Piazza pulitaL’ipocrisia di difendere Gaza facendo finta di non vedere Hamas

Attorno al nome di Hannoun si addensa ora un silenzio che dice molto. Per mesi le piazze hanno invocato la pace usando un linguaggio di guerra, chiudendo gli occhi sul gruppo terroristico palestinese

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E adesso, povero proPal? A due mesi di distanza, tocca ripetere l’incipitse i fatti ripetutamente si incaricano di darti ragione. Per carità, la presunzione di innocenza: nessuno è colpevole fino a sentenza definitiva, insomma tutta quella serie di garanzie assicurate nel bieco Occidente condannato (senza processo) da ogni proPal che si rispetti, e dunque aspettiamo di vedere come andrà a finire la vicenda dell’architetto Mohammad Hannoun e della ramificata rete di presunti finanziatori di Hamas finiti nel mirino della Dda di Genova. Però, intanto, povero proPal.

Sì, tu che hai marciato in buona fede e con le migliori intenzioni di questo mondo nei cortei che ritmavano «free-free Palestine», senza porti troppe domande sul significato di quel «from the river to the sea» che seguiva; tu che sei un pacifista, sei contro il genocidio e ti sei mobilitato sotto il sole e la pioggia battente, senza mai domandarti perché ti dessi tanto da fare per la (giusta) causa dei gazawi, ma non per le tante altre che affliggono anche più gente in tante altre parti del mondo; tu che sventolavi la bandiera nera-bianca-verde con triangolo rosso della Palestina, chiudendo un occhio sulla bandiera di Hamas innalzata da qualcuno a pochi passi da te e l’altro occhio sullo striscione inneggiante a Hezbollah dietro al quale sfilavi. Tu, proprio tu, dico: come ti senti in queste ore?

Sui profili social dei più ferventi apologeti del jihad parolaio, quelli che ci inondavano con decine di post ogni giorno, prevale adesso un prudente, pressoché totale silenzio – in attesa che dagli sparsi mormorii per il momento soltanto accennati prenda forma l’inevitabile narrazione della grande manovra melonian-piddina e compagnia nazisioneggiante. E già questo qualcosa vuol dire. Ma non parliamo delle avanguardie, pensiamo agli altri, al grosso dei manifestanti. Qualcuno comincerà finalmente ad aprire gli occhi, non a rinnegare l’impegno contro la mattanza, che è stato nobile e giusto, ma a fare qualche conto con sé stesso, qualche distinguo, qualche «sì, però…», «sì, ma io…».

Ebbene, a questo qualcuno che adesso prende le distanze vorrei dire che ha torto. Ha torto lui e hanno ragione quelli che in piazza, accanto a lui che faceva finta di niente, sventolavano il vessillo di Hamas. Perché i distinguo andavano fatti allora, in piazza, tenendosi alla larga da quei vessilli, evitando di fare massa con i loro vessilliferi.

Perché, se si vuole la pace, se si vuole risolvere una situazione di conflitto che danneggia tutti, non se ne esce: bisogna far parlare la diplomazia, sollecitarla in ogni modo, anche in piazza, certo. Ma per spianarle la strada occorre mettere a tacere l’emotività, lo spirito di parte, le verità preconfezionate e ragionare, informarsi seriamente, mettendo insieme e confrontando le informazioni ricavate da fonti attendibili e non quelle orecchiate dai megafoni durante i cortei, propalate da personaggi doppi e tripli. Sforzarsi di capire le ragioni di tutti, anche se si ha più simpatia per una parte (solitamente la più debole), perché tutti hanno una parte di ragione.

Se invece ci si esalta nell’esasperare i conflitti, nel vomitare unilaterali parole di rabbia e odio – per Israele, i sionisti, gli ebrei (soggetti distinti e, nel caso, responsabilità distinte, ma chissene) –, nell’incitare alla «intifada fino alla vittoria», fino all’annientamento della perfida «entità nazisionista», beh, allora l’unica strada, la scelta coerente, è quella di mettersi con Hamas: raccogliere soldi, mandarli ai combattenti e magari lasciar perdere i cortei che finiscono la sera sul divano di casa per andare laggiù a combattere con loro. Molto facile e molto ipocrita invocare a parole la pace quando invece le parole invocano la guerra (fatta, beninteso, con il didietro degli altri). La guerra, quella vera, è un’altra cosa e si sa come in genere va a finire. Lamentarsene dopo è soltanto un’altra ipocrisia.

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