
L’ultima polemica dell’internet mi ha fatto pensare molto a un analista dal quale andavo a vent’anni. Un giorno gli dissi che il tizio con cui avevo una storiella diceva sempre «sono depresso» e io, percependomi diagnosta, ritenevo non fosse vero: se uno è depresso mica dice che è depresso.
No, non è detto, mi disse l’analista: magari uno che è depresso lo dice. Sono quelli che dicono «mi ammazzo» che non si ammazzano mai. Ci ho ripensato perché vado a guardare i social delle tizie coinvolte per controllare che siano vive, e due non le ho mai viste e una l’ho incrociata davvero poche volte, e non ho alcun istinto materno, e insomma tutto considerato fa un po’ ridere ch’io mi preoccupi.
L’ultima polemica dell’internet è come sempre stata ampiamente rilanciata dai giornali, perché ormai il ciclo è sempre lo stesso almeno dal 2017 (MeToo) passando per il 2020 (BlackLivesMatter), e ne conosciamo ogni tratto.
Qualcuno (più spesso: qualcuna) si prende un pezzo di visibilità, di cuoricini, e dunque di apparente potere, con strumenti primitivi. Strillando più forte, dicendo ad altri di vergognarsi, esprimendo concetti il più possibile semplificati. Dopo un po’ che vive nell’universo di realismo isterico dei nostri telefoni, e ramazza cuoricini, quel qualcuno (più spesso: quella qualcuna) inizia a ramazzare anche contratti, perché l’intero sistema comunicativo di questo secolo è fondato sulla paura di perdere il treno (in neolingua: fomo, fear of missing out).
Quindi i giornali gli (più spesso: le) proporranno collaborazioni, i talk-show lo (più spesso: la) inviteranno, e gli editori gli (più spesso: le) proporranno contratti per libri analfabeti per un pubblico analfabeta. (Sull’uovo e la gallina dell’analfabetismo – è arrivato prima il pubblico di merda o i libri di merda? – ci intratteniamo un’altra volta).
Fino a che qualcun altro (più spesso: qualcun’altra), nell’affollato campionato di chi aspira a un ruolo nel mondo avendo più ambizione che talento, decide che quel pezzettino di mercato può essere suo, e fa a chi ha consenso in quel momento la stessa esatta cosa che quel qualcuno aveva fatto al giro precedente: trasformare l’idolo in capro espiatorio. (Quando l’ultima polemica dell’internet era nata da poche ore, un amico mi ha chiesto se fossimo ancora girardiani. Come se si potesse non esserlo).
Finora in Italia l’unico caso in cui la cancel culture – intesa come: abolizione della sussistenza di qualcuno non per demeriti professionali ma per mancanze etiche reali o immaginarie – aveva funzionato era Chiara Ferragni, per molte ragioni.
Per il ricatto dei bambini malati, per il venir meno del suo punto di forza comunicativo (il matrimonio), perché era un caso esemplare punendo il quale ci sentivamo tutti migliori. Coi veri ricchi che davvero lucrano sugli svantaggi altrui non siamo in grado di prendercela (siamo gente da tarallucci e vino, mica da ghigliottina), e allora ce la prendiamo con una finta ricca che viveva a scrocco e la punizione della quale sia vieppiù simbolica.
In questi giorni in cui tre derelitte si sono ritrovate su tutti i giornali perché una con più seguito di loro e più ingaggi di loro e più potere di loro ha deciso di farne dei capri esemplari, in questi giorni oltre che al mio vecchio analista ho pensato molto a Mazzarò, finito malissimo in un paese che ha in uggia l’ascensore sociale. Nessun grande scrittore italiano scriverebbe mai un Jay Gatsby, perché a noi quelli che si fanno da soli fanno schifo. A noi piacciono le ricchezze ereditarie.
Le chat delle tre derelitte sono non solo state sbattute su tutti i giornali, ma sono diventate la lettura della buonanotte della classe dirigente, un Dan Brown meno alfabetizzato. Ho passato qualche giorno a Roma e, benché le mie frequentazioni non siano esattamente un campione di sondaggio, mi ha colpito che non ci fosse nessuno che non fosse in possesso dei faldoni con migliaia di trascrizioni di messaggi la natura dei quali mi sembra sia stata clamorosamente mancata dai giornali che ne hanno parlato.
Sì, va bene, parlavano malissimo di un sacco di gente, erano molto aggressive, si auguravano il peggio per chi si metteva contro di loro, ma tutto questo non è sorprendente per nessuno che ne avesse guardato le pagine Instagram, piene di isteria performativa e di minacce generalizzate. Non c’era lo scollamento che ho letto stigmatizzato da tanti, da Michele Serra in giù, fra quel che erano pubblicamente e privatamente.
Quel che invece c’è, in una misura ipnotica, è la mitomania. I giornali riferiscono che facevano «gossip», parola che è sempre un crampo dell’intelletto e che sembra dire che costoro sapessero cose. E invece paiono le conversazioni di mia nonna con le comari sul corso del paese dopo aver sfogliato i rotocalchi: quella Soraya non me la racconta giusta, non è mica felice. (Mia nonna era fortunata: poteva cianciare su gente che stava a così tante migliaia di gradi di separazione da lei da scansare abbondantemente il ridicolo. Le tre derelitte, che vivono in un mondo in cui tutti conoscono tutti e tutti mettono cuoricini a tutti, sono costrette ad attribuire amicizie immaginarie a me: i guasti d’un mondo senza più star-system, il declino delle élite da Grace Kelly a Guia Soncini, chiunque ella sia).
Poi ci sarebbero anche altri dettagli che i giornali mancano, per esempio che mica chiacchieravano solo tra loro tre, che nelle chat c’è la compagna in carica del tizio che ne ha denunciate due su tre (quella in carica: non quella trascorsa, che è tra le indagate), e pare parecchio in confidenza con le cattive, e altrettanto aggressiva (la vita è sceneggiatrice più sapiente dei titolisti dei giornali); e c’è una che è forse la più iraconda delle varie chat, la più aggressiva, la più insensata nelle sue antipatie: nella vita, fuori dalla chat, fa la psicologa. Certo dirlo fa apparire la nostra lettura di conversazioni altrui come quel che è (pettegolezzo tra molte comari), e inficia la nostra determinazione a fingere che quelle sulle prime pagine siano una trimurti.
Sono tre disgraziate che fanno la voce grossa sperando di poter accedere dall’ingresso di servizio a una pasticceria che finora non si sono potute permettere. Parlano di chiedere trecento miserandi euro di gettone a un talk-show con un piglio struggente. Solo un giornalismo fatto da altrettanto disperati che si terrorizzano specchiandosi in queste derelitte può pensare di accanirsi su di loro.
Poi c’è sempre quell’apocrifo, forse Majakovskij forse chissà, sugli intellettuali che sono i primi ad abbandonare la nave che affonda (subito dopo i topi, ma molto prima delle puttane), ma io qui di intellettuali non ne vedo. Vedo talk-show che finché erano à la page le tre derelitte le invitavano, e ora ne invitano altre a stigmatizzare l’immoralità delle derelitte che hanno osato dire le brutte parole guardando il discorso di fine anno di Mattarella.
Vedo gli editori e i teatri e le agenzie di spettacolo che, finché erano solo analfabete, non esitavano a invitarle agli eventi culturali, ma – ora che si sono macchiate della turpitudine morale d’essere sgradevoli con gente dell’establishment culturale – le rapidissimamente sostituiscono con gente altrettanto analfabeta ma non in mezzo a un inciampo reputazionale.
Avrei peraltro una domanda sulla sgradevolezza delle tre. Siamo sicuri? Siamo sicuri che, se io dico di Tizio che è un povero stronzo in una conversazione non fatta per essere sentita da Tizio, a essere sgradevole sia io e non chi sbatte quella conversazione su un giornale costringendo Tizio ad ascoltare opinioni spiacevoli? Come dite? Che almeno Tizio sa con chi ha a che fare? Ma se Tizio, alla sua veneranda età, ancora scambia chi ha il suo numero di telefono per amico, forse il fatto che gli diano del povero stronzo non è il principale problema di Tizio.
Nella settimana trascorsa dalla prima pubblicazione delle chat delle derelitte, una ha rinunciato alla promozione del suo libro perché ha una troupe del solito varietà giustiziere fissa sotto casa e non ha intenzione di farsi strapazzare a scopo di share; un’altra si è cancellata da Instagram; la terza ha compiuto gli anni ipotizzando con toni un po’ scherzosi e un po’ no che sarebbe potuta morire lo stesso giorno in cui era nata. Lo fece anche Shakespeare, che diversamente dalle intellettuali del secolo dei cuoricini viene ricordato per le opere e non per le date sulla tomba.
Io, che come chiunque abbia quei file ho cercato innanzitutto il mio nome, sono andata a rileggermi un articolo dell’ottobre 2023 per il quale si erano arrabbiate tantissimo. E non ho capito la loro reazione, perché in quell’articolo si parla di Zadie Smith e di Lydia Tár, si parla di Adriano Sofri e di Palmiro Togliatti, e poi non si fanno altri nomi.
Probabilmente una delle derelitte innominate portatrici di virgolettati scemi cui accenno in quell’articolo era una delle tre signore che ora si ritrovano su tutti i giornali perché nei loro messaggi privati fanno una scelta diversa da quella che faccio io nei miei articoli pubblici. Fanno i nomi di gente non abbastanza di chiara fama o dalle azioni non abbastanza memorabili da avere senso nominarla.
Il fatto che io due anni dopo mi rilegga e non sappia di cosa parlassi, non abbia idea di quale fosse lo scandale du jour che m’aveva dato il pretesto per scrivere il cinquecentesimo articolo sui giovani che sono scemi, non riesca a ricostruire chi di loro fosse pizzinata e perciò furibonda, mi fa sembrare terribile che loro, invece, poverette, debbano dar conto dei loro messaggi di due anni fa.
Tutta la comunicazione contemporanea è asincrona, per quello le telefonate ci spaventano tanto: perché siamo abituati ai tempi sfasati, mica a parlare nello stesso minuto in cui parla l’altro. Quando leggevamo i «ti amo» con non so più quante «o» finali di Anna Falchi a Stefano Ricucci, credo i due si fossero già lasciati.
Adesso, che leggiamo i recentissimi piani per la conquista del mondo di tre tizie che ormai manco son considerate più buone per quell’ultimo anello della catena alimentare che è il ruolo di ospite nei talk-show, lo sfasamento è ancora più evidente. Eppure sugli ottusi giornali dibattiamo del sistema di potere che queste disgraziate gestivano, mica del fatto che saranno le uniche abbastanza irrilevanti da poterci noi, patria dei tarallucci e del vino, permettere di colpirle esemplarmente.
Non ho, come tutti, letto tutto delle migliaia di messaggi che una giustizia evidentemente con tempo da perdere ha acquisito. Ma, per quel che ho letto, posso dire che c’è un solo momento che si distingue per lucidità. È quello in cui le tre che si sentivano in cima al mondo, e non sapevano che il paese che aborre l’ascensore sociale le avrebbe presto rimandate all’ingresso di servizio, parlano del loro doppio. Di quella che odiano, ricambiate, perché si somigliano.
Di quella che, un anno e mezzo dopo, deciderà di farle fuori dall’economia culturale a mezzo pubblicazione di chat impresentabili. Una di loro scrive: «A cattiveria io non posso vincere contro di lei». Se i suoi libri fossero stati scritti con altrettanta lucidità intellettuale, allora chissà, magari non ci staremmo distraendo con il bon ton e i ridicoli manifesti per un’etica dei cuoricini.