Ferragni con un mestiereLa minifama dell’analista cornuta, e il personal branding dei professionisti del fantasy

La psicologa Lilly Jay spaccia per opportunità il fatto che il marito l’abbia lasciata per Ariana Grande, come tutti i suoi colleghi che scoprono che senza setting terapeutico anonimo si guadagna meglio

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Quando ho deciso di scrivere un articolo sulla storia di Lilly Jay (chi??), ho parlato con alcune persone che conosco e il cui sostentamento deriva dalla credenza che esista la psiche. Persone ben sintetizzate da quella solita battuta scritta da Woody Allen: «Edipo giacque con sua madre, e una nuova professione era nata, da duecento dollari l’ora: ore da cinquanta minuti, perdipiù».

Una di queste signore pagate per darvi ragione (lei e gli altri obietterebbero a questa definizione, ma noi atei dell’inconscio siamo determinati a dire che, se andate a raccontare i cazzi vostri a uno che pagate, è per essere ancora più sicuri che vi dia ragione di quanto lo siate rispetto ad amici che non han voglia di mettersi a discutere e vi assecondano gratis), una di queste signore a un certo punto mi ha detto qualcosa sui pazienti che vanno da lei per il marito.

No, non per assistere allo spettacolo d’arte varia di lei che litiga col marito, come Kirstie Alley in quell’altro Woody Allen (“Harry a pezzi”; quello di prima era “La dèa dell’amore”: ora sapete che film recuperare a Natale). Perché il marito è mezzo famoso.

Io, che la conosco abbastanza da chiederle cosa pensi del caso Lilly Jay (chi??), neanche sapevo chi fosse il marito, che mestiere facesse. Gente che non la conosce ma considera d’andare a consegnarle la propria psiche, oggetto forse inesistente ma comunque prezioso, invece la cerca sui social, scopre con chi è sposata, e se è un famoso che trova affine allora va a curarsi dalla moglie. E quindi il problema sono ancora una volta le relazioni parasociali, ma non sveliamo subito il finale di questo giallo.

Nell’ultima settimana ho ricevuto parecchi messaggi con pezzettini d’un podcast al quale è andata ospite Stefania Andreoli, psicoterapeuta piuttosto nota, autrice di libri molto venduti, e – nel Grande Indifferenziato che a Milano chiamerebbero «personal branding» – personaggio che su Instagram risponde a chi chiede dove abbia comprato quel maglione o se sia innamorata. Insomma: una Ferragni con un mestiere (definizione che ormai vale per tutte le categorie: intellettuali, cuochi, architetti postmoderni).

Il podcast dura due ore e tre quarti, e quindi non l’ha ascoltato nessuno (ma chi ce le ha, due ore e tre quarti da buttare dietro a un podcast? Aggiungi dieci minuti e vedi “Il padrino”, dai, su), ma i pezzettini vanno fortissimo. L’economia dei pezzettini è un discorso che prima o poi andrà fatto, il successo del consumo a pezzettini di cui beneficiano i proprietari delle piattaforme e non chi ha prodotto l’intero: una delle più interessanti follie contemporanee. Un discorso che andrà fatto ma non oggi, oggi devo ancora parlare di Lilly Jay (chi??).

In uno di questi pezzettini, la Andreoli dice che lei non ha un buon rapporto con l’essere amata, e crede sia per questo che fa un mestiere in cui il rapporto è contingentato, e dopo tre quarti d’ora ci si saluta. Ogni volta che sento un professionista del fantasy (scusate: della psiche) tentare di spacciare per setting terapeutico quella che è semplicemente un’organizzazione del lavoro comoda per loro (tre quarti d’ora, più dieci minuti per appuntarmi cose sennò poi alla prossima seduta questa s’accorge che non mi ricordo come si chiamano i suoi genitori, più cinque minuti per guardare gli appunti del prossimo paziente, e all’ora tonda posso far entrare il prossimo paziente, che potrà illudersi ch’io mi rammenti benissimo di quella traumaticissima volta in cui il padre se l’è dimenticato a casa degli zii), ogni volta io penso che da quando non crediamo più in dio crediamo proprio in qualunque puttanata.

La Andreoli è un bersaglio facile perché non fa niente per dissimulare il suo essere una Ferragni con un mestiere, ma si potrebbero fare altri cento nomi di giardinieri della psiche che diventano famosi perché vanno in tv o perché scrivono libri facili che possano far sentire intelligenti i lettori cretini, e però, nonostante economicamente non convenga, continuano a ricevere pazienti (per forma di allenamento? Per sembrare gente che non ha perso il contatto con la realtà?), solo che durante la seduta magari chiama il redattore d’un talk-show e come fai a non rispondere.

Si torna alle relazioni parasociali: perché tu vai a farti curare da uno che hai visto fare lo splendido in tv? Gli chiedi un autoscatto a fine seduta? Lo fai con lo spirito con cui scrivi sull’Instagram d’una cantante che ti ha delusa facendo la tale o la talaltra scelta, ti ha delusa perché tu segui il suo Instagram e sei quindi convinta di conoscerla? Lo sai che una volta questa roba qui, la relazione parasociale, era territorio delle dodicenni, e tu invece di anni ne hai cento?

Lilly Jay io non sapevo esistesse. Non sapevo esistesse lei, non sapevo esistesse suo marito (un attore bruttino, si chiama Ethan Slater), non sapevo che suo marito l’avesse lasciata per Ariana Grande: non ho abbastanza dodici anni da interessarmi agli accoppiamenti delle cantanti. Non ho peraltro mai sentito una canzone di Ariana Grande, ma vi prego di credere che non è per quello che ne ignoro le relazioni: l’ultima volta che mi sono interessata ad accoppiamenti di musicisti è stata quando il bassista dei Duran Duran stava con una modella pazzeschissima e io fantasticavo che la lasciasse per me. Ero alle medie.

Ho scoperto che Cher aveva avuto un flirt giovanile con Warren Beatty solo perché un giornale mi ha chiesto di scrivere della sua autobiografia, e lei racconta di quando Warren chiamò a casa e si fece passare la madre che non voleva lasciarla uscire (Cher era minorenne), e quella – in balìa della fama come voialtri che commentate gli Instagram dei famosi – diede subito il permesso perché era un attore che le piaceva. Non solo non so con chi stia Ariana Grande: non so neanche con chi stesse Warren Beatty, che pure era già famosissimo negli anni in cui ero anagraficamente legittimata a interessarmi delle vite dei famosi (è pur vero che qualcuna ti può sfuggire, nel curriculum di uno che tutti abbiamo sempre identificato col personaggio che interpretava in “Shampoo”, quello che diceva che sì, avrebbe potuto combinare di più in termini di carriera, ma era scopare tutte quelle che incrociava che gli dava l’illusione dell’immortalità).

La settimana scorsa, sul New York, Lilly Jay scrive del suo dramma. È una psicologa specializzata in gestanti a rischio, ha sempre celato la sua vita privata a pazienti che comunque – più sane di voialtri che commentate gli Instagram dei cantanti – della sua vita privata proprio non volevano accorgersi, era all’ottavo mese di gravidanza malamente dissimulato da un maglione largo e le chiedevano se avesse cambiato taglio di capelli.

Poi il marito doveva trasferirsi temporaneamente a Londra a girare “Wicked”, il film sul set del quale si è appunto messo con Ariana Grande, e lei con un bambino di due mesi l’ha seguito, nonostante sapesse quant’era importante non sottoporsi a cambiamenti così drastici poco dopo la gravidanza. Leggo e penso a quell’amico al quale vorrò bene tutta la vita perché, quando avevo vent’anni, mi rivelò la più importante delle verità: l’intelligenza non basta neanche per agire in maniera intelligente.

Lilly Jay nel suo articolo ne svela un’altra altrettanto ovvia e altrettanto taciuta: la maternità ti riempie il tempo ma non il cervello. Lei era lì che faceva le vocette al fagottino, che diceva le cose sceme che si dicono a uno che non parla la tua lingua e si caga addosso, e il marito faceva quel che fanno gli adulti: s’innamorava di una la cui giornata fosse punteggiata di conversazioni più interessanti di quelle che si possono avere con un neonato.

Lilly non se lo meritava, scrive, proprio lei che con l’internet non voleva avere niente a che fare e che il giorno del suo diciottesimo compleanno si era cancellata da Facebook (ma come si fa a farsi curare non dico la psiche ma anche solo un callo da una abbastanza giovane da essere stata minorenne quando già esisteva Facebook?).

Ora l’internet tutta sa del suo divorzio, e se i pazienti non le dicono niente lei s’interroga se facciano finta di non sapere, e se un’offerta di lavoro viene ritirata si chiede se sia perché ormai è una da tabloid e come si fa ad affidarle un incarico delicato.

L’articolo si conclude con le stesse cose che ti dice qualunque psicoterapeuta al quale tu faccia domande del genere: che è superata l’idea freudiana che l’analista debba essere un lenzuolo bianco del quale il paziente non sappia talmente nulla da poterci proiettare tutte le cosine sue, che se sei bravo anche dalla sua reazione alla tua fama riesci a ricavare cose con cui aiutarlo. Poiché sono una stronza, penso che ci stiano ancora una volta spacciando per opportunità terapeutica le cose fatte come fa comodo a loro: la fama come i quarantacinque minuti, il setting anonimo superato non perché all’analista conviene la minifama ma per il tuo bene di paziente.

Adesso che il personal branding è tanto più remunerativo dell’essere invisibili, adesso che il paziente può vedere i social dell’analista ma anche l’analista quelli del paziente e l’essere estranei non è più una possibilità, adesso quel che puoi fare se tuo marito ti molla per una cantante e hai paura che i pazienti ne siano turbati è scrivere la tua cronaca dei fatti per un giornale, cosicché anche quei pazienti che non avevano idea della vita sentimentale di Ariana Grande siano al corrente della tua minifama, e possano dirtelo in seduta, e tu possa fare quella professionale chiedendo: e questo come la fa sentire? 

Che forse era una domanda rivoluzionaria nell’Austria di fine Ottocento, quando l’umanità non passava tutto il giorno tutti i giorni a parlare e sentir parlare di percezioni e sensazioni. Ma, nell’occidente satollo e sentimentale di questo secolo, in cui sappiamo come si sentono i concorrenti del “Grande fratello” e quelli delle Olimpiadi, in cui conosciamo la vita teoricamente privata di chi di lavoro accende la telecamera del telefono e di chi di lavoro fa lo psicoterapeuta, ecco, in questo mondo qui forse la domanda su come ci faccia sentire la minifama dell’analista cornuta potremmo sostituirla con l’assai più terapeutica dichiarazione d’amore morantiana: hai mangiato? 

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