Tim Pool è un trentanovenne che non avevo mai sentito nominare, il che non vuol dire granché nell’epoca in cui non esiste la fama ma solo frammenti di celebrità con l’illusione dell’universalità. Qualche settimana fa è andato al podcast di Bill Maher, e ha detto una cosa che ci è utile per capire Matilde Daverio, ma cos’ha detto ve lo dico dopo, perché prima devo parlare col direttore del Corriere.
Luciano Fontana, io ti capisco. Io capisco il tentativo di sistematizzare il caso Elkann-Lanzichenecchi, che ha reso Repubblica rilevante per qualche giorno due estati fa. È una grande tradizione dei media: c’è un successo, e tutti provano a rifarlo. M’immagino anche la scena, voglio credere sia analoga a quella che condusse al caso Elkann.
All’epoca qualcuno m’aveva raccontato che Maurizio Molinari, direttore di Repubblica, aveva incontrato Alain Elkann a un festival che era quello per raggiungere il quale il nostro eroe aveva fatto il viaggio della speranza in una business class spacciatagli per prima. Quello aveva raccontato dei Lanzichenecchi, e Molinari gli aveva detto: bello, facci un pezzo.
(Nota per gente che non ha mai lavorato nei giornali: è la frase che i direttori dicono ogni volta che non hanno più voglia di parlare con qualcuno, che quel qualcuno sia il padre dell’editore o no. Pubblicare un pezzo è assai meno impegnativo che avere una conversazione noiosa. Il più delle volte, ti troverai con un altro pezzo noioso in pagina; una volta ogni tanto, ti troverai con una pietra miliare).
Quindi io m’immagino Fontana che si trova con questa Matilde Daverio che lo bracca a qualche cena, e pretende di raccontargli il niente che le è successo in treno, e me lo immagino che le dice «Bello, scrivi una lettera al giornale» (mica è madre dell’editore, che le concediamo un articolo). E certo, è possibile che l’abbia detto per liberarsi d’una scocciatrice, ma io voglio credere che lui sapesse come sarebbe finita.
Matilde scrive la sua brava letterina, sul viaggio con due bambini su un Italo (quanto in comune con Alain), viaggio ordinario ma letterina che contiene alcune perle. «Il viaggio si svolge tranquillamente: Filippo dorme fino a Firenze, a Giacomo leggo sottovoce “Il Mago di Oz” – lettura sempre ammirevole – avendo cura di schermare la bocca per non disturbare gli altri viaggiatori». In un mondo di gente che parla al telefono in vivavoce nella carrozza silenzio, Matilde «scherma la bocca», qualunque cosa significhi: ha un figlio seienne che non è in grado di leggersi un libro da solo, ma lei oltre che una brava mamma è una santa. (Sarebbe bello anche sapere cosa significa «lettura sempre ammirevole», ma se iniziamo con la filologia di Matilde non finiamo più).
«Nell’alzarsi dal suo posto, Giacomo accidentalmente sfiora con il piede la gamba del quarto passeggero del tavolino, seduto con le gambe accavallate di fronte a lui, il quale manifesta un irrequieto disappunto per essere stato sfiorato. Noto che controlla di non essere stato sporcato e, con un gesto gratuitamente teatrale, si spolvera con la mano il pantalone chino color ecrù, quasi a liberarlo dalla contaminazione che fa capire di aver subìto». Rivedo nel signore la me alla quale un tizio, a una cena recente, ha rovesciato del vino rosso sui pantaloni di seta, e chissà se poi ha raccontato il mio «irrequieto disappunto», «gratuitamente teatrale», negli stessi termini, invece di rallegrarsi che non gli avessi dato una testata sul naso.
Fin qui, la lettera è perfetta per dividere gli utenti social tra mamme moltaffettuose che giustificano i loro puccettoni, e orrendi misantropi che tifano per il signore il cui ecrù ricorda il lino sgualcito di Alain. Poi c’è il paragrafo di cui abbiamo sbagliato il punto preferito per tutto lunedì, giorno in cui la lettera è uscita (e anche giorno in cui i giornali vendono meno: figurarsi se non capisco il ricorrere a una Matilde per risollevare le tirature).
«Certo, ci siamo alzati tre volte per andare in bagno e poi alle macchinette del caffè e poi di nuovo in bagno, costringendolo in effetti per tre volte a scavallare le gambe per farci passare; ma, di fatto, niente bisticci, niente urla, niente psicodrammi del biscotto spezzato o della partita persa. La mia valutazione della condotta dei bambini era più che positiva».
Lo so, state pensando che, anche senza andare sul suo Linkedin, già sapete che Matilde lavora in editoria da «psicodrammi del biscotto spezzato». Lo so, vi state concentrando sull’autocertificazione di bontà dei figli, «La mia valutazione della condotta dei bambini era più che positiva». Ho sbagliato anch’io, come voi.
Il limite di questo caso è che è come se l’articolo, invece che Elkann, l’avessero scritto i Lanzichenecchi: noialtri passanti vogliamo accanirci sul misantropo, mica ricordare a Matilde che sicuramente mente sulla cafonaggine dei suoi figli e che il signore aveva di certo le sue ragioni a sbuffare e anzi avrebbe dovuto prenderli a scapaccioni.
Insomma, sui social il caso non esplode quanto avrebbe potuto, e al Corriere – tenaci – martedì rilanciano con due pezzi. Uno è un’intervista a mamma Matilde, in cui la testimonianza riguardo al signore che si era dovuto scavallare tre volte cambia: «Lui era seduto davanti ai miei figli, lato corridoio, io una fila più indietro. Ho lavorato un po’, poi mi sono seduta accanto a loro, sul bordo del sedile, proprio per evitare che da soli potessero iniziare a bisticciare, come è normale a quell’età. Nessuno era seduto di fianco a lui, per cui non doveva nemmeno alzarsi per farci passare quando dovevamo andare in bagno». Chi non vorrebbe stare solo con due angioletti la cui madre si è andata a sedere altrove.
Verso la fine dell’intervista, l’intervistatore cerca di far finalmente partire la rissa: «È stato aggressivo, volgare?». Ma Matilde ha quell’attenzione a non esagerare che ha chiunque scriva ai giornali per lamentarsi d’uno sbuffo: «No, solo teatrale, maleducato e fuori luogo. Parlava ad alta voce, cercava l’approvazione degli altri passeggeri. Nessuno ha fiatato, anzi, una volta arrivati a destinazione più d’uno mi ha manifestato solidarietà». Matilde, madre di quattro figli, non ha ancora imparato che l’umanità dà ragione a chi ha di fronte in quel momento: a lui avranno detto «quella scema», a lei «quello stronzo». Si chiama «società», è il contesto in cui viviamo, Matilde.
Non pensare che non ti capisca, Matilde. Come potrei, io che non esito a scrivere un articolo se tornando dal ristorante non trovo un taxi. Non dico che ho praticamente inventato il lamentarsi del niente sui giornali, ma poco ci manca. Però, ecco, mi chiedo, Matilde: gente come noi può dare dei «teatrali» agli altri? Mi sa di no.
Di Matilde si occupava sempre sul Corriere, ieri in prima pagina, anche Massimo Gramellini. Il quale, come tutti, pratica un poderoso revisionismo autobiografico. Quando ero piccolo io, dice, nessuno si sarebbe mai lamentato d’un bambino: «A sei anni io ero molto più irrequieto di mio figlio. Ma avere sei anni nel secolo scorso significava essere una star, non una minoranza in estinzione». Scusa, Massimo, so che ti mette di malumore essere contraddetto, ma tu hai avuto sei anni negli anni Sessanta. Quando i bambini mangiavano al tavolo dei bambini, con la servitù. Quando i figli di genitori benestanti vedevano i genitori dieci minuti prima di andare a dormire. Quando i figli avevano smesso di dare del lei ai genitori da circa sette minuti. Quando la sacralizzazione del bambino era tutta da inventare: stai scrivendo un’autobiografia togliendoti cinquant’anni d’età?
In realtà credo che la differenza che non riesce a mettere a fuoco Gramellini non sia tra i nostri sei anni e i loro, ma quella tra noi come genitori e i nostri genitori di sessanta o cinquant’anni fa. Nel 2014 Tim Pool lavorava per la Abc, per un progetto che poi ha chiuso, ma le cui linee guida, come da lui raccontate a Maher, sono identiche precise spiccicate a quelle di tutto il giornalismo ora in ottima salute. Lo chiamarono, spiega, «mission driven storytelling», la narrazione che ha uno scopo cui adempiere. Quello scopo è «massimizzare i profitti massimizzando le visualizzazioni».
Come si fa?, si chiedevano lì e ci chiediamo qui e si chiedono un po’ tutti; lì, come in molti altri posti tra cui la stanza di Luciano Fontana, si diedero una risposta semplice e infallibile: «Non guadagniamo finché non raggiungiamo tot contatti promessi agli inserzionisti: come li raggiungiamo? Facendo incazzare le mamme: le donne di mezz’età, se s’incazzano, condividono più di chiunque altro».
Pensavate di fare i clic coi signori della guerra, con le industrie farmaceutiche avide, con le ricette della pasta al tonno, coi tutorial su come applicarsi l’Autan, con le cinque cose che devi sapere del digiuno intermittente, coi meme fatti dall’intelligenza artificiale, coi casi di cronaca di trent’anni fa, coi non uscite nelle ore più calde, con l’impegno politico dei cantanti, coi pugni alzati degli attori, e invece: nulla batte quella macchina da clic che è dire «il puccettone mio in treno stava buonissimo, ché è beneducato e si fa leggere buoni libri, e un signore ha osato sbuffare».
Se pensate che ad accanirsi sul nemico fossero i Lanzichenecchi, non avete visto le mamme con uso di wifi. Se il Corriere vuole triplicare gli abbonamenti, deve identificare il signore del treno, e intervistare lui: nessun altro articolo della testata raccoglierà tanti insulti, e quindi tanto successo.