Hanno chiesto a Barack Obama quale sia il suo menu informativo, lui ha detto che non guarda i talk show (come tutte le persone alfabetizzate e sane di mente) e che non fa quella cosa che in inglese si chiama scrolling e che noi traduciamo pigramente con “scrollare”, che però in italiano significa altro: lo scrolling è lo spolliciare il telefono senza accendere il cervello (per la precisione: doom scrolling, ove il “doom” sta a dire che niente di buono ne verrà).
Non spollicio neanch’io, ma non perché temo di fare la fine delle mamme raccontate da Tim Pool. Ve lo raccontavo all’inizio dell’estate, Tim Pool è quello che diceva che il modo in cui il sito per cui lavorava si garantiva tanti clic da vantare presso gli inserzionisti era far incazzare le mamme: le donne di mezz’età, diceva, quando s’incazzano condividono a manetta.
Sei mesi dopo, l’Oxford Dictionary ha detto che rage bait è la parola dell’anno, e non sarò certo io a far notare che rage bait sono due parole. Comunque: significa che appunto scrivi qualcosa sapendo che si incazzeranno e ci cliccheranno. Se volete sapere la mia (e, se non la volete sapere, cosa ci fate qui), ha ragione il Cambridge Dictionary, per il quale la parola dell’anno è parasociale.
Le relazioni parasociali – cioè: la convinzione di chi legge quest’articolo di avere un rapporto con chi lo scrive e doverle quindi notificare le sue opinioni in merito – sì che sono un problema. Una volta era il tizio che si presentava da John Lennon e gli diceva lo so che le tue canzoni parlano di me, e quello gli diceva dai vieni dentro che ti diamo un po’ d’acqua, ignaro che non era il solo picchiatello accaldato, e che quello successivo gli avrebbe sparato. Adesso siamo tutti. Tutti relativamente famosi nell’epoca dell’inflazione della fama, e tutti circondati da picchiatelli.
Ma non era di questo che volevo parlare, bensì d’un altro dei Beatles e della ragione per cui non spollicio i social alla ricerca di notizie per cui indignarmi. Dentro al mio telefono c’è tutto l’intrattenimento che mi serve, e con cui colmo i vuoti, le sale d’attesa, il metrò che non arriva, l’imbarco che non comincia, l’acqua che non bolle. In tutte quelle circostanze in cui non posso leggere un romanzo o guardare un film, in tutte quelle circostanze in cui quelli che non sono me o Obama spolliciano, io leggo cinquantotto pagine d’un documento del 2008 che è il grande romanzo di questo secolo. La sentenza con cui the honourable mister Justice Bennett stabilisce i termini del divorzio tra James Paul McCartney e Heather Anne Mills McCartney.
È con quella sentenza, con Heather che rovescia una caraffa d’acqua in testa all’avvocato di Paul, che comincia l’articolo che ieri si sono precipitate a leggere tutte quelle che conosco, e voi direte: certo, perché tu hai amiche che non leggono roba seria, noi invece siamo personcine di contenuti che leggono solo di Palestina e di Ucraina e di inflazione e di corruzione e di disoccupazione.
È certamente possibile che la mia cerchia di conoscenze non sia rappresentativa di nulla, visto che nulla è rappresentativo di nulla e tutto è a stento rappresentativo di sé stesso e più il pianeta è affollato e gli intrattenimenti diversificati più è impossibile esprimersi a nome di qualcosa che vada più in là del proprio pianerottolo, tuttavia io, dall’articolo del Financial Times sulle divorziste dei ricchi inglesi, traggo la stessa conclusione che avevo tratto, qualche giorno prima, dall’annuncio della seconda stagione di “All’s fair”.
“All’s fair” (è su Disney+) è la nuova pecionata di Ryan Murphy, l’autore più kitsch e più strapagato di questi anni. Racconta uno studio di avvocatesse che, appunto, fanno divorziare le ricche. Ma sempre con abbondante vittimismo, ché finché dura il vittimismo femminile è il genere da mungere. Sì, sono sposate con dei fantastiliardari e non hanno mai lavorato un giorno in vita loro, ma sono comunque vittime d’un marito cattivo che non vuole dar loro la metà dei miliardi che non avrebbe potuto fare se le mogli non si fossero incaricate di ordinare i canapè per i dinner party.
“All’s fair” è la cosa più stroncata da che leggo le critiche televisive: l’Atlantic dice che è atroce, il Times di Londra che è forse la serie peggiore di tutti i tempi, il New York Magazine si limita a dire che è zucchero filato e che è volgare (opziono subito “La volgarità dello zucchero filato” come titolo per qualcosa).
Mentre i giornali si affannano a dire che è orribile, i produttori ordinano una seconda stagione, cioè il modo in cui le piattaforme dagli ascolti non comunicati comunicano che quegli ascolti sono evidentemente buoni. Nonostante Ryan Murphy odi le donne e quindi abbia preso come protagonista una gay icon negata a recitare (Kim Kardashian); nonostante Ryan Murphy odi le donne e quindi ne abbia fatto dei cliché da vignette anni Cinquanta che si dicono l’un l’altra che gli uomini deboli hanno paura perché loro sono donne forti. Nonostante, o forse proprio perché questi elogi delle donne un tanto al chilo passano, in questo secolo imbecille, per femminismo.
C’è, tuttavia, un’altra ipotesi, più interessante. La gente – cioè: io e le mie amiche, ma evidentemente anche una parte non irrilevante del pubblico dello streaming – si è rotta i coglioni dei poveri: se voglio vedere i problemi economici di qualcuno, guardo il mio estratto conto. Il New York dice che i nomi dei personaggi di “All’s fair” ricordano quelli di certe soap degli anni Ottanta, ma il vero parallelismo è coi titoli, non coi nomi dei personaggi: il pubblico rivuole “Anche i ricchi piangono”.
Il mio passaggio preferito, nella sentenza McCartney del 2008, è quello in cui il giudice dice che si rende conto che la signora Mills, da quando aveva venticinque anni, ha sempre viaggiato in prima classe, e che lei e la bambina mica possono viaggiare in economy, e che anche il marito è d’accordo, ma le somme pretese sono troppo alte e quindi accorderà la miseria di trentacinquemila sterline per gli elicotteri, settantaduemila per i voli commerciali, e centocinquantamila per i privati.
“All’s fair” lo guardiamo perché le stronzate che si dicono Kim Kardashian e le altre sul loro essere donne forti se le dicono sull’aereo privato che si sono comprate le avvocatesse, bevendo champagne immagino migliore di quello servito nelle miserabili prime classi dei voli di linea che prendiamo noi miserabili altre.
L’abbonamento al Financial Times, mi diceva ieri qualcuno a proposito di quel passaggio del mio articolo in cui mi dolevo di pagare molti abbonamenti a giornali non ricevendone granché di valevole in cambio, vale la pena solo per le divorziste dei ricchi – chissà se Obama le ha lette.
A un certo punto di quell’articolo, si parla d’una legge inglese del 1973 che accordava alle divorziande una cifra che non rispecchiasse il loro contributo al matrimonio, ma il loro tenore di vita. Gli avvocati iniziarono a suggerire alle mogli di spendere e spandere, quando stavano per divorziare, in modo che poi quello fosse il budget di cui i giudici dovevano tenere conto.
Sono desolata di comunicare agli articolisti del Financial Times che è una prudenza insufficiente. Le signore potrebbero sempre finire come Heather Mills, alla quale il giudice dice che il suo budget per i fiori era decisamente troppo alto, e si rifiuta di darle più di trentamila sterline all’anno per cibo, vino, e fiori. Viene subito in mente quell’altro cantante, quello che non può riposarsi mai, deve fare mille concerti l’anno e incassare in continuazione, perché la moglie ha un budget di cinquemila euro al mese non, come l’ex signora McCartney, per i fiori freschi, ma per le candele. Chissà se in un eventuale divorzio un tribunale italiano glielo revocherebbe.
Il Financial Times resta la migliore alternativa alla sentenza Mills-McCartney quando non so cosa leggere, e il suo abbonamento è il mio miglior investimento. In attesa che arrivi un giornale italiano che non solo ci illustri come i budget per le candele influiscono sui calendari dei concerti, ma ci spieghi chi paga la tata al centro del caso «figlia di Francesco Totti e Ilary Blasi lasciata sola a casa», la tata che secondo le cronache e gli screenshot (come facevamo prima di Whatsapp a farci i fatti degli altri?) avrebbe finto d’essere a casa per coprire Totti fuori a cena, anche se le prove dicono che è arrivata a mezzanotte meno cinque. Va bene anche, in alternativa, un Ryan Murphy italiano, sebbene la Camilluccia sia meno telegenica di Bel Air.