
La fiera dei piccoli editori di Roma “Più libri più liberi” dopo lo psicodramma dello scorso anno con lo scontro sui guai giudiziari di Leonardo Caffo conosce anche quest’anno una dolorosa disputa. Ottanta autori, di quelli solitamente dalla parte giusta, compreso qualche scrittore di particolare successo (Zerocalcare, Alessandro Barbero, Antonio Scurati) hanno chiesto l’esclusione dagli stand di una giovane e piccola casa editrice, Passaggio al bosco.
Il nome spiega molte cose perché evoca una delle opere di un grandissimo scrittore di culto della estrema destra: “Il trattato del ribelle”, del reazionario Ernst Junger. Per lo scrittore, passare al bosco vuol dire metaforicamente entrare in clandestinità, come un guerrigliero: «Per quel che riguarda il luogo, il bosco è dappertutto: in zone disabitate e nelle città, dove il Ribelle vive nascosto oppure si maschera dietro il paravento di una professione. Il bosco è nel deserto, il bosco è nella macchia. Il bosco è in patria e in ogni luogo dove il Ribelle possa praticare la resistenza». Si tratta di una possente metafora dell’ascesi mistica, ma Dio solo sa quanti giovani l’abbiano equivocata nei tremendi anni Settanta, andando a morire su qualche marciapiede sognando di essere quel ribelle.
La piccola casa editrice, di cui poco sappiamo, ha deciso di uscire dalla condizione di clandestinità editoriale e di presentarsi, dopo essere stata respinta l’anno prima, quando presidente della fiera era Chiara Valerio. Quest’anno, invece, il presidente dell’ente organizzatore della fiera, Innocenzo Cipolletta, l’ha accolta.
Volendo informarsi, come doveroso, abbiamo visto il catalogo e certo l’impressione non è straordinaria, forse anche l’elitario Ernst avrebbe storto la bocca, che lui era certo nazionalista e reazionario, ma nazista non fu mai, a differenza di altri illustri intellettuali come Heidegger e Schmitt.
Colpisce del catalogo la presenza di libri che arrivano direttamente dall’epoca e dall’epica che vide al centro fascismo e nazismo. Diciamola tutta: si celebrano autori che di quelle cupe e turpi dottrine furono seguaci senza remore, come Leon Degrelle, fondatore del partito nazista vallone, e Corneliu Codreanu, nientemeno che il fondatore della “Guardia di ferro” romena.
Qualcuno ne sentiva il bisogno? Qui non si tratta di conoscere la penna controversa eppur grande di Celine, Drieu La Rochelle e Robert Brasillach, capaci di oscene grandezze anche quando scrivevano roba antisemita come “Bagatelle per un massacro”. Assai più modestamente, si tratta di filonazisti che vengono celebrati senza remore.
Così Maurizio Rossi celebra “La rivoluzione delle anime” di Degrelle scritta nel 1938: «Si tratta di un’opera inedita, la cui intensità poetica è pari solo alla statura dell’autore: una testimonianza preziosa, capace di oltrepassare la barriera dello spazio e del tempo, trasmettendo il coraggio e la consapevolezza di una weltanschauung eroica, verticale e solare. Un impareggiabile contributo alla formazione di quell’élite militante e differenziata che ha il compito di custodire e trasmettere – oggi più che mai – la straordinaria eredità della lunga memoria europea».
Per carità, accanto a essa spicca anche “Perché siamo antiborghesi: la scuola di mistica fascista” in cui Salvatore Gatto si scaglia contro il borghesuccio «avido, pavido, rinunciatario, egoista, sedentario, calcolatore, pessimista, pacifista, esterofilo, pietista e meschino» e ci informa che «la Rivoluzione Fascista, sorta sullo slancio anti-borghese del diciannovismo e del fermento squadrista, intese la propria missione come la necessaria creazione di un nuovo tipo umano: eroico, altruista, leale, puro d’animo, fedele al bene comunitario, nobilmente versato al sacrificio, fanaticamente devoto alla vittoria. Questo libro – pubblicato dalla Scuola di Mistica Fascista per fornire delle solide linee di vetta ai propri quadri politici – compie una piacevole incursione nelle fondamenta di una visione del mondo che seppe oltrepassare la dialettica divisiva e incapacitante del marxismo e la mentalità reazionaria e classista del conservatorismo liberale».
Non mancano la X Mas e opere come “La guerra come ascesi”, una esauriente rassegna «dagli ordini monastico-cavallereschi del Medioevo cristiano alla “Grande Guerra Santa” degli islamici, passando per la tradizione vedico-induista e per quella indoeuropea. Dall’addestramento degli opliti spartani, all’etica dei samurai, passando per i clan nordici dei Berserkr e per la strategia del grande esercito prussiano di Federico il Grande: un percorso che giunge nel cuore del Novecento, con l’ascesi mistico-guerriera di figure come Corneliu Zelea Codreanu, Ernst Jünger, Léon Degrelle e Ungern Khan». ( Ungern, ungern, chi era costui?)
È da dire che la pubblicistica non si ferma al passato più controverso, ma si spinge alla contemporaneità, evitando il generale Roberto Vannacci e si spinge a studiare la più stretta attualità e dunque anche il sottobosco del movimento Maga da cui proviene “La via degli uomini” (sommessamente avremmo tradotto “Al modo degli uomini”) di Jack Donovan, fisico e aspetto da wrestler all’attacco di Capitol Hill il cui esergo dice molto: «La cultura dei gangster è l’essenza della virilità patriarcale».
Notevole la prefazione di Francesco Borgonovo che, quasi trasfigurandosi nell’autore, assicura che «questo testo è importante, perché – più di altri – riporta la questione alla sua essenzialità: cosa significa essere uomo? Le sue premesse sono due: la prima è che la condizione naturale maschile è quella della gang, della squadra o comunque del gruppo di uomini; la seconda è che questa condizione naturale sia da tempo sotto attacco a scapito della mascolinità stessa e della psicologia maschile. E, probabilmente, dell’intera nostra società. Donovan, per definire la natura maschile e il posto dell’uomo nel mondo, ricorre a quelle che chiama Virtù tattiche: Forza, Coraggio, Onore e Maestria».
Dal canto suo Donovan non delude le attese e ci dà dentro da par suo: «Mascolinità significa l’essere uomo in un gruppo di uomini e riguarda, soprattutto, ciò che gli uomini si aspettano gli uni dagli altri». A occhio, il rischio della promiscuità sembra escluso da un simile consesso.
Proprio la presenza e il risalto dato a Donovan e ad altre opere (ad esempio “Psicologia oscura” a cura di Diventa Semidio sul movimento woke che promette di affrontare interrogativi fondamentali: «Che cosa vogliono le donne? Quali sono i tabù mai svelati dietro la sessualità femminile? Quali sono i meccanismi inconsci che muovono l’attrazione? Basato su più di 110 studi scientifici, questo libro rivela le verità più brutali che la modernità ha nascosto: dalle relazioni interpersonali alla sfera sessuale, passando per la seduzione, il condizionamento sociale e la gestione della psiche») illumina l’operazione culturale dietro l’iniziativa editoriale che non è solo puramente nostalgica. Al contrario la rievocazione del passato tende a dimostrare la continuità con il movimento Maga che di quel mondo e di quelle ideologie è l’aggiornamento (dice niente certa gestualità da «foresta di braccia tese»?).
E dire che volendo ci sarebbero modelli di maschi meno estremi: da Bogart, che dopo aver suonato la marsigliese in faccia ai nazisti piange disperato l’amore vissuto a Parigi e riapparso a Casablanca, a Gary Cooper che molla la moglie il giorno delle nozze perché ha il suo lavoro da sceriffo da sbrigare e da solo affronta la morte, fino a Spencer Tracy, un democratico americano vero da anni Sessanta, che risolve la questione razziale in famiglia. Uomini con le facce un po’ così, l’età, gli acciacchi, ma uomini se anche smarriti pur capaci di un guizzo finale quando il momento è alle porte. Uomini da cui si dovrebbe imparare anche in situazioni come quella della fiera di Roma.
Non è il caso di tirar fuori la legge Scelba-Mancino, che magari questi di passaggio sono miti intellettuali un po’ esaltati che inseguono la giovinezza. Basterebbe essere coerenti con lo statuto della fiera, che impone l’adesione ai valori costituzionali (a occhio con l’articolo 3 non ci siamo proprio) e soprattutto con l’autrice cui la manifestazione è intestata: Jane Austen che non merita di vedere “Orgoglio e Pregiudizio” accanto a Jake Donovan.
Con stupore ho visto qualche intellettuale riformista invocare la libertà di espressione per gli autori e i libri sopra sintetizzati. Via, non esageriamo: nessuno gli chiuderà la sede come capitò un secolo fa al povero Piero Gobetti mite editore della Rivoluzione Liberale, qui si tratta semplicemente di essere coerenti con uno statuto e qualche valore come l’uguaglianza di sesso, razza e religione.
Anche se il momento è quello che è, e bisogna posizionarsi, i soldi scarseggiano, i passaggi televisivi pure, le fiere costano. Wilde direbbe che essere ad Atreju è una noia, ma non esserci sarebbe una tragedia.