvivenza stessa delle piante. La morìa del kiwi è diventata uno dei segnali più evidenti di come il cambiamento climatico stia trasformando l’agricoltura italiana negli ultimi anni. Piogge intense seguite da periodi di siccità hanno alterato gli equilibri del suolo e indebolito le radici, portando alla perdita di oltre ottomila ettari di impianti. Di fronte a questa emergenza, il governo nazionale è intervenuto con misure straordinarie: il ministero dell’Agricoltura ha istituito contributi a favore delle micro, piccole e medie imprese agricole colpite. Sul piano regionale, per esempio, la Regione Lazio ha stimato un danno complessivo di circa 215 milioni di euro per il 2023 nelle sole province di Roma e Latina, chiedendo al Ministero la declaratoria di eccezionalità della calamità.

La Regione Lazio (come anche il Veneto) hanno stanziato risorse proprie per intervenire in via emergenziale. Tuttavia, ben più della sola assistenza economica serve una strategia strutturale: la morìa del kiwi impone un ripensamento delle modalità produttive. Irrigazione di precisione, drenaggi migliorati, portinnesti resistenti, ricambio varietale e tecniche agronomiche rigenerative sono diventati strumenti imprescindibili per rendere i frutteti più resilienti agli stress climatici.

In questo contesto, diverse aziende stanno collaborando con centri di ricerca per studiare la resistenza genetica di alcune varietà e soluzioni di biocontrollo. In questo scenario, si è inserito anche l’intervento di Zespri che ha avviato in Italia un programma di ricerca e innovazione che unisce università, tecnici e produttori: un modello di prevenzione e gestione che punta a rendere i frutteti più resilienti agli stress climatici.

Forse la storia del kiwi racconta meglio di altre la traiettoria del cibo del nostro tempo: un frutto nato altrove, diventato di casa, che oggi chiede di essere ripensato per continuare a crescere mantenendo una sua identità, riuscendo a vincere la sfida di tutti i prodotti agricoli senza per forza nascondersi dietro un marchio, ma sfruttando il vantaggio del marchio per affermarsi.

Courtesy ©Zespri

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