Sul Sole 24 Ore è uscito “AI: reMade Italy, Manifesto per la Nuova Manifattura Italiana”, un approfondito articolo firmato Giuliano Noci, Prorettore del Politecnico di Milano, e Marco Bentivogli, coordinatore nazionale di Base Italia, volto a suggerire idee tangibili per un’integrazione strutturata tra manifattura e intelligenza artificiale, indicando vie da percorrere al nostro Paese.
Presentato in seguito all’AI Transition di Torino nel corso del forum dedicato alle nuove tecnologie, il documento, oltre a proporsi di aprire un dibattito pubblico sul ruolo dell’intelligenza artificiale come infrastruttura cognitiva del Paese e sull’urgenza di una politica industriale che metta insieme automazione, dati, sostenibilità e capitale umano, ci dice che il 2026 sarà un anno decisivo, iniziando con esso la valutazione dei risultati.
L’Italia, pur essendo una potenza manifatturiera (sedici per cento del Pil, 3,9 milioni di occupati), è ancora al diciannovesimo posto in Europa per uso dell’intelligenza artificiale in ambito industriale. Un paradosso, per un Paese che primeggia in robotica, automazione e qualità produttiva. Secondo gli autori, infatti, «manifattura e AI non sono due capitoli diversi della politica industriale: sono la stessa partita, quella di una nuova manifattura».
Il manifesto individua sei priorità strategiche: una governance indipendente per coordinare la transizione, una campagna nazionale di alfabetizzazione manageriale sull’intelligenza artificiale, infrastrutture dati proprie e accessibili, finanza paziente per la trasformazione, nuovo modello di formazione continua e coinvolgimento attivo della nuova generazione di giovani imprenditori digitali.
L’immagine dell’algoritmo come nuova fonderia (il ciclo produttivo del futuro parte dal dato che, elaborato dall’algoritmo, genera valore) è decisamente suggestiva, ma anche estremamente reale: senza dati di qualità e privi di competenze, non si produrrà valore aggiunto per l’Italia. Per la politica della distanza, dominata sotto tanti aspetti dall’astensionismo e dalle varie sfumature di mancata partecipazione, la lezione che ne emerge è che l’unico antidoto è quello di non opporsi alla realtà, cercando piuttosto di intercettarla e comprenderla, al fine di offrire soluzioni.
Non basta evocare temi e problemi, serve portare qualcosa nel dibattito pubblico, a livello di innovazioni, soluzioni creative e politiche pubbliche, in grado di affrontare le questioni nelle scale di priorità dovute. Se è giusto discutere di alleanze più o meno organiche, di – elettoralmente parlando – regole del gioco, di aspirazioni alle leadership, una visione da offrire alle persone che si vogliono rappresentare si coglie forse soprattutto dall’importanza che si dà ai temi del lavoro, quindi della crescita, dei salari, del benessere individuale e sociale nello svolgere il proprio impiego.
Perché la visione del lavoro, in un’età di grandi metamorfosi e modifiche perpetue, abbraccia una molteplicità di contesti, ricalcando ad esempio la visuale che si ha delle relazioni internazionali e in politica estera, a livello di protagonismo strategico e autonomia sistemica, così come il senso che si dà ai rapporti professionali e a tutto ciò destinato a impattare, in termini di novità, davanti a scossoni e mutamenti che non si possono arrestare.
L’appello libero e forte in questo caso è che va rimesso al centro il valore della manifattura, connettendola davvero all’intelligenza artificiale, perché il futuro del Paese si gioca qui. Quello che conta non è se arriva, ma come reagire a questa trasformazione. In termini di investimenti, i prossimi anni dovranno essere quelli in cui usare l’intelligenza artificiale per innovare capacità, modelli di business, energia e logistica, abbandonando le scelte che causano ritardi e generano gap di produttività, veicolati da problemi di approccio verso il rinnovo sostanziale dei processi produttivi, la cui mancanza è freno della competitività stessa.
Un insegnamento alla costruzione di offerte politiche volte ad affrontare a viso aperto la realtà con la politica effettiva, magari aiutando l’elettorato a diventare progressivamente più consapevole, senza illusioni e catastrofismi, coinvolgendo pubblico e privato in circoli virtuosi attraverso i quali la società civile, quella imprenditoriale e quella decisionale potranno davvero aprire una fondamentale stagione di confronto.