A poche ore dal quasi certo eppure incredibile trionfo del primo sindaco rosso di New York, il giovane e brillante Zohran Kwame Mamdani, nei circoli che contano del Partito Democratico di Washington circola un manualetto di sessanta pagine con le istruzioni per battere Donald Trump, curato da Welcome (un gruppo definito dal New York Times di «ribellione centrista»), con l’apporto intellettuale dei principali strateghi e spin doctor del partito, da David Axelrod, David Plouffe, Jon Favreau, Tommy Vietor e Dan Pfeiffer (obamiani), a James Carville e Will Marshall (billclintoniani), fino al sondaggista Nate Silver e a tanti altri.
Il manuale si intitola “Deciding to win”, decidere di vincere, e le istruzioni messe a disposizione del mondo liberal sono quelle di riposizionare l’agenda del partito intorno a temi maggiormente sentiti dall’elettorato, ovvero la riduzione del costo della vita, la crescita economica, la creazione di posti di lavoro, e il rafforzamento del welfare.
Il suggerimento è quello di scegliere politiche economiche popolari (negoziazione prezzi farmaci, aumento del salario minimo) piuttosto che focalizzarsi su quelle meno gradite (sussidi ai veicoli elettrici); ma anche di dimostrare alla maggioranza degli elettori che il fronte anti Trump condivide le loro priorità (economia, costo della vita, sanità, sicurezza dei confini, criminalità); e, allo stesso tempo, capisce che è arrivato il momento di dare meno rilievo a temi che gli elettori percepiscono come troppo enfatizzati e meno urgenti (identità sessuale, clima e democrazia), senza per questo abbandonarli.
Insomma, scrivono i curatori del rapporto “Deciding to win”, la vittoria è una scelta, e per vincere bisogna concentrarsi sull’economia di tutti i giorni, sulla sicurezza delle città e sull’immigrazione clandestina, mentre si perde puntando sui diritti delle minoranze, sulle frontiere aperte, sulle politiche di genere, sui sussidi e sull’emergenza climatica a discapito della produzione e quindi del lavoro e dei salari.
La sfida per i liberal è quella di moderare in modo credibile le posizioni sui temi su cui c’è poca fiducia popolare, senza per questo rinunciare ai principi fondamentali. Altra questione: come si fa a criticare l’influenza delle élite, delle lobby e dei super-ricchi, senza scadere in un vuoto posizionamento «corporate centrista» o senza abbracciare un programma economico anticapitalista?
La soluzione non può essere quella di affidarsi allo sciapo centrismo dei leader democratici al Congresso, e nemmeno quella della rivoluzione socialista di Bernie Sanders, Alexandra Ocasio-Cortez o Mamdani.
L’operazione politica non è facile, servono leader credibili senza scheletri radicali nel passato, per evitare che la percezione abbia il sopravvento sulle posizioni moderate, come è capitato a Kamala Harris durante quei 107 giorni di campagna presidenziale in cui ha provato a scrollarsi di dosso l’estremismo del Partito democratico sui temi di identità sessuale e immigrazione, ma è stata costretta a difendersi dalle accuse di aver assunto posizioni politiche radicali in passato.
Servono politici con provati precedenti elettorali migliori rispetto alle aspettative della vigilia, gente che sappia convincere gli elettori che altrimenti andrebbero dall’altra parte. Insomma, per vincere le elezioni bisogna conquistare voti al centro e strapparne parecchi agli avversari, non basta mobilitare i propri elettori con la radicalizzazione del messaggio, come pretendono la base militante del partito e il nutrito pool di finanziatori Democratici, due categorie ideologicamente molto più estreme dell’elettorato americano.
Questa strada non funziona, perché fa allontanare gli elettori moderati e indipendenti ancora più di quanto spaventino le mattane di Trump, e al massimo aiuta a vincere meglio dove si vincerebbe comunque, vedi Mamdani a New York, ma contribuisce a perdere dove è necessario vincere per riconquistare il Congresso e la Casa Bianca.
Ed ecco che il manuale americano di istruzioni per la vittoria è utile anche per il Partito democratico italiano, infilatosi testardamente nel buco nero della mobilitazione della base radicale e populista, con il risultato di non convincere la maggioranza degli italiani, di alienare riformisti e liberali, e di perdere pure voti all’interno della coalizione a favore dei populisti originari.
“Deciding to win” spiega perché questa idea di mobilitare i propri elettori, adottata anche da Elly Schlein, è una strategia sbagliata, e lo fa ricostruendo la trasformazione ideologica e strategica del Partito Democratico americano dal 2012 in poi. Ai tempi di Obama, il partito era percepito come pragmatico e focalizzato sulla classe media colpita dalla crisi finanziaria e stanca delle guerre in Medioriente, ma negli anni successivi si è spostato sulle priorità tipiche delle élite progressiste urbane: clima, giustizia razziale, diritti di genere, aborto.
Questo spostamento, si legge nel rapporto di Welcome, ha alienato una parte di elettorato moderato, bianco e non istruito, ma anche alcune fasce di minoranze economiche che sentono trascurate le proprie priorità materiali. I Democratici di qua e di là dell’Atlantico hanno favorito una comunicazione e una cultura politica che premiano la “virtù morale” (essere nel giusto) più della vittoria elettorale (essere efficaci), col risultato che poi molte di queste minoranze economiche hanno votato in percentuale inimmaginabile a favore di Trump e, in Italia, per la destra meloniana.
Il rapporto di Welcome definisce questo fenomeno «il paradosso morale del progressismo» che vuole salvare la democrazia, ma non riesce a costruire maggioranze democratiche.
Negli Stati Uniti non ci sono ancora grandi interpreti della possibile rinascita, e rivincita, del Partito democratico, se non il governatore del Kentucky Andy Beshear, il governatore della Pennsylvania Josh Shapiro, la senatrice del Minnesota Amy Klobuchar, le possibili nuove governatrici del New Jersey Mikie Sherrill e della Virginia Abigail Spanberger.
Nessuno di loro al momento ha un profilo nazionale rilevante, ma le elezioni presidenziali si terranno fra tre anni, quindi c’è ancora molto tempo. Un possibile candidato che sta emergendo sui giornali, sui podcast e sui talk show, grazie al suo strutturato profilo nazionale, è Rahm Emanuel, già coordinatore della campagna presidenziale di Clinton, ex capo di gabinetto di Obama, sindaco di Chicago e ambasciatore in Giappone con Joe Biden. Emanuel, detto “Rahm-bo” per i suoi noti modi spicci, non è ancora ufficialmente candidato alla presidenza, come nessun altro del resto, e nel caso non sarebbe certamente tra i favoriti, visto il suo passato di reduce di altre stagioni politiche e anche a causa della sua religione (è ebreo e di secondo nome si chiama Israel, entrambi elementi radioattivi tra i Democratici di oggi), ma nonostante ciò sta esplorando informalmente il campo.
La sua ricetta è esattamente quella di “Deciding to win”, quella di un centrista che rigetta sia il populismo sia le politiche di genere, con enorme esperienza di governo, diffidente delle battaglie woke che allontanano gli elettori e fanno perdere il focus sulle questioni reali («litighiamo sulla scelta dei pronomi, mentre chi esce da scuola non sa cosa siano i pronomi»), un politico che punta su istruzione e sui problemi delle famiglie, che è vicino ai grandi finanziatori del partito ma che consiglia Mamdani su come raggiungere gli obiettivi della sua campagna elettorale una volta che sarà eletto sindaco di New York.
Rahm Emanuel è uno capace di ammettere, senza per questo passare per un estremista radicale, quasi alla Bruce Springsteen e il suo «runaway american dream», lo sfuggente sogno americano, che «il sogno americano oggi è inaccessibile, fuori dalla portata delle persone, e per noi Democratici questo è inaccettabile».
Arriveranno certamente altri candidati liberal ad appropriarsi di questa piattaforma “Deciding to win”, ma la domanda che ci dovremmo porre è se arriverà qualcuno anche in Italia pronto ad abbandonare la strada populista e antagonista, e perdente, del campo largo. Qualcuno capace di decidere di vincere.