C’è un equivoco che dura da decenni e che oggi non è più sostenibile: l’idea che l’autonomia dello sport equivalga a una sospensione della Costituzione. Come se, varcata la soglia di una federazione, i principi di terzietà del giudice, separazione dei poteri e diritto di difesa diventassero facoltativi.
Questo equivoco oggi non è più solo un problema interno. È diventato un caso europeo. La recente iniziativa del Procuratore generale della Corte europea dei diritti dell’uomo nel procedimento che riguarda la Juventus ha posto una questione netta: i procedimenti disciplinari sportivi che incidono in modo grave sulla vita professionale, economica e reputazionale delle persone devono rispettare l’articolo 6 della CEDU (la Convenzione europea dei diritti dell’uomo). Giudice indipendente, imparziale, precostituito per legge. Non per finta, ma sul serio.
Il punto, però, è che il caso Juventus non è un’anomalia. È uno specchio. Chi osserva con onestà il sistema della giustizia sportiva italiana sa che le criticità segnalate a Strasburgo non sono un incidente isolato del calcio, ma un modello diffuso, replicato con varianti in più federazioni. I casi della Federazione italiana pallacanestro (Fip) e della Federazione italiana giuoco calcio (Figc) lo dimostrano con chiarezza.
Nel primo caso, quello della Fip, lo statuto federale prevede limiti ai mandati degli organi di giustizia. Una regola che, in teoria, dovrebbe garantire ricambio e indipendenza. In pratica, il limite viene aggirato attraverso una rotazione delle funzioni: giudici che diventano procuratori, procuratori che tornano giudici. Stessi soggetti, stesso circuito di potere, toga diversa.
Formalmente tutto regolare. Sostanzialmente, una demolizione del principio di terzietà. Perché un sistema in cui l’accusatore di ieri può diventare il giudice di oggi non è compatibile con alcuna idea di giusto processo.
Nel calcio, il metodo è ancora più diretto. Alla Figc, di fronte a mandati scaduti o limiti statutari, gli organi di giustizia vengono semplicemente rinnovati. Niente selezioni pubbliche, nessuna separazione strutturale dal potere politico federale. Una scelta che ha almeno il pregio della chiarezza: la norma non si interpreta, si supera.
Due modelli diversi, un unico risultato: la concentrazione del potere. Chi governa lo sport controlla anche la giustizia sportiva. Chi decide le regole nomina chi giudica. L’indipendenza resta sulla carta. Ed è esattamente questo assetto che la giurisprudenza CEDU – da Mutu e Pechstein a Ali Rıza, fino all’iniziativa nel caso Juventus – considera incompatibile con lo Stato di diritto. Non conta come un sistema si definisce. Conta come funziona.
In questo quadro, l’istituzione di una Commissione di riforma della giustizia sportiva rappresenta un passaggio cruciale. Forse l’ultimo utile, prima che sia una sentenza europea a imporre dall’esterno ciò che non si è voluto fare dall’interno. Non è una riforma tecnica. È una scelta politica e istituzionale. Significa decidere se lo sport italiano vuole restare un ordinamento autonomo compatibile con la democrazia, oppure un sistema autoreferenziale destinato a essere corretto da Strasburgo.
Riformare davvero significa separare nettamente potere politico federale e funzione giurisdizionale, garantire nomine indipendenti e temporanee, impedire ogni osmosi tra accusatore e giudice, assicurare che chi decide della carriera e della vita sportiva delle persone non dipenda da chi governa lo sport. Ogni riforma che eluda questi nodi sarà solo cosmetica. Ogni rinvio sarà una responsabilità precisa. Ogni finta riforma sarà un invito alla condanna.
Il caso Juventus ha aperto una breccia. I casi Fip e Figc dimostrano che non si tratta di un incidente. Ora la domanda non è più se riformare la giustizia sportiva. La domanda è chi si assumerà la responsabilità di non averlo fatto. Perché, a quel punto, parlare di autonomia non servirà più. Non sarà stata difesa. Sarà stata abusata.