Sul fronte ucraino Matteo Salvini non passa. E non passerà. Non oggi, almeno. Troppo solido, troppo istituzionale, troppo “di sistema” l’asse che regge la linea del governo: Guido Crosetto alla Difesa, Antonio Tajani alla Farnesina, il Quirinale a fare da garante, Palazzo Chigi regista silenzioso. Una filiera che il capo della Lega può solo osservare da fuori, senza reali margini di manovra.
Più semplice è stato – si fa per dire – piegare Giancarlo Giorgetti. Il ministro dell’Economia ha dovuto prendere atto delle fibrillazioni della sua Lega, in un cortocircuito quasi inedito tra un esponente di primo piano del governo e il partito che dovrebbe sostenerlo. Ma sugli aiuti a Kyjiv la musica è diversa. Qui Salvini sbatte contro un muro che non è ideologico: è politico, istituzionale, internazionale. Così il decreto del 29 dicembre, che verrà approvato nell’ultimo Consiglio dei ministri dell’anno, non lascerà spazio ad ambiguità. Continuerà a consentire aiuti civili all’Ucraina – supporto umanitario, logistico, ricostruzione – ma anche aiuti militari.
Esattamente ciò che il Carroccio vorrebbe evitare, rifugiandosi ancora una volta dietro la grottesca distinzione tra armi offensive e armi difensive. Un arzigogolo buono per i gonzi che i ministri competenti hanno già smontato pezzo per pezzo, perché in una guerra di aggressione quella linea di demarcazione semplicemente non esiste.
Non basteranno formule lessicali, come quella degli “aiuti multilaterali”, per mascherare la sostanza: l’Italia continuerà a sostenere militarmente la resistenza ucraina, anche se con meno entusiasmo di prima dell’avvento di Donald Trump. Perché comunque resta un dovere politico, prima ancora che morale. Salvini, dunque, il decreto lo ingoierà. Non ha alternative. Semmai proverà a spostare lo scontro più avanti, quando si entrerà nel vivo della partecipazione italiana al programma Safe, il gigantesco strumento europeo da centocinquanta miliardi di euro in prestiti per rafforzare la difesa comune.
È lì che il vicepremier immagina di poter alzare il livello della battaglia. Ma anche in quel caso i conti rischiano di non tornargli, perché è vero che negli ultimi tempi l’uomo ha rialzato la testa, grazie all’assoluzione per il caso Open Arms. E tuttavia nel frattempo Salvini deve guardarsi anche dentro casa. Perché nella Lega qualcosa si muove, anzi, non ha mai smesso di muoversi. E non a suo favore. Le parole di Massimiliano Fedriga, governatore del Friuli-Venezia Giulia, sono arrivate inaspettate: la guerra, ha detto, «deve finire in modo giusto per gli ucraini, altrimenti avalliamo comportamenti come quello della Russia, che non ha nulla a che fare con la democrazia».
Una posizione che sta agli antipodi rispetto al salvinismo filoputiniano. E non è un dettaglio. Fedriga, insieme a Luca Zaia, rappresenta un’altra idea di Lega: più istituzionale, più europea, meno ideologica. Un’idea che trova sponde anche in figure chiave come Massimiliano Romeo, capogruppo al Senato, non a caso sponsor dell’ipotesi – forse irrealizzata, ma politicamente significativa – di affidare a Zaia la responsabilità del Nord. Non un fatto concreto ma un promemoria per Matteo Salvini: la Lega non è un monolite, lui non è onnipotente. E infatti sull’Ucraina perde.