Sparare putinateI vent’anni di Russia Today, macchina della disinformazione russa in Europa

Al teatro Bol’šoj sono andate in scena le celebrazioni per il ventesimo anniversario dell’emittente televisiva controllata e finanziata dal Cremlino. Uno strumento di propaganda alimentato anche da documentari come “Biolab”, smentiti dai fact-checker

AP/Lapresse

Al teatro Bol’šoj, che nell’Ottocento vide la prima de “Il lago dei cigni” di Čajkovskij e, già sotto il regime, “Romeo e Giulietta” di Prokof’ev con la coreografia di Grigorovič, è andato in scena questo weekend lo spettacolo osceno per i vent’anni di Russia Today, emittente controllata e finanziata dallo Stato russo.

La rassegna è stata aperta da Vladimir Putin, che si è detto soddisfatto dello straordinario lavoro: «Quando è nata l’idea stessa di creare Russia Today, non sospettavo che avrebbe raggiunto una tale portata, una tale qualità e si sarebbe sviluppata così». Insomma, sulla qualità stendiamo un velo pietoso. Russia Today è la mano visibile dello spettacolo del potere russo, o almeno di ciò che il Cremlino vuole mostrare: trasforma la politica in rappresentazione, la guerra in immagine, la menzogna in percezione condivisa.

Il problema non è solo dei cittadini russi che meriterebbero un’informazione plurale, ma diventa europeo, quando la menzogna condivisa si organizza per superare i confini, grazie a un lavoro capillare. Russia Today non informa: colonizza lo sguardo. Tenta di trasformare la realtà in uno specchio deformante dove il potere russo appare come unica verità possibile, e alcuni giornalisti italiani, purtroppo, si prestano: la delegazione italiana al Bol’šoj era infatti composta da quattro personalità (due giornalisti, una documentarista e un professore di storia). Queste persone in Italia si adoperano per violare il regolamento europeo 2022/350 che vieta la proiezione dei documentari di RT su tutto il territorio europeo.

A chi si spertica nel dire che in Europa siamo censori, ricorderei Jürgen Habermas, quando in “Fatti e orme” distingue fra opinione libera e discorso razionale. Quando l’informazione diffonde falsità intenzionali, si rompe la condizione di razionalità comunicativa necessaria per la democrazia. Comprendiamo che possa essere complesso, anche per alcuni nostri concittadini, accettare questo principio: ma chi preferisce la semplificazione autoritaria dimentica che la libertà richiede complessità. Su quel palco l’invasione dell’Ucraina viene definita «operazione militare speciale», e con una freddezza glaciale che si dimentica anche dei tanti cittadini russi mandati a morire al fronte, si prosegue dicendo che «più di duecento film sono stati prodotti, da quel febbraio 2022».

In tempo di guerra il Cremlino ritiene che la priorità sia produrre film, che poi tenterà di esportare in tutto il mondo: se pensiamo che i dati di Hollywood ci dicono che la produzione annuale nella mecca del cinema risulta dai cinquecento ai mille film all’anno, iniziamo a capire la portata del fenomeno di Russia Today. In Ucraina si muore, i prigionieri civili di guerra sono circa trentamila, i morti civili aumentano giorno dopo giorno, mentre al Bol’šoj si brinda alla macchina propagandistica di Mosca.

In Italia abbiamo superato le centosessanta proiezioni, in queste settimane viene promosso il documentario «Biolab, la guerra biologica”, il quale presenta un insieme di affermazioni e teorie complottiste già note, smentite da più fonti indipendenti e internazionali. E in questi casi, una verifica dei fatti è necessaria, per comprendere e rispondere ai tanti che seguono il filone del complottismo. Il documentario in questione riprende una delle narrazioni dominanti della propaganda russa degli ultimi anni: l’idea che gli Stati Uniti stiano segretamente sviluppando armi biologiche in laboratori in Ucraina e altrove.

La teoria del “biolaboratorio statunitense” è stata già smentita. Il documentario “Biolab” si inserisce nel filone della disinformazione promossa dal Cremlino dall’inizio della guerra in Ucraina. Secondo Mosca, gli Stati Uniti avrebbero finanziato decine di laboratori biologici in Ucraina, con l’obiettivo di sviluppare armi non convenzionali. Il documentario rilancia affermazioni come: «Possiamo affermare che la Cia è attiva nello sviluppo di armi biologiche», dichiara la giornalista Asya Zuan. Nemmeno in un libro di fantascienza. In realtà, nessuna prova verificabile è mai emersa a sostegno di queste tesi.

I laboratori citati sono in larga parte strutture sanitarie e di ricerca pubblica, inserite in programmi di cooperazione internazionale anche con l’Oms, l’Onu e, paradossalmente, con la stessa Russia fino al 2014. L’Onu (Consiglio di Sicurezza, marzo 2022), l’Organizzazione Mondiale della Sanità, e numerosi fact-checker (tra cui Reuters, PolitiFact, StopFake) hanno smentito categoricamente queste accuse, definendole disinformazione strategica.

Le immagini utilizzate nel materiale promozionale parlano chiaro: maschere antigas, bandiere statunitensi riflesse nei filtri, e colori che richiamano atmosfere da apocalisse sanitaria. L’obiettivo è chiaro: indurre paura, diffidenza e sospetto. La narrazione sfrutta frasi d’effetto non supportate da fonti, come: «I suoi risultati non hanno mai raggiunto la stampa occidentale». Una retorica che alimenta il classico frame complottista: «Ci stanno nascondendo la verità».

La traduzione e il doppiaggio in italiano dei documentari di RT segnalano un tentativo esplicito di penetrazione nel tessuto sociale e culturale italiano; il pubblico target è chiaro: ambienti già diffidenti verso Nato, Ue, Stati Uniti, vaccini, mainstream media. Questa è la guerra ibrida che il Cremlino porta avanti quotidianamente, e a cui non possiamo rimanere indifferenti. Credo sia importante ricordare che associazioni come Freedom House e Reporters Without Borders classificano Russia Today come un organo propagandistico, non un media indipendente. I giornalisti italiani che si prestano a questo gioco, farebbero bene a non dirsi oggettivi.

X