Il populismo germoglia nelle economie in crisi, mette le radici nel terreno instabile della recessione, fiorisce quando la paura diventa più persuasiva della verità. È una definizione che vale per il populismo di destra e per quello di sinistra, anche se hanno caratteristiche differenti. Quello che conta è il risultato: il populismo, di qualunque origine politica, è sempre dannoso per le economie degli Stati democratici.
Nella grammatica populista c’è sempre, in qualche modo, il popolo contro le élite – così vengono chiamati nemici di ogni genere, comprese istituzioni indipendenti, come tribunali, università o banche centrali – in una contrapposizione violenta che mette a repentaglio lo stato di diritto e la fiducia necessaria per la stabilità politica ed economica del Paese.
In un editoriale sul Financial Times, Martin Wolf riavvolge il nastro della storia fino all’inizio del Novecento e ha individuato nel 2018 il momento in cui il populismo ha fatto un salto di scala a livello globale, infettando come un virus diversi Stati: «Se un Paese ha avuto un leader populista una volta, è più probabile che ne abbia un altro. Le crisi economiche aumentano la probabilità di un governo populista. I populisti tendono anche a sopravvivere in carica in media otto anni, il doppio rispetto ai non populisti», scrive Wolf, riportando i dati di “Populist Leaders and the Economy”, paper degli economisti Manuel Funke, Moritz Schularick e Christoph Trebesch.
Il populismo di destra di solito punta il dito contro gli stranieri, le minoranze e le élite politiche che li proteggono, come d’altronde fa il governo Meloni in carica da tre anni in Italia; il populismo di sinistra si scaglia contro le élite economiche. Le strategie economiche dei governi populisti possono avere diverse forme: a sinistra si spinge per rinvigorire tassazione, regolamentazione e redistribuzione, mentre a destra la ricetta è quella del nazionalismo economico, spesso sintetizzato in misure protezioniste autolesioniste, come i dazi di Donald Trump. «Il populismo di destra è, prevedibilmente, la forma preferita dai ricchi», scrive Wolf. Che aggiunge: «Inevitabilmente, il populismo di destra sfrutta le preoccupazioni culturali. Ma sarebbe un errore concludere che queste siano le sue cause principali, poiché le lamentele di natura culturale sono anche una tattica diversiva. Sebbene le varianti di sinistra e di destra differiscano, sono simili per un aspetto essenziale, ovvero l’ostilità verso istituzioni indipendenti, come tribunali, università o banche centrali. Su questo, sinistra e destra convergono».
È per questo che Linkiesta da anni denuncia la degenerazione della politica del bipopulismo. In Italia abbiamo visto da vicino la deriva di una sinistra annegata nel grillismo e di una destra neo, ex, post fascista incarnata da Giorgia Meloni e Matteo Salvini. Contemporaneamente, l’onda bipopulista ha travolto molti altri Paesi in tutto il mondo, dagli Stati Uniti alla Francia, dal Regno Unito al Portogallo.
E certamente non è un fenomeno nuovo, come ricorda Wolf. Platone usava la parola «demagogia» nella sua critica alla democrazia ne “La Repubblica”. Diceva che la demagogia è il tallone d’Achille della democrazia. Parlando di populismo oggi si fa riferimento a un concetto del tutto sovrapponibile, seppur con sfumature leggermente diverse e un accento sull’antagonismo tra élite e popolo.
Gli effetti nefasti del populismo sulle democrazie sono stati ampiamente misurati. Dall’inizio del Novecento a oggi, i governi populisti si sono rivelati economicamente dannosi per quella tendenza a proporre politiche attraenti nel breve termine, ma disastrose nel lungo termine. E non solo. Mentre fa danni con l’economia, il populismo danneggia le istituzioni fondamentali di una società, della politica e dell’economia liberali, in particolare lo stato di diritto, che è il baluardo sia della libertà sia della democrazia. In questo modo, il populismo compromette anche la fiducia dei cittadini e la credibilità di uno Stato.
Storicamente, Europa e America Latina sono state le due sedi predilette della politica populista. Wolf cita l’esempio dell’Argentina di Javier Milei, oggi alle prese con l’ennesimo tentativo di miracolo economico. Milei non è certo il primo a promettere di risollevare il Paese dal suo declino cronico. Ma rischia di fallire proprio come gli altri.
Il suo piano di disinflazione ancorato al tasso di cambio difficilmente funzionerà: «Piani di questo tipo raramente funzionano», scrive Wolf. L’Argentina non ha la stabilità, le risorse né la credibilità per riuscirci. Servirebbe un impegno esterno senza troppi compromessi, una specie di versione latinoamericana del «whatever it takes» di Mario Draghi. Ma nessuno, tantomeno Trump, sembra disposto a offrirlo. Gli Stati Uniti sono impegnati in nuove guerre commerciali, e un salvataggio dell’Argentina servirebbe al massimo a proteggere qualche hedge fund, non a riformare il Paese.
Ciò che l’Argentina deve ricostruire è la fiducia: economica, istituzionale, politica. E la fiducia richiede tempo, continuità, stabilità. Tre beni che i populisti, per definizione, non riescono a garantire. Anzi, più spesso le rivoluzioni che promettono si esauriscono in pochi anni, lasciando macerie difficili da rimuovere.
E non si tratta solo di conti pubblici o di inflazione. Il populismo logora soprattutto le istituzioni. Basta guardare alla Polonia, dove Donald Tusk fatica ancora a riparare lo stato di diritto demolito dal governo precedente di estrema destra; o agli Stati Uniti, dove l’“effetto Trump” continuerà a minacciare la democrazia americana anche se il prossimo volto del trumpismo dovesse perdere le prossime elezioni.
Alle democrazie servono molti anni per ricostruire fiducia, regole e credibilità che i populismi distruggono in poco tempo.
In fondo, il populismo è una malattia politica che promette di curare i mali del sistema, ma finisce solo per aggravarli. Trasforma la paura in consenso, la rabbia in programma, la sfiducia in metodo di governo. Quando se ne va, lascia dietro di sé un Paese più povero, più diviso e più fragile. Pronto ad accogliere il prossimo populista.