Questo non è un articolo su chi va a letto con chi. Cioè, certo che lo è. Ma è soprattutto un articolo su un campo nel quale mai avrei creduto gli Stati Uniti d’America potessero batterci. Non le canzonette, non il tennis, non l’intelligenza artificiale: il 2025 è l’anno in cui gli Stati Uniti d’America diventano più capaci degli europei di produrre quel tipo di pettegolezzo che diletta noialtre negli appartamenti della servitù.
Una volta erano i francesi, che non per nulla avevano avuto Balzac, e quindi sapevano l’importanza letteraria degli archetipi, dell’avere una classe dirigente con le stesse dinamiche sentimentali di noi servette, che ci facesse sentire rappresentate. Mitterrand con la famiglia parallela. Hollande che porta i cornetti in motorino alla giovane amante. Roba che ci facesse annuire forte.
Quando Gennifer Flowers fece quella conferenza stampa in cui le chiesero se il governatore dell’Arkansas avesse usato un preservativo, all’inizio della campagna presidenziale di Bill Clinton nel 1992, Mary Matalain – che oltre a gestire la campagna del suo avversario George Bush era anche la moglie del consigliere principale di Clinton, James Carville – guardò quei capelli cotonati, ascoltò quella voce querula, e disse al marito: ah, i suoi gusti sono questi?
Erano tempi che pensavamo finiti, in cui la politica americana era perfetta per i rotocalchi. Donald Trump, spiacenti, non ce la poteva fare: per quanto si affannasse a correr dietro alle sottane, non riusciva mai a diventare archetipo. E diventare archetipo è l’unica risorsa, in assenza di star system.
Ogni volta che apro gli Instagram dei giornalisti pettegoli italiani, stanno annunciando qualche esclusiva e raccomandandosi di citare le fonti dicendoci che si sposano o si cornificano o si lasciano personaggi che mi spacciano come famosissimi ma che io non ho mai sentito nominare, robetta da reality nota solo ai fan accaniti. Se non sei Liz Taylor o Mick Jagger, devi avere una storia di corna e altro così assoluta, così diversa da tutte ma immedesimabile per tutti, così foriera di imbarazzi e tifoserie da catturare il mio interesse in assenza di nomi universalmente riconoscibili. Non succede quasi mai.
Poi, nell’ultimo anno, il miracolo. Dopo il seguito di “Top Gun”, Steven Spielberg disse a Tom Cruise che aveva salvato da solo l’industria cinematografica. Quest’anno, Olivia Nuzzi ha salvato da sola l’immaginario pettegolo.
Erano le 6 e 22 di ieri mattina, ed ero su Google. Quando mi ero svegliata, avevo Twitter (o come si chiama ora) pieno di considerazioni sulla tigna sul lungo periodo di Ryan Lizza, che si era tenuto da parte l’informazione per sei anni per poi rovinare alla sua ex il lancio del libro. Quindi ero andata a cercarmi cosa diavolo avesse scritto Ryan Lizza quattro ore e mezza prima. Ma prendiamo questa storia da un po’ più indietro, altrimenti non capite niente.
Di come la storia tra Nuzzi e Lizza fosse andata a meretrici vi avevo già raccontato più di un anno fa, quando il casino era scoppiato. In quell’articolo paragonavo Olivia e Ryan a Sangiuliano e come si chiamava quella bionda di cui chiacchieravamo all’epoca, il che ora fa un po’ tenerezza: chi se li ricorda, i due italiani di quel pettegolezzo da dilettanti?
Versione breve del pettegolezzo che invece tiene sul lungo periodo: Olivia Nuzzi, la più brillante promessa del giornalismo americano, bella bionda e assai in carriera corrispondente da Washington del New York Magazine, è fidanzata con Ryan Lizza, fatto fuori dal New Yorker dal MeToo e poi recuperato da Politico. Sono forse la coppia più in carriera del giornalismo americano.
Finché all’inizio dell’autunno 2024 lei viene sospesa dalle sue mansioni al New York perché in conflitto d’interessi. Avrebbe avuto un flirt con un politico del quale doveva scrivere. La cosa finisce in tribunale: Olivia accusa Ryan di aver fatto la spia, lui la controaccusa, lei sparisce per un anno.
Riemerge poche settimane fa, prima annunciando le sue nuove mansioni di corrispondente da Los Angeles per Vanity Fair, e poi un libro, “American Canto”, che esce tra due settimane ma di cui già sappiamo molto, essendone usciti stralci all’interno di un’intervista che le ha fatto sul New York Times Jacob Bernstein, e un corposo estratto su Vanity Fair. Sappiamo che, dell’uomo per cui aveva una cotta, Olivia nel libro non fa il nome, lo chiama The Politician, e ama il suo cervello e non le piace che tutti dicano che lì dentro c’è un verme (sì, è il Kennedy secondo cui con la tachipirina vi vengono i figli autistici, lo si sapeva già dalla precedente fase del pettegolezzo ma diciamo che il verme nel cervello è il bollino Chiquita: è proprio lui).
Sappiamo che Olivia scrive come Carolina Invernizio. Quel che non sappiamo è a chi alludesse Ryan Lizza quando, all’altezza di una delle cause che sono state fatte o minacciate, scriveva che già Olivia aveva fatto saltare un loro libro di coppia sulle elezioni del 2020, «è la seconda elezione di fila in cui le scappatelle della signora Nuzzi sabotano il nostro progetto editoriale». Quel che non sappiamo, quel che io non so fino alle 6 e 22 di ieri, è chi diavolo sia Mark Sanford.
Mark Sanford che compare solo all’ultima riga della newsletter di Lizza. Vi ricordate di quando Vittorio Zucconi faceva quella rubrica su D in cui per tutto il pezzo sembrava parlasse di un umano e poi era un cane, o simili? Ecco, Lizza usa lo stesso meccanismo.
Olivia che torna da una trasferta di lavoro, lui che è il fidanzato migliore del mondo e le riordina l’armadio delle scarpe (quel grande sociologo del presente avrebbe detto: troppa frociaggine), lei che è disordinatissima e rovescia le borse e le molla lì, lui che è felice che lei vada in South Carolina perché è uno stato importante elettoralmente, lui che trova una lettera d’amore caduta da una borsa rovesciata e capisce che non è per lui, ed è per un politico, e tutti pensiamo a Kennedy, perché sappiamo che era innamorata di lui, ce l’hanno detto i giornali, ce l’ha detto l’anticipazione del suo libro, e a quel punto siamo distratti dalla prosa di Lizza, che usa i meccanismi di Zucconi ma scrive anche lui come Carolina Invernizio: «Surreale ripensare ora alla stanza che dava sulle piante in cortile, metafora del nostro coinvolgimento decennale, abbaglianti durante la fioritura primaverile e minacciose quando l’inverno spogliava il panorama d’ogni segno di vita. E sotto, in agguato, c’era il bambù: invasivo, in crescita come un cancro, e che, se non domato, avrebbe invaso l’intero cortile uccidendo ogni cosa» (se le corna fossero reato, farle a uno che scrive così costituirebbe attenuante).
Siamo distratti dalle fioriture e ci siamo dimenticati che non può essere Kennedy perché siamo all’altezza delle elezioni precedenti: 2020, non 2024. E infatti, all’ultima riga, c’è Lizza che chiama il suo agente e dice che hanno un problema col loro libro sulle elezioni, con quel libro che non si può più fare perché Olivia ha «giornalisticamente passato il segno» (struggente tentativo di convincerci che per lui il problema fosse l’etica giornalistica, mica le corna), c’è lui che chiama l’agente e gli dice: Olivia va a letto con Mark Sanford.
E chi diavolo è, direte voi a qualunque ora leggiate qui e ho detto io alle 6 e 22 di ieri. Repubblicano, già deputato, già governatore della Carolina del Sud, già candidato alle primarie presidenziali senza che né io né voi ce ne accorgessimo, trentatré anni più di Olivia (credevo d’essere stata una ragazza cui piacevano i vecchi, ma non avevo ancora visto Olivia Nuzzi, una pubblicità progresso del complesso di Elettra).
Ero indecisa se comprare “American Canto”, vista la prosa inverniziana dell’anticipazione: «Amavo tutti i modi in cui era insaziabile, come se avesse voluto ingoiare l’intero mondo solo per conoscerlo meglio». Ma adesso devo assolutamente sapere se Olivia ha avuto la prontezza di capire che Ryan l’avrebbe sputtanata, e se ha seguito la regola di Nora Ephron: se lo racconti tu per prima, nessuno può usarlo contro di te.
Devo sapere se, oltre a quello col verme, c’è un altro Politician nel libro. Devo controllare che quella lettera che rievoca Lizza, quella in cui Olivia scrive a Mark «se ingoiassi ogni goccia d’acqua della torre sopra casa tua, avrei ancora sete di te», Olivia abbia avuto la sapienza di giocarsela nel libro. E sì, vi vedo che state pensando che il verbo più ricorrente nel lessico di Olivia pare essere «ingoiare», e ignorerò queste vostre battutacce: vi ho già detto che questo non è un articolo su chi va a letto con chi.